Kosovo-Serbia, la mediazione dell’Italia: “A Roma una conferenza sui Balcani”
di Stefano Giantin , di Stefano GiantinBelgrado - Un freno d’emergenza tirato bruscamente, su pressioni americane, che congela almeno per il momento una delle più gravi crisi balcaniche degli ultimi anni, quella “guerra delle targhe” che da mesi infiamma il confine tra Serbia e Kosovo. Lo ha attivato in una tesissima notte, tra lunedì e martedì, il premier kosovaro Albin Kurti, che ha annunciato di aver «accettato la richiesta» dell’ambasciatore Usa Jeffrey Hovenier «di rinviare di 48 ore l’imposizione di multe» ai serbi nel Nord che ancora circolano su auto con targa emessa da quella Serbia a cui rimangono fedeli. Targhe con le sigle di città oggi parte del Kosovo indipendente, come Mitrovica, che per la minoranza serba sono molto più di una lastra di metallo. Molti rifiutano quelle con l’odiata sigla “Rks”, sinonimo dell’indipendenza di Pristina. E l’oltranzismo di Kurti, che a inizio novembre aveva riba…
Belgrado - Un freno d’emergenza tirato bruscamente, su pressioni americane, che congela almeno per il momento una delle più gravi crisi balcaniche degli ultimi anni, quella “guerra delle targhe” che da mesi infiamma il confine tra Serbia e Kosovo. Lo ha attivato in una tesissima notte, tra lunedì e martedì, il premier kosovaro Albin Kurti, che ha annunciato di aver «accettato la richiesta» dell’ambasciatore Usa Jeffrey Hovenier «di rinviare di 48 ore l’imposizione di multe» ai serbi nel Nord che ancora circolano su auto con targa emessa da quella Serbia a cui rimangono fedeli. Targhe con le sigle di città oggi parte del Kosovo indipendente, come Mitrovica, che per la minoranza serba sono molto più di una lastra di metallo. Molti rifiutano quelle con l’odiata sigla “Rks”, sinonimo dell’indipendenza di Pristina. E l’oltranzismo di Kurti, che a inizio novembre aveva ribadito che avrebbero dovuto accettarle con le buone o a forza di multe entro metà 2023, ha portato al precipitare della crisi nelle ultime settimane, con proteste serbe, dimissioni in massa di poliziotti, doganieri, giudici e funzionari di etnia serba che si erano ormai integrati nelle istituzioni del Kosovo. E timori di scontri armati.
L’ultimo tentativo di disinnescare la miccia era stato fatto lunedì, in un meeting d’urgenza a Bruxelles tra Kurti e il presidente serbo Vucic. L’esito, un ennesimo flop. È stato Kurti stavolta a rigettare il compromesso Ue, rinviare le multe in cambio dello stop all’emissione di nuove targhe serbe. Lo aveva svelato l’Alto rappresentate Ue agli Esteri, Josep Borrell, ammonendo sui rischi di una escalation. Che, con la tregua di 48 ore, appare per ora evitata. La palla torna alla diplomazia, con Ue e Usa al lavoro per raggiungere un’intesa. «Siamo pronti al compromesso», ha ribadito intanto ieri la leadership di Belgrado, dove ieri sono atterrati anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello della Difesa, Guido Crosetto, in un mini-tour balcanico che ha toccato gli epicentri della crisi, la capitale serba e Pristina. Visita che segnala come l’Italia voglia «essere protagonista nei Balcani» proponendosi come paciere anche tra Serbia e Kosovo, ha suggerito Tajani.
Il ministro ha evocato l’idea di una grande conferenza a Roma, tra Balcani e Italia. La speranza è che, prima del summit romano, le cose non precipitino di nuovo. Più che di una tregua «si tratta infatti dell’ennesima piccola posticipazione» nell’affrontare i problemi alla radice, spiega il politologo dell’Ispi, Giorgio Fruscione. Ora, almeno, «c’è la chance per Ue e Usa di trovare un compromesso di breve periodo», almeno sulle targhe. Ma i nodi veri da sciogliere, come la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo, rimangono aggrovigliati.