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Cop27 di Sharm, bilancio finale: il successo del fondo per i Paesi danneggiati e il trionfo di Al Sisi

In Egitto è arrivato lo storico via libera a un fondo per gli Stati più vulnerabili, ma non c'è stato un segnale chiaro sulla riduzione delle emissioni. Tra i protagonisti l'Ue e il dittatore egiziano, che esce rafforzato a livello internazionale
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SHARM EL-SHEIKH - Doveva essere una Cop “africana”. E lo è stata: sono soprattutto le nazioni del Sud del mondo a festeggiare l’esito di questa 27esima Conferenza delle parti sul clima, che per due settimane ha visto confrontarsi 197 delegazioni, tra il mare e il deserto di Sharm el-Sheikh. Celebrano lo storico via libera all’istituzione di un fondo per il Loss and damage, soldi a cui attingere per rimediare ai danni e alle perdite causate dal clima nei Paesi in via di sviluppo più vulnerabili. 

Cosa è stato ottenuto

Traguardo storico perché raggiunto dopo trent’anni di discussioni, nelle quali i Paesi sviluppati, a cui spetta l’onere di alimentare il fondo perché considerati responsabili delle emissioni di CO2 che dall’inizio dell’era industriale a oggi hanno innescato l’emergenza climatica, avevano sempre frenato. A Sharm invece, pur di non tornare a casa con un fallimento completo, hanno dato il via libera alla facility finanziaria per il Loss and damage, ma a due condizioni: che a beneficiarne siano solo le nazioni più vulnerabili agli eventi meteo estremi, e che la platea di donatori sia estesa anche a quelle potenze economiche che formalmente non rientrano ancora tra i Paesi sviluppati, la Cina per esempio.


Nel testo finale approvato all’alba di domenica, dopo l’ennesima notte di trattative, le richieste occidentali sono state recepite, ma si rimanda la definizione dei criteri che stabiliranno chi dovrà contribuire al fondo e chi potrà usufruirne: una commissione ad hoc si metterà al lavoro e riferirà l’anno prossimo alla Cop28 di Dubai. 

Cosa manca nel testo finale

Quello che invece manca è un segnale chiaro sulla riduzione delle emissioni di gas serra, come se ci si fosse concentrati solo sulla cura degli effetti (i danni) piuttosto che sulla riduzione delle cause (l’innalzamento della temperatura). Per la prima volta, è vero, nel testo finale di una Cop si citano le fonti rinnovabili, ma lo si fa affiancandole alle “energie a basse emissioni”, locuzione ambigua e che può essere il cavallo di Troia per la sopravvivenza a lungo termine dei combustibili fossili. Anche l’impegno a non sforare gli 1,5 gradi di innalzamento della temperatura rispetto all’era pre-industriale esce indebolito da questa Cop27, relegato com’è nel capitolo “Scienza” anziché in quello ben più operativo “Mitigazione”, che avrebbe dovuto rendere più stringenti le misure per ridurre le emissioni.

La sintesi più efficace è quella diffusa all’alba di ieri dal Segretario generale Onu António Guterres: “Accolgo con favore la decisione di istituire un fondo per le perdite e i danni e di renderlo operativo nel prossimo periodo. Non sarà sufficiente, ma è un segnale politico assolutamente necessario per ricostruire la fiducia infranta. Tuttavia il nostro Pianeta è ancora al pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un problema che non è stato affrontato. Cop27 si è conclusa con molti compiti e poco tempo”. 


Per capire se i compiti a casa verranno fatti, e con profitto, è necessario riepilogare chi sono stati i principali protagonisti della Conferenza e che ruolo hanno giocato. Dal loro entusiasmo o dalla loro frustrazione dipenderanno gli esiti della lotta ai cambiamenti climatici nei prossimi anni: chi lo ha accettato obtorto collo potrebbe, per esempio, boicottare il neonato comitato, rimandando sine die l’entrata in vigore del fondo Loss and damage. Che passerebbe sì alla storia, ma come una vittoria di Pirro. 

L'Egitto

La delegazione del Cairo, guidata dal ministro degli Esteri Sameh Shoukry, ha centrato l’obiettivo. Ha imposto, prima volta in una Cop, il Loss and damage come priorità nell’agenda dei lavori, poi è riuscita a incassare il sì al relativo fondo. Ha infine tenuto il punto sulla mitigazione, attenuando l’ambizione sui tagli alle emissioni celebrata un anno fa a Glasgow. Due mosse che possono conferire all’Egitto un ruolo di leadership in Africa e garantirgli la riconoscenza dei vicini petro-Stati: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti solo nell’ultimo anno hanno elargito circa 22 miliardi di dollari al Paese di Al Sisi. La tattica negoziale usata è stata quello dello sfinimento: giornate di trattative inconcludenti, con documenti vaghi, e poi una accelerazione finale quando ormai i tempi regolamentari erano scaduti. A quel punto le delegazioni si sono trovate a un bivio: sancire il fallimento di Cop27 o accettare le condizioni del Cairo.

L'Unione europea

Protagonista assoluta delle trattative, grazie al capo delegazione Frans Timmermans e al team tedesco, guidato dalla ministra degli Esteri di Berlino, la Verde Annalena Baerbock, e dall’Inviata speciale per il clima Jennifer Morgan, ex direttrice di Greenpeace International. È anche grazie alla Germania che il no europeo al Loss and damage è diventato un sì condizionato. Ma la frustrazione di Timmermans per aver ceduto senza aver ottenuto in cambio niente sulla riduzione delle emissioni è stata evidentissima nel suo intervento finale: “Accettiamo questo accordo con riluttanza. Siamo orgogliosi di aver contribuito a risolvere il problema del Loss and damage, ma sulle riduzioni delle emissioni abbiamo perso una occasione e molto tempo, rispetto alla Cop26 di Glasgow. Siamo a 1,2 gradi di riscaldamento e abbiamo visto quali effetti questo stia già provocando. La soluzione non è finanziare un fondo, ma investire le nostre risorse per ridurre drasticamente il rilascio di gas serra nell’atmosfera”.

Gli Stati Uniti

Basso profilo nelle ore cruciali della Cop27, complice forse l’isolamento a cui è stato costretto l’Inviato speciale per il clima di Washington John Kerry, risultato positivo al Covid. Ma deve aver contato soprattutto lo scetticismo che gli Usa hanno sempre espresso sul Loss and damage. Gli Stati Uniti si sono accodati all’Europa, convinti però che la vera partita climatica si giocherà a tu per tu con Pechino, dopo che al G20 di Bali è ripreso il dialogo tra le due superpotenze.

La Cina

Meno appariscente che alla Cop26 di Glasgow, Pechino è però riuscita a tenere unito il fronte del G77+Cina, gruppo di 134 Paesi, per la maggior parte in via di sviluppo, nonostante i tentativi occidentali di “sedurre” i più vulnerabili con interventi economici ad hoc. Insieme all’Egitto, la Cina esce da Cop27 come paladina del Sud del mondo. E tuttavia a Sharm è emerso il problema: Pechino è una potenza economica o no? E se sì, perché non contribuisce alla finanza climatica quanto i Ricchi?

Le lobby

Alla Cop27 sono stati contati oltre 600 lobbisti del gas e del petrolio, evidentemente interessati a difendere il loro business, nonostante la scienza indichi chiaramente che la via da seguire è l’addio, più rapido possibile, ai combustibili fossili. Grazie alla crisi energetica europea e al gioco di sponda tra sauditi, emiratini ed egiziani, possono dirsi soddisfatti. Forse sono loro i veri vincitori di Sharm el-Sheikh.