Canton, 250mila nuovi posti letto per la quarantena anti-Covid. Ma nella provincia la gente protesta per le chiusure
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Duecentocinquantamila posti letto posson bastare. Si spera. Tanti sono, infatti, quelli che la metropoli di Canton, nel sud della Cina, sta allestendo in nuovi ospedali di emergenza ed edifici per la quarantena centralizzata per prepararsi ad accogliere i positivi al Covid. I lavori stanno già proseguendo spediti, cantieri per le nuove strutture già ben avviati: 70mila posti letto sono già stati consegnati. Dall'inizio della pandemia la Cina ha costruito ospedali in alcuni casi in appena una settimana. "È meglio essere preparati, anche se poi rimarranno inutilizzati”, sostengono i funzionari locali.
Canton è la città che sta soffrendo di più in questa ultima ondata di virus che sta investendo il Dragone: oltre 45mila casi da inizio novembre. Haizhu, il distretto centrale che conta 1,8 milioni di abitanti, è l’epicentro di questo focolaio. Ed è qui che lunedì notte sono andate in…
PECHINO - Duecentocinquantamila posti letto posson bastare. Si spera. Tanti sono, infatti, quelli che la metropoli di Canton, nel sud della Cina, sta allestendo in nuovi ospedali di emergenza ed edifici per la quarantena centralizzata per prepararsi ad accogliere i positivi al Covid. I lavori stanno già proseguendo spediti, cantieri per le nuove strutture già ben avviati: 70mila posti letto sono già stati consegnati. Dall'inizio della pandemia la Cina ha costruito ospedali in alcuni casi in appena una settimana. "È meglio essere preparati, anche se poi rimarranno inutilizzati”, sostengono i funzionari locali.
Canton è la città che sta soffrendo di più in questa ultima ondata di virus che sta investendo il Dragone: oltre 45mila casi da inizio novembre. Haizhu, il distretto centrale che conta 1,8 milioni di abitanti, è l’epicentro di questo focolaio. Ed è qui che lunedì notte sono andate in scena violente proteste contro il lockdown, con centinaia di persone - in maggioranza lavoratori migranti - scese in strada per buttare giù a calci le barriere rosse anti-Covid e ribaltare le macchine della polizia. La capitale della provincia del Guangdong, 19 milioni di abitanti e uno dei centri manifatturieri più importanti della Cina, ha evitato finora una chiusura generale come avvenuto a Shanghai la scorsa primavera. Ma nonostante le misure più mirate, i casi continuano a salire: oggi 9.244.
Anche a Pechino i numeri iniziano a preoccupare le autorità: 232 casi nelle ultime 24 ore. Oggi il distretto di Chaoyang, il più popoloso della capitale, sede di ambasciate e uffici, ha chiesto ai cittadini di rimanere a casa durante il weekend e di non lasciare il distretto “se non strettamente necessario”. “Pechino sta attraversando un grande esame”, dice durante un briefing con i media il portavoce del governo cittadino. A molti ristoranti, bar, palestre, saloni di bellezza è stato chiesto di abbassare le saracinesche per i prossimi tre giorni.
La scorsa settimana il Partito ha promesso di ridurre la durata delle quarantene, ma la strategia zero-Covid non verrà abbandonata. Una flessibilità che potrebbe preparare la Cina a riaprire, ma il calendario non è chiaro. Oggi, in un ulteriore segnale di allentamento, la Commissione sanitaria nazionale ha deciso di rimuovere il limite di persone che possono entrare in teatri e cinema o assistere ad eventi culturali come ad esempio i concerti: regole valide soltanto nelle aree cosiddette a basso rischio. Alcuni economisti ed esperti di salute pubblica sostengono che la strategia zero-Covid potrebbe rimanere in vigore almeno fino a marzo o aprile del prossimo anno, visto che il governo ha bisogno di tempo per vaccinare milioni di anziani prima di poter eliminare del tutto le restrizioni.
I funzionari di Partito hanno ordinato alle autorità locali nei giorni scorsi di smettere di usare approcci "unici" nella risposta al virus, sottolineando il concetto che la popolazione deve avere accesso alle cure mediche e al cibo anche durante le chiusure.
Nonostante le belle parole, crescono però i casi di vittime collaterali da lockdown. L’ultimo riguarda una bambina di 4 mesi che è morta dopo aver manifestato vomito e diarrea mentre si trovava in quarantena in un hotel della città di Zhengzhou. Il padre racconta di aver impiegato 11 ore per trovare aiuto, dopo che i servizi di emergenza si erano rifiutati di occuparsene, e alla fine la bambina è stata mandata in un ospedale a 100 chilometri di distanza. Quando la piccola è arrivata in ospedale era ormai troppo tardi. Li Baoliang, il padre, ha raccontato ai giornali cinesi che lui e la figlia erano stati messi in isolamento in un hotel lo scorso 12 novembre, dopo che la moglie di Li era risultata positiva al Covid. Due giorni dopo, Li racconta che la figlia si è sentita male e faticava a mangiare. Ha chiamato un'ambulanza, ma i paramedici hanno richiesto che l'hotel effettuasse i test prima di poterla visitare. La bambina è risultata negativa, ma il personale medico - racconta Li - si è rifiutato di visitarla "sostenendo che non era gravemente malata”. Visto che i sintomi della bambina peggioravano, la sera l’uomo ha chiamato una seconda ambulanza. Ma invece di portarli in un ospedale vicino all'hotel, sono stati portati in uno a "quasi 100 chilometri di distanza”.
"Non è il virus a uccidere le persone, ma queste eccessive misure di prevenzione”, uno dei messaggi su Weibo, il Twitter cinese. Dieci giorni fa, sempre per i ritardi nei soccorsi, era morto a Lanzhou un bimbo di 3 anni.