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Brasile, l'asse Bolsonaro-Trump rilancia la destra sconfitta da Lula

Eduardo, il figlio dell'ex presidente brasiliano, vola negli Stati Uniti dopo la sconfitta del padre per incontrare Donald Trump a Mar-a-Lago. È lui il coordinatore brasiliano della destra mondiale
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LIMA - La grande destra non resta a guardare in questa parte del globo. Reagisce e si interroga sulla serie di sconfitte che ha incassato negli ultimi anni. Fernández in Argentina, Boric in Cile, il ritorno del Mas di Morales in Bolivia; e poi Petro in Colombia che ha portato per la prima volta la sinistra al potere; quindi Castillo in Perú, sebbene travolto dalla corruzione. Infine, Lula. La vera sorpresa. Un vero terremoto, "uno degli eventi politici più importanti al mondo", come lo definisce Steve Bannon. 

Jair Bolsonaro e il presidente del Partito Liberale propongono il ricorso. Dicono che i risultati sono fraudolenti, che le urne elettroniche hanno mostrato "chiare incongruenze". Mettono in dubbio il sistema, chiedono l'annullamento del voto. Ma non offrono prove concrete. Il presidente del Tribunale Superiore Elettorale, Alexandre de Moraes, concede 24 ore per trovare appigli validi. Poi, davanti al nulla, boccia il ricorso e i…

LIMA - La grande destra non resta a guardare in questa parte del globo. Reagisce e si interroga sulla serie di sconfitte che ha incassato negli ultimi anni. Fernández in Argentina, Boric in Cile, il ritorno del Mas di Morales in Bolivia; e poi Petro in Colombia che ha portato per la prima volta la sinistra al potere; quindi Castillo in Perú, sebbene travolto dalla corruzione. Infine, Lula. La vera sorpresa. Un vero terremoto, "uno degli eventi politici più importanti al mondo", come lo definisce Steve Bannon. 

Jair Bolsonaro e il presidente del Partito Liberale propongono il ricorso. Dicono che i risultati sono fraudolenti, che le urne elettroniche hanno mostrato "chiare incongruenze". Mettono in dubbio il sistema, chiedono l'annullamento del voto. Ma non offrono prove concrete. Il presidente del Tribunale Superiore Elettorale, Alexandre de Moraes, concede 24 ore per trovare appigli validi. Poi, davanti al nulla, boccia il ricorso e infligge alla coppia una dura rampogna: "Esiste una palese malafede", scrive, "nella richiesta che appare bizzarra e illecita, offensiva dello stato di diritto con lo scopo di incoraggiare attività criminali e movimenti antidemocratici". L'ennesimo tentativo di azzerare la vittoria di Lula va a vuoto. L'ex capitano e il presidente del suo partito si beccano anche una maximulta di 4 milioni di dollari per "contenzioso in malafede". Un disastro. Prevedibile. Perché sono in molti ad aver consigliato male Jair e i suoi alleati.

Il Washington Post racconta che mentre il grande sconfitto si lecca le ferite chiuso nel Palazzo de l'Alvorada, il figlio Eduardo vola negli Usa e incontra Donald Trump nella sua residenza a Mar-a-Lago in Florida. Non era la prima volta che il senatore brasiliano eletto con il più alto numero di voti nella storia del Paese correva dal suo idolo per trovare le risposte ai dubbi che assalivano il padre. Il 6 gennaio del 2021, poche ore prima dell'assalto a Capitol Hill, parlava con il presidente sconfitto che non si rassegnava alla vittoria di Joe Biden. Una visita privata, scoperta da una giornalista di Folha de S.Paulo; si chiese cosa si fossero detti i due oltre a sollevare interrogativi sulla coincidenza di un incontro nell'imminenza di un'incursione nel simbolo del potere che avrebbe scosso tutto il mondo. 

Il nuovo incontro avviene il 30 ottobre. I siti e i media internazionali hanno già decretato la vittoria, di misura, di Inácio Lula da Silva. Eduardo prende la situazione in mano. Fa quello che ha sempre fatto: è il coordinatore brasiliano della destra mondiale. Da Bush ci sono i consiglieri più fedeli, con loro si consulta su cosa fare rispetto al verdetto di Brasilia. Fate come noi, gli suggeriscono: contestatelo, presentate un ricorso. Il terzogenito dell'ex capitano ascolta, annuisce, riflette. Prende un altro aereo, atterra in Arizona. Raggiunge Steve Bannon che è impegnato nella campagna per l'elezione a governatore di Kari Lake. L'ex guru di Trump ed esponente di spicco dell'internazionale nera gli dice subito di appoggiare le migliaia di persone accampate davanti alle caserme. Conia un titolo per simboleggiare il momento che vive il grande Paese sudamericano. "BrazilianSpring", primavera brasiliana, che getta con un hasthag nel pozzo dei social. "Guarda quella gente radunata davanti alle caserme", dice a Bolsonaro figlio. "Dovete sostenerla, dovete appoggiare i blocchi stradali, dovete reagire". 

Il senatore è risollevato ma anche perplesso. Sa di essere nel mirino della magistratura, come suo padre e gli altri due fratelli. Il vero nemico, l'alto consigliere del Tribunale Supremo Federale Alexander de Moraes, è stato l'unico alfiere a difesa della libertà negli ultimi quattro mesi turbolenti della campagna. Ha osservato da vicino i social e il web; ha censurato la valanga di bufale pubblicate; ha imposto ai gestori e ai giganti della rete di rimuovere foto, video e post palesemente falsi. È stato inflessibile ed equilibrato: ha colpito a destra ma anche a sinistra quando gli uomini di Lula si sono fatti prendere la mano inondando il web di leggende e assurde fantasie sui loro avversari. È stato de Moraes ha annunciare ufficialmente la vittoria di Lula. Era il presidente del Tribunale Superiore Elettorale. Adesso ha bocciato il ricorso dicendo che l'obiettivo "era disgregare lo stesso regime democratico brasiliano". 

Eduardo Bolsonaro raggiunge Jason Miller, ex portavoce della campagna di Trump, oggi ceo della social media Gettr. Con lui affronta il tema delle censure sulla rete, di Twitter che anche in Brasile ha sospeso l'account di famiglia. Della libertà di parola. Miller è sensibile, come lo è un vasto pubblico americano, soprattutto tra la destra sovranista. Il figlio dell'ex capitano racconta quanto accade tra le fila dei sostenitori di Bolsonaro: una resa dei conti interna con molti esponenti della vecchia guardia, anche generali, che hanno preso il largo e sono stati eletti governatori. Il capo della Gettr insiste e come Bannon dice al giovane Bolsonaro di puntare sulla piazza. E poi ricorda: "Adesso avete il Congresso in mano, siete la maggioranza, potete riscattarvi". Il film brasiliano si sovrappone a quello statunitense. Sembra di rivivere quegli stessi giorni che precedettero l'incursione al Campidoglio. "Il movimento", afferma Steve Bannon al Washington Post, "è andato oltre Bolsonaro, come negli Usa è andato oltre Trump. Bolsonaro non si è misurato con Lula ma con il Tribunale Superiore Federale".

La deputata Carla Zambelli, la donna con la pistola puntata in faccia a un uomo di colore inseguito fino all'interno di un bar, vola anche lei negli Usa. Si è vista bloccare il suo account su Twitter e su Instagram. Ha perso 10 milioni di follower e se ne lamenta. Chiede un intervento delle grandi piattaforme, si rivolge alle Corte dei Diritti umani della Osa. "In ballo c'è la libertà di espressione in Brasile", sostiene. Anche nei suoi confronti ha agito il consigliere de Moraes. La fedelissima di Bolsonaro ama sfoggiare la sua pistola, che porta nella borsetta. Girare armati era vietato in quei giorni di vigilia del voto. Lei si è coperta come parlamentare e non si è fatta scrupolo a rincorrere per strada, pistola in pugno, l'uomo che diceva l'avesse insultata. Sarebbe bastato pochissimo per scatenare un inferno con quarantamila persone che sfilavano a poche centinaia di metri nell'ultima manifestazione di sostegno a Lula. 

La destra alza la testa e riprende fiato. A metà novembre Eduardo Bolsonaro, sulla strada verso il Brasile, si è affacciato alla Conservative Action Political Conference di Città del Messico. C'erano tutti. Da José Antonio Kast, l'estremista sconfitto da Boric in Cile, a Javier Milei, astro nascente della destra messicana, a Santiago Abascal di Vox Spagna. Bannon si è collegato in diretta: "È il momento di reagire, scendere in piazza, riprendersi il potere".