Brexit, la grande fuga dei medici europei. E la sanità britannica ora è in crisi
dal nostro corrispondente Antonello Guerrera , dal nostro corrispondente Antonello GuerreraLONDRA - La Brexit continua a far discutere oltremanica. L’ultima notizia riguarda la fuga di medici europei, visto che in oltre 4mila hanno deciso di lasciare o non trasferirsi nel Regno Unito dopo il referendum del 2016, e dunque non lavorare per la “Nhs”. Ossia, la gloriosa sanità britannica, un tempo modello europeo e oggi esempio negativo, per la sua carenza di personale e le lunghe liste di attesa che si trascinano dall’uscita dalla fase emergenziale della pandemia. Tanto che oggi si stimano 10.582 posti vacanti per medici nella sanità pubblica britannica.
Lo studio del Nuffield Trust
Lavori che potrebbero essere c…
LONDRA - La Brexit continua a far discutere oltremanica. L’ultima notizia riguarda la fuga di medici europei, visto che in oltre 4mila hanno deciso di lasciare o non trasferirsi nel Regno Unito dopo il referendum del 2016, e dunque non lavorare per la “Nhs”. Ossia, la gloriosa sanità britannica, un tempo modello europeo e oggi esempio negativo, per la sua carenza di personale e le lunghe liste di attesa che si trascinano dall’uscita dalla fase emergenziale della pandemia. Tanto che oggi si stimano 10.582 posti vacanti per medici nella sanità pubblica britannica.
Lo studio del Nuffield Trust
Lavori che potrebbero essere colmati, almeno per circa metà, dagli europei. Non è così, perché sono 4.285 i dottori che, dopo la Brexit, hanno abbandonato o che hanno snobbato negli ultimi anni la Nhs, secondo uno studio del think tank Nuffield Trust, pubblicato oggi in esclusiva dal Guardian. Questo su un totale di 37.035 medici europei che tuttora lavorano per la sanità pubblica. Una carenza decisiva, quella dei professionisti Ue, perché si concentra in settori cruciali come anestesia, pediatria, cardiologia e patologie polmonari. “Molte operazioni”, si legge nello studio del think tank, “non sono andate avanti perché mancavano anestesisti”, per la precisione 394 europei.
Cercansi infermieri
Non solo. Anche il numero di infermieri europei è nettamente inferiore rispetto alle stime pre-Brexit, “di almeno 58mila unità”, secondo lo stima di Nuffield Trust. Perché molti hanno deciso di abbandonare il Regno Unito dopo il Covid e quelli che invece volevano trasferirsi negli ultimi anni sono stati spesso scoraggiati dalle nuove norme migratorie e da visti complicati da ottenere. Non a caso, nel Paese ci sono 1,3 milioni di posti di lavoro vacanti complessivamente, secondo le ultime stime, nonostante una disoccupazione al 3,8%. Segno che diversi impieghi sono difficili da colmare senza la libera circolazione degli europei, almeno al momento.
Cresce il personale extra-Ue
Se però gli europei scappano, nel Regno Unito crescono gli arrivi di migranti extra-Ue. È un trend già visto con i dati sull’immigrazione pubblicati la scorsa settimana, che hanno fatto segnare la cifra di oltre 500mila persone arrivate oltremanica (migrazione netta), il record di sempre nonostante la Brexit e la fine della libera circolazione europea. Un dato però gonfiato dall’accoglienza di oltre 100mila rifugiati ucraini, afghani e di Hong Kong e dal picco di studenti, soprattutto non-Ue, dopo lo stop legato al Covid. Questa tendenza, però, si riflette anche nella sanità britannica. Se nella Nhs i lavoratori asiatici erano il 4% nel 2016, ora sono il 7,2%. Se gli africani erano l’1,8% ora sono il 3,1%. Mentre gli europei, se nel 2009 erano il 2,9% e nel 2017 il 5,6%, oggi sono scesi al 5,3%, in netta controtendenza.