Cina, esplode la rabbia della fabbrica più grande di iPhone: gli operai in rivolta
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - “Dateci la nostra paga”, “Abbiamo paura di questo posto, potremmo essere tutti positivi: ci state mandando a morte”, "Hanno cambiato il contratto in modo che non potessimo ricevere il sussidio come avevano promesso. Ci mettono in quarantena, ma non ci forniscono cibo”, gridano le centinaia di operai che stanotte hanno inscenato una delle più grandi e violente proteste nella “iPhone City” di Zhengzhou, la fabbrica-prigione della Foxconn da cui escono gli smartphone della Apple che mezzo mondo ha in tasca.
Gli operai sono usciti dai loro dormitori all’alba iniziando a spintonare le guardie e a rimuovere le barricate. Gli agenti hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni, i lavoratori hanno risposto usando gli estintori. Qualcuno si è messo a sfasciare telecamere di sorveglianza e finestre. Molti feriti perché picchiati, la polizia è arrivata sul posto a riportare l’ordine.
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PECHINO - “Dateci la nostra paga”, “Abbiamo paura di questo posto, potremmo essere tutti positivi: ci state mandando a morte”, "Hanno cambiato il contratto in modo che non potessimo ricevere il sussidio come avevano promesso. Ci mettono in quarantena, ma non ci forniscono cibo”, gridano le centinaia di operai che stanotte hanno inscenato una delle più grandi e violente proteste nella “iPhone City” di Zhengzhou, la fabbrica-prigione della Foxconn da cui escono gli smartphone della Apple che mezzo mondo ha in tasca.
Gli operai sono usciti dai loro dormitori all’alba iniziando a spintonare le guardie e a rimuovere le barricate. Gli agenti hanno iniziato a sparare gas lacrimogeni, i lavoratori hanno risposto usando gli estintori. Qualcuno si è messo a sfasciare telecamere di sorveglianza e finestre. Molti feriti perché picchiati, la polizia è arrivata sul posto a riportare l’ordine.
Da più di un mese la tensione dentro lo stabilimento è altissima, a causa delle restrizioni anti-Covid che hanno messo in lockdown tutta l’area circostante. Quello di Zhengzhou, nella provincia cinese dello Henan, di proprietà del gruppo taiwanese Foxconn - una delle maggiori multinazionali di componenti elettronici che produce a contratto per altre aziende come Apple, Microsoft, Amazon - è uno degli impianti più grandi al mondo che assembla circa l’80% degli iPhone venduti a livello globale. Duecentomila persone - quasi tutti migranti da città e province vicine, le aree più povere e rurali della Cina - lavorano qui in questa cittadella costruita nel 2010 non lontana dall’aeroporto che si estende per tre chilometri e mezzo, dove il paesaggio è grigio e sempre uguale: ampi viali, fabbriche e dormitori, dormitori e fabbriche.
“Entrare nel campus della Foxconn è come entrare in una prigione. Su entrambi i lati della strada sono state poste delle lastre di ferro per bloccare la circolazione. Ovunque ci sono addetti al controllo delle epidemie vestiti di bianco. Il campus è pieno di veicoli armati della polizia, camion dei pompieri”, racconta Yan Hua, un operaio, in un post sui social. “La gestione del dormitorio è molto caotica. Il cibo viene distribuito al piano di sotto, e ottenerlo è una lotta. Anche i prezzi al supermercato interno sono alti”.
Turni massacranti, ferie quasi inesistenti, paghe da fame: da qui escono i nuovi gioiellini tecnologici delle più grandi aziende del mondo. Gli operai, tra i 18 e i 25 anni, vivono in casermoni, 8-10 persone a stanza, in edifici di 10 o 12 piani. “Si va in fabbrica alle 7, colazione e poi alle 8 si inizia alla catena di montaggio. In teoria si finisce alle 17 ma spesso si resta anche fino alle 22”, scriveva Business Insider in un raro reportage di quattro anni fa dentro il complesso di Zhengzhou. Poi a letto a guardare un film o a giocare ai videogiochi in camerate dove la privacy non esiste.
Per assemblare un iPhone servono circa 400 passaggi e ogni operaio svolge lo stesso piccolo gesto allo sfinimento: lucidare lo schermo, saldare un componente o inserire una singola vite nel retro del telefono. Appena fuori dal cancello d'ingresso c'era un quartiere nato alla bell’e meglio: negozietti e tavole calde dove, prima del Covid, andava a mangiare chi non voleva farlo alla mensa interna.
“Lo stipendio base mensile è di 2mila yuan (270 euro), calcolato in base al turno di 8 ore giornaliere. Per guadagnare di più, tutti noi facciamo straordinari disperatamente e possiamo ricevere uno stipendio di 3.500-4mila yuan al mese”, raccontava qualche giorno un’operaia sul suo account WeChat, testimonianza anonima tradotta dall’Asian Labour Review.
Il colosso fondato nel 1974 da Terry Gou oggi impiega in Cina, nei suoi tredici impianti sparsi per il Paese, oltre un milione di operai: il datore di lavoro privato più grande all’interno del Dragone. E anche quello più controverso. La Foxconn fa lavorare le proprie fabbriche per 24 ore al giorno, in due turni: dalle 8 alle 20 e dalle 20 alle 8. “Siamo come granelli di polvere. Se te ne vai tu, viene qualcun’altra e fa il tuo lavoro”, racconta un’operaia nel libro “Nella fabbrica globale”, pubblicato quasi otto anni fa da Ferruccio Gambino e Devi Sacchetto. Si perché i problemi della Foxconn non nascono oggi con le restrizioni dovute al Covid. Ma hanno radici lontane.
Tra il gennaio e il dicembre del 2010 negli impianti di Shenzhen sono avvenuti 18 tentativi di suicidio: 14 morti e 4 feriti. Episodi che fecero finire l’azienda sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due anni dopo ci fu una delle proteste più clamorose: più di 100 lavoratori insorsero e misero in scena lo “show del salto dall’edificio”: minacciavano di buttarsi se i manager non avessero accolto le loro richieste sui salari. Altri suicidi sono seguiti negli anni successivi, proprio a Zhengzhou. Nel 2012 Foxconn ha ammesso di aver assunto ragazzi di appena 14 anni.
Dopo che il 12 ottobre sono stati riscontrati sei casi a Zhengzhou, e altri 11 il giorno successivo, la fabbrica ha imposto le chiusure, limitando gli spostamenti dei suoi dipendenti dalle loro postazioni di lavoro ai dormitori e viceversa. Nella Cina che si ostina a voler eliminare qualsiasi focolaio di virus, le fabbriche che si trovano nelle aree a rischio sono spesso autorizzate a rimanere aperte a condizione che operino in un sistema "a circuito chiuso" in cui il personale vive e lavora in loco. Le prime decisioni che hanno scatenato il malcontento degli operai della Foxconn risalgono al 19 ottobre quando l’azienda, per evitare contatti stretti, ha vietato di mangiare nelle mense dello stabilimento e ha imposto ai lavoratori di consumare i pasti nei loro dormitori. La situazione nell'impianto si è gradualmente deteriorata, con scorte alimentari e mediche in esaurimento e con i lavoratori rinchiusi nei dormitori per la quarantena.
Virali sono diventati ai primi di novembre i video di centinaia di lavoratori migranti che scavalcano le recinzioni per scappare dalle rigide restrizioni nell’impianto e raggiungere le loro città d’origine. Alcuni operai hanno raccontato che l'azienda ha messo persone non infette e contatti stretti di positivi sugli stessi bus navetta e dormitori, pur di continuare con la produzione, ma i lavoratori potevano soltanto "seguire gli ordini come un gregge di pecore" perché avevano "paura di essere picchiati”.
Per trattenere i dipendenti, Foxconn ha annunciato che avrebbe quadruplicato il bonus di presenza giornaliero, portandolo a 400 yuan (circa 55 euro). Ma non è bastato a placare le proteste.
L'ultima ondata di Covid sta mettendo alla prova la determinazione della Cina ad attenersi agli aggiustamenti apportati dieci giorni fa alla sua strategia della tolleranza zero: nuove linee guida che chiedono ai vari governi locali di applicare misure più mirate ed evitare chiusure generalizzate e test di massa che in questi anni hanno strangolato l’economia e frustrato, non poco, i cinesi. Il risultato non cambia: i casi salgono (ieri 28.883) e arrivano nuove chiusure, da Pechino a Canton. Misure che molti cinesi non tollerano più come in passato: da settimane si ripetono quasi quotidianamente proteste in varie città.
La Cina sembra essersi auto-intrappolata nel suo sogno di eliminare il virus: incapace al momento di trovare una via d'uscita da questo incubo.
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