Cina, tre morti per Covid a Pechino per la prima volta da maggio: tornano i lockdown
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - Sono saliti a tre i morti per Covid nel weekend a Pechino: due uomini (87 e 88 anni) e una donna (91), tutti con patologie pregresse. Da maggio la Cina non registrava decessi per il virus. A preoccupare le autorità è proprio la capitale del Dragone: ieri 962 casi, il dato più alto da settembre 2021. Per questo da stamattina in vari quartieri le scuole sono ritornate alle lezioni online. Molti ristoranti, bar, palestre e saloni di bellezza sono stati chiusi a Chaoyang, il distretto più popoloso della capitale, e alcuni uffici hanno ordinato ai loro dipendenti di lavorare da casa. “Pechino sta affrontando la situazione più complessa dall’inizio della pandemia”, dice Liu Xiaofeng, vicedirettore del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della capitale. Chiunque arrivi a Pechino da altre città ora dovrà sottoporsi a tre test in tre giorni: si potrà uscire di casa o dall’albergo solta…
PECHINO - Sono saliti a tre i morti per Covid nel weekend a Pechino: due uomini (87 e 88 anni) e una donna (91), tutti con patologie pregresse. Da maggio la Cina non registrava decessi per il virus. A preoccupare le autorità è proprio la capitale del Dragone: ieri 962 casi, il dato più alto da settembre 2021. Per questo da stamattina in vari quartieri le scuole sono ritornate alle lezioni online. Molti ristoranti, bar, palestre e saloni di bellezza sono stati chiusi a Chaoyang, il distretto più popoloso della capitale, e alcuni uffici hanno ordinato ai loro dipendenti di lavorare da casa. “Pechino sta affrontando la situazione più complessa dall’inizio della pandemia”, dice Liu Xiaofeng, vicedirettore del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della capitale. Chiunque arrivi a Pechino da altre città ora dovrà sottoporsi a tre test in tre giorni: si potrà uscire di casa o dall’albergo soltanto dopo l’ultimo tampone negativo. Ma sono molti i focolai che continuano a crescere in tutto il Paese: 26.824 i casi totali.
L'ultima ondata sta mettendo alla prova la determinazione della Cina ad attenersi agli aggiustamenti apportati dieci giorni fa alla sua strategia della tolleranza zero: nuove linee guida che chiedono ai vari governi locali di applicare misure più mirate ed evitare chiusure generalizzate e test di massa che in questi anni hanno strangolato l’economia e frustrato, non poco, i cinesi. Oltre al lancio di una campagna per aumentare le vaccinazioni e la costruzione di nuovi posti letto per i pazienti più gravi.
Il caso di Shijiazhuang
Diverse città nei giorni scorsi hanno iniziato allora a diminuire la frequenza dei test, cosi come a chiudere alcune postazioni per i tamponi. Come a Shijiazhuang, 11 milioni di abitanti a trecento chilometri dalla capitale, diventata oggetto di intense speculazioni sul fatto che potesse essere stata scelta come “città pilota”, un banco di prova per un allentamento generalizzato delle restrizioni. Rumors che, tra l’altro, avevano scatenato l'ansia di alcuni residenti. “Se era una prova, beh, non sono durati nemmeno una settimana”, uno dei commenti più popolari su Weibo, il Twitter cinese. Ieri a tarda sera, infatti, il governo cittadino ha annunciato che avrebbe condotto test di massa in sei dei suoi otto distretti, le lezioni in classe in molte scuole sono state sospese e ai residenti è stato chiesto di rimanere a casa per cinque giorni. Ieri 641 casi in città, in crescita rispetto ai giorni precedenti.
Il tira e molla di Shijiazhuang riflette bene il dilemma che i funzionari locali si trovano ad affrontare: rispondere alle nuove indicazioni di alleggerimento delle autorità centrali pur temendo di essere ritenuti responsabili di eventuali nuovi focolai. La Cina si trova di fronte ad un momento spartiacque: decidere se accettare il crescente numero di casi o tornare alle solite vecchie misure adottate fin qui.
Città come Canton stanno applicando chiusure mirate rispetto a un lockdown su tutto il territorio cittadino, ma i casi rimangono elevati, più di 8mila al giorno. Oggi è stata ordinata la chiusura, per cinque giorni, del distretto di Baiyun, uno dei più popolosi della città. Sempre da Canton è diventato virale nel fine settimana un video dove si vede una ragazza inginocchiata con le mani legate dietro la schiena. Accanto a lei un’amica, distesa a terra. Le due, che volevano farsi consegnare del cibo ordinato online, non avevano il tampone in regola. Ne è nato un diverbio con gli operatori sanitari: spinte a terra e mani legate con delle corde. A Chongqing sono state dichiarate così tante singole aree ad alto rischio che la città è di fatto semi-bloccata.
L'aumento del numero di casi in Cina e l'incertezza su come i funzionari riusciranno a bilanciare le nuove linee guida con la lotta alla diffusione del virus hanno provocato un calo delle azioni cinesi e dello yuan: l’indice Hang Seng China Enterprises è sceso fino al 3,7%.
I bassi tassi di vaccinazione
I bassi tassi di vaccinazione tra i cittadini anziani e vulnerabili rimangono uno dei maggiori ostacoli a una riapertura completa: soltanto il 66% degli ultraottantenni è completamente vaccinato e soltanto il 40% ha fatto il richiamo. Le possibilità di un boom di infezioni e morti dovuti a un rilassamento troppo repentino sono reali, e i problemi che ne deriverebbero potrebbero essere persino peggiori dei rischi di un lento strangolamento economico e sociale. Allentare troppo in fretta la presa, è stata finora la paura del Partito, significherebbe ritrovarsi con milioni di casi e di morti (l’agenzia Xinhua citava uno studio il mese scorso secondo il quale un’ondata di Omicron incontrollata potrebbe travolgere il sistema ospedaliero e portare a quasi 1,6 milioni di decessi) da gestire improvvisamente visto che i vaccini cinesi proteggono leggermente meno di quelli occidentali, visto che gli anziani sono quelli meno vaccinati, e visto che la popolazione cinese non è mai stata esposta al virus come avvenuto in altre parti del mondo e dunque non ha sviluppato l’immunità necessaria.
"Nonostante le sfide crescenti, non si tratta di stabilire se la Cina riaprirà o meno, ma di stabilire per quanto tempo e come gestire al meglio la situazione per ridurre al minimo i costi sanitari e le potenziali vite perse”, commenta a Reuters Hao Hong, capo economista di Grow Investment Group.
Oggi, di ritorno dal summit dell’Apec, a Bangkok, è risultato positivo al virus il governatore di Hong Kong, John Lee. Lee, che in Thailandia aveva incontrato anche il leader cinese Xi Jinping (sempre senza mascherina durante i suoi recenti viaggi all’estero) si trova ora in quarantena.