Biden, sulla scacchiera della guerra non solo il destino dell'Ucraina: in gioco gli equilibri geopolitici di questo secolo
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNew York - Era la sera del 15 giugno 2021, e la delegazione americana era appena arrivata da Bruxelles a Ginevra, per l’atteso vertice tra il presidente Biden e il rivale russo Putin. Obiettivo dichiarato: cercare di chiarire gli attriti fra le due ex superpotenze, per un "reset" delle relazioni dopo le interferenze elettorali di Mosca nell’era Trump, finalizzato ad evitare il piano inclinato che sembrava condurre ineluttabilmente verso tensioni sconosciute dalla fine della Guerra Fredda. Nei saloni di un albergo sul lungolago della città, divenuta negli anni sinonimo della diplomazia, i funzionari della Casa Bianca avevano ospitato un ricevimento informale, per salutare i giornalisti al seguito della nuova amministrazione. Sono occasioni in cui si parla con franchezza, e il consigliere per la Sicurezza nazionale Sullivan spiegò che “siamo assolutamente seri, quando diciamo che intendiamo rilanciare l’alleanza con l’Europa. Non sol…
New York - Era la sera del 15 giugno 2021, e la delegazione americana era appena arrivata da Bruxelles a Ginevra, per l’atteso vertice tra il presidente Biden e il rivale russo Putin. Obiettivo dichiarato: cercare di chiarire gli attriti fra le due ex superpotenze, per un "reset" delle relazioni dopo le interferenze elettorali di Mosca nell’era Trump, finalizzato ad evitare il piano inclinato che sembrava condurre ineluttabilmente verso tensioni sconosciute dalla fine della Guerra Fredda. Nei saloni di un albergo sul lungolago della città, divenuta negli anni sinonimo della diplomazia, i funzionari della Casa Bianca avevano ospitato un ricevimento informale, per salutare i giornalisti al seguito della nuova amministrazione. Sono occasioni in cui si parla con franchezza, e il consigliere per la Sicurezza nazionale Sullivan spiegò che “siamo assolutamente seri, quando diciamo che intendiamo rilanciare l’alleanza con l’Europa. Non solo perché è nel nostro interesse dal punto di vista economico, ma anche perché l’unità fra le due sponde dell’Atlantico è fondamentale per affrontare insieme le sfide lanciate dalle autarchie contro le democrazie”.
Un vertice di tre ore
Il giorno dopo il vertice durò meno di tre ore, facendo temere che fosse stato interrotto dal fallimento. Quando però Biden si presentò alla conferenza stampa conclusiva, nel giardino assolato dell’Hotel du Parc des Eaux-Vives, smentì le interpretazioni più minacciose: “Quando è stata l’ultima volta che avete visto due leader seduti al tavolo per quasi tre ore, a chiarire le loro posizioni? Non me la ricordo. Io ho chiarito le nostre divergenze, lui le sue, ma il tono dell’incontro è stato colloquiale. Abbiamo formato una commissione per proseguire il dialogo”. Il presidente aveva citato gli attacchi degli hacker russi tipo Solar Winds, le violazioni dei diritti umani come il trattamento del dissidente Navalny, i cittadini americani detenuti ingiustamente in Russia, la collaborazione per impedire all’Iran di costruire l’atomica, il rapporto con la Cina, l’Afghanistan e il fatto che Putin si era offerto di aiutarlo nel paese dove l’Urss era stata costretta ad una umiliante ritirata negli anni Ottanta. Solo alla fine dei commenti introduttivi, aveva aggiunto: “Ci sono anche aree più complesse che presentano delle sfide. Io ho comunicato l’impegno incrollabile degli Stati Uniti a favore della sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Abbiamo concordato di perseguire la diplomazia relativa all’Accordo di Minsk. Io ho condiviso le nostre preoccupazioni per la Bielorussia. Lui non era in disaccordo con quanto è avvenuto; ha solo una prospettiva diversa su cosa fare al riguardo”. La conferenza stampa poi era durata circa un’ora, ma nessuno di noi gli aveva posto neppure una domanda sull’Ucraina. Semplicemente perché non sembrava un’emergenza imminente, almeno davanti agli altri motivi di frizione. Era il 16 giugno, e otto mesi dopo i carri armati di Mosca marciavano verso Kiev. Sorvoliamo su cosa riveli questo sull’acume della nostra categoria, ma il tono della conversazione lascia supporre che anche l’amministrazione Usa fosse stata colta un po’ alla sprovvista.
La mediazione della Cia
Tra la fine della primavera e l’inizio dell’autunno Washington aveva iniziato a capire che la situazione stava scivolando di mano, e aveva cercato di ricomporla affidandosi soprattutto al capo della Cia Burns, che prima di dirigere i servizi segreti americani era stato uno dei più rispettati diplomatici Usa, e avendo servito come ambasciatore a Mosca era nelle condizioni ideali per mediare. Aveva cercato di capire le intenzioni del Cremlino, e soprattutto offrire rimedi alla crisi, se il problema erano davvero le preoccupazioni per la sicurezza della Russia. Aveva chiarito che l’ingresso dell’Ucraina nella Nato era stato solo offerto come mossa simbolica, senza che nessuno stesse davvero lavorando per farlo avvenire. Quanto al posizionamento delle armi offensive dell’Alleanza, le esercitazioni vicino ai confini, i trattati sul disarmo, tutto poteva essere discusso per tranquillizzare Mosca. Ora però sappiamo che il punto non era mai stato questo. E non lo sappiamo dai rapporti segreti dell’intelligence, ma dalle parole dello stesso Putin, che ha ampiamente chiarito come la caduta dell’Urss per lui sia stata la più grande tragedia della storia contemporanea, l’ordine creato dopo la Guerra Fredda era una trappola per penalizzare la Russia, e lui ora vuole demolirlo, con l’aiuto della Cina.
L'intelligence per evitare il peggio
Non ricevendo aperture incoraggianti, Washington aveva deciso di cambiare linea, puntando sulla strategia inusuale di impiegare l’intelligence allo scopo di evitare il peggio. Così aveva iniziato a far trapelare le informazioni sui movimenti militari di Mosca verso il confine ucraino, incluse le immagini satellitari scattate da Maxar Technologies. Nel frattempo aveva proseguito il riarmo di Kiev, accelerato per la verità durante l’amministrazione Trump, sotto la spinta dell’inviato speciale Kurt Volker. Ma sembrava un’operazione di deterrenza, più che la preparazione ad un vero conflitto diretto. La Repubblica era stato uno dei primi giornali a pubblicare le foto dei carri armati ammassati al fronte, ma il governo russo insisteva che erano a pochi chilometri dalla frontiera solo per esercitazioni. Anzi, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova si era presa la briga di scrivere una risposta lunga otto pagine, piena di insulti più che chiarimenti. La storia poi si è preoccupata di dimostrare chi stesse dicendo la verità.
Le settimane agitate precedenti all’invasione avevano visto frenetici sforzi diplomatici, inclusi gli incontri fra il segretario di Stato Blinken e il ministro Lavrov, con gli americani che cercavano di tenere viva la speranza dicendo che l’invasione era pronta, ma non era ancora stata ordinata. Quando poi era scattata, l’intelligence Usa aveva sostenuto che Putin era convinto di conquistare Kiev nel giro di una settimana, instaurare un regime fantoccio per trasformare l’Ucraina in una nuova Bielorussia, e ritirare le truppe mandate solo per mostrare i muscoli. Per poi tornare a pianificare le prossime sfide all’Occidente, che tanto avrebbe solo alzato la voce, senza dare risposte concrete.
La resistenza ucraina
Invece la resistenza ucraina aveva sorpreso lui, i suoi soldati male addestrati e peggio comandati, e pure l’Occidente, che a quel punto aveva dato seguito alle minacce di imporre sanzioni mai viste prima e accelerare le forniture militari. Zelensky aveva rifiutato l’offerta di portarlo via verso l’esilio, e Biden aveva deciso di seguire la linea di aiutarlo a difendersi, evitando però di spingere l’escalation fino a rischiare la Terza guerra mondiale.
Molti dubitavano della capacità dell’Ucraina di resistere, e dopo l’umiliante ritirata dei russi da Kiev, con lo spostamento del fronte nel Donbas e le regioni sud orientali, pochi credevano nella capacità di lanciare l’annunciata controffensiva estiva. Alcuni perciò suggerivano di celebrare come una vittoria definitiva la sopravvivenza della capitale, e trattare il compromesso. Tensioni erano emerse anche fra Biden e Zelensky, che lo aveva irritato accusando gli americani di non fare abbastanza per aiutarlo a vincere.
Ancora una volta però gli ucraini hanno superato le aspettative, e da quando hanno ricevuto armi più offensive a lunga gittata come gli Himars, hanno smesso di essere vittime del tiro al piccione dei russi a distanza, lanciando avanzate di proporzioni che non si vedevano dalla Seconda guerra mondiale. Biden ha avuto il sangue freddo di resistere anche alle minacce nucleari di Putin, e ora il dilemma è se continuare ad alimentare la controffensiva fino alla vittoria totale, ossia il ritiro di Mosca da tutte le quattro province proclamate russe dai referendum farsa bocciati dall’Assemblea Generale dell’Onu, oppure incassare i risultati raggiunti.
Il negoziato
Nei giorni scorsi il New York Times ha rivelato che il capo di Stato maggiore Milley ha suggerito all’amministrazione di spingere l’Ucraina al negoziato, perché tanto ormai ha riconquistato tutti i territori che poteva realisticamente riconquistare, e quindi farebbe meglio a consolidare i successi con un accordo. A stretto giro gli ha risposto il consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan, che parlando sull’Air Force One in volo con Biden verso il vertice Asean in Cambogia, ha rimesso i puntini sulle i: “Ho visto articoli sul fatto che staremmo premendo su Kiev affinché negozi, e vorrei chiarire quattro elementi fondamentali di consenso nel governo americano. Primo, il presidente ha detto che spetta all'Ucraina decidere quando e come negoziare. Non li metteremo sotto pressione, non detteremo loro cosa fare. Secondo, crediamo in una pace giusta, basata sui principi di sovranità e integrità territoriale, radicati nella Carta delle Nazioni Unite. Terzo, la Russia sta rilanciando la sua "annessione". Non è esattamente un segno di serietà nel trattare. Quarto, l'approccio degli Stati Uniti rimane oggi lo stesso di sei mesi fa, ovvero faremo tutto il possibile per mettere l'Ucraina nella migliore posizione possibile sul campo di battaglia in modo che, quando deciderà di procedere, si troverà nella migliore posizione possibile al tavolo dei negoziati”. Questo in pubblico. Invece in privato, secondo il Wall Street Journal, durante la visita a Kiev del 4 novembre scorso Sullivan ha consigliato a Zelensky di mostrarsi aperto al negoziato, perché ciò gli dà più leva politica, e iniziare a considerare richieste realistiche per la trattativa, inclusa la rivalutazione dell’obiettivo di riprendere la Crimea.
Il vertice di Bali
Così si è arrivati al vertice del 14 novembre a Bali tra Biden e il rivale cinese Xi, che tra i vari scopi aveva anche quello di convincere la Cina a decidere finalmente di mobilitarsi, per mettere fine a questo conflitto che ormai danneggia i suoi interessi sotto troppi punti di vista. Fin dalla mattina, presentando bilaterale, due alti funzionari della Casa Bianca avevano lodato la professionalità con cui i colleghi cinesi lo avevano preparato, sottolineando che "Pechino e Mosca continueranno pure la loro alleanza, però da parte della Cina c’è disagio per le dichiarazioni irresponsabili della Russia riguardo l’uso delle armi nucleari in Ucraina, insieme a sorpresa e imbarazzo per la condotta delle sue forze militari".
Dopo tre ore e mezza di colloquio, Biden aveva incontrato i giornalisti al seguito della Casa Bianca per dire che sull’Ucraina "abbiamo riaffermato la nostra convinzione condivisa che la minaccia dell’uso di armi nucleari è totalmente inaccettabile". La versione di Pechino per la verità non confermava questa presa di posizione, ma proprio nelle stesse ore il capo della Cia Burns aveva incontrato ad Ankara la sua controparte russa Naryshkin per lanciare lo stesso avvertimento. E forse iniziare a porre le basi del negoziato, nonostante Washington abbia dichiarato che la sua missione era stata concordata con Kiev e aveva solo l’obiettivo specifico di rilanciare l’ammonimento sulle atomiche.
Biden non aveva accennato alla richiesta che Xi facesse pressione su Putin per cercare una soluzione diplomatica al conflitto, ed aveva esaltato il successo degli ucraini a Kherson, ribadendo che "si negozierà solo quando e come loro vorranno. Resta da vedere l’esito finale, ma di sicuro la Russia non occuperà l’Ucraina come intendeva all’inizio". Poco prima però il presidente francese Macron aveva visto il leader di Pechino, e come nel gioco del poliziotto buono e quello cattivo, lo aveva esortato esplicitamente ad usare la sua influenza sul capo del Cremlino "nell’interesse stesso della Cina".
Isolare la Russia
Durante il G20, un alto funzionario della Casa Bianca ci ha spiegato che l’obiettivo era isolare la Russia e condannare la sua aggressione dell’Ucraina, concentrando l’attenzione in particolare su due punti: "Primo, la sofferenza che Mosca sta infliggendo a tutto il mondo con la sua guerra, che è la causa principale dell’instabilità economica globale, l’inflazione, l’emergenza alimentare e quella energetica; secondo, consolidare il consenso per intraprendere azioni concrete allo scopo di risolvere questi problemi", come il tetto al prezzo del petrolio e gli interventi per alleviare il peso del debito sui paesi più colpiti. Un chiaro tentativo non solo di consolidare l’alleanza anti Putin, ma anche di strizzare l’occhio alle nazioni in via di sviluppo e quelle emergenti, su cui puntano Cina e Russia allo scopo di creare una coalizione anti occidentale. La sfida dunque resta aperta. Washington continua a sostenere Kiev sul piano militare, per aiutarla però ad arrivare nelle migliori condizioni possibili ad una soluzione diplomatica. Ma la partita è assai più grande del destino dell’Ucraina, e deciderà gli equilibri geopolitici di questo secolo.