Cina, le donne alla guida delle proteste: "Siamo in prima linea come in Iran”
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO - È stata una studentessa domenica mattina davanti alla mensa all'interno del campus della prestigiosa Università Tsinghua di Pechino (lo stesso ateneo dove si laureò anche il segretario generale comunista Xi Jinping) a far partire la protesta tenendo in mano un foglio completamente bianco. Soltanto qualche minuto più tardi anche il resto dei compagni si è unito a lei. Ed è stata una giovane madre la scorsa notte non lontano dal fiume Liangma, nella capitale cinese, a tenere uno dei discorsi più appassionati di queste proteste che stanno scuotendo il Dragone. Sono loro, le donne, ad essere in prima linea.
PECHINO - È stata una studentessa domenica mattina davanti alla mensa all'interno del campus della prestigiosa Università Tsinghua di Pechino (lo stesso ateneo dove si laureò anche il segretario generale comunista Xi Jinping) a far partire la protesta tenendo in mano un foglio completamente bianco. Soltanto qualche minuto più tardi anche il resto dei compagni si è unito a lei. Ed è stata una giovane madre la scorsa notte non lontano dal fiume Liangma, nella capitale cinese, a tenere uno dei discorsi più appassionati di queste proteste che stanno scuotendo il Dragone. Sono loro, le donne, ad essere in prima linea.
In un Paese dove devono ancora spesso lottare contro le discriminazioni sul luogo di lavoro, le violenze e le molestie, sono le più determinate a dire basta alle restrizioni che da quasi tre anni soffocano la Cina.
"Sono scesa in strada a Shanghai perché le manifestazioni mi hanno ricordato quelle che avevo visto a Hong Kong tre anni fa e, più recentemente, quelle in Iran", racconta a Bloomberg Li, una ragazza che preferisce usare un nome di fantasia.
Proprio da Shanghai uno dei numerosi video circolati su Twitter in questi giorni fa riferimento al coraggio delle ragazze che manifestano a Teheran. Un gruppo di ragazze e ragazzi solidarizza con loro. "No alla dittatura, vogliamo la democrazia. Non abbiamo bisogno di un dittatore, vogliamo il diritto di voto. Siamo con il popolo dello Xinjiang. Siamo con le donne dell'Iran", si sente cantare nel filmato.
Con queste parole l'altra sera a Pechino una ragazza ha voluto ricordare le ultime tragedie legate ad un'applicazione di una strategia che punta ad eliminare il virus e che invece sta causando sempre più vittime collaterali: "Ricordate l'autobus capovolto nelle prime ore del mattino. Ricordate il crollo dell'hotel. Ricordate la donna incinta che ha avuto un aborto spontaneo davanti all'ospedale. Ricordate l'infermiera di Shanghai che è morta dopo essersi vista rifiutare le cure dal suo stesso ospedale. Ricordate il bambino di tre anni a Lanzhou. Ricordate le grida disperate dell'incendio di Urumqi. Ricordate tutto".
Provano molta rabbia e dolore le giovani cinesi, racconta alla Bbc Feng Yuan, cofondatrice dell'Ong pechinese Equality. "Dal caso della madre di otto figli incatenata a Xuzhou alle donne aggredite nel ristorante di Tangshan, le donne sono state messe a tacere ogni volta che hanno voluto parlare", dice. Ora si fanno avanti, in prima linea.