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Ucraina, i paletti del Vaticano per una mediazione che ponga fine alla guerra

(ansa)
Il precedente della svolta negli accordi tra Stati Uniti e Cuba nel 2014, quando gli emissari di Barack Obama e Raul Castro si incontrarono alla Santa Sede per finalizzare l'accordo. C'è la disponibilità ma servono proposte chiare e formali dalle due parti
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La Santa Sede "è sempre desiderosa di mediare" per porre fine alla guerra in Ucraina. L'assicurazione, ripetuta ancora in questi giorni da papa Francesco, non risponde a un generico desiderio di pace, ma segue un preciso disegno politico, ha dei paletti, e un precedente. Quando gli uomini del Papa parlano di mediazione, infatti, hanno in mente un distinto retropensiero: Cuba.  

Non solo l'appello per la pace che Giovanni XXIII lanciò nel 1962 per fermare l'escalation nucleare innescata dai missili russi sull'isola caraibica, quanto la svolta nei rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba nel 2014. L'accordo finale venne vergato in Vaticano, dove si erano dati appuntamento le due squadre di emissari di Barack Obama e Raul Castro al riparo dagli occhi indiscreti di Washington o dell'Havana.

La Santa Sede "è sempre desiderosa di mediare" per porre fine alla guerra in Ucraina. L'assicurazione, ripetuta ancora in questi giorni da papa Francesco, non risponde a un generico desiderio di pace, ma segue un preciso disegno politico, ha dei paletti, e un precedente. Quando gli uomini del Papa parlano di mediazione, infatti, hanno in mente un distinto retropensiero: Cuba.  

Non solo l'appello per la pace che Giovanni XXIII lanciò nel 1962 per fermare l'escalation nucleare innescata dai missili russi sull'isola caraibica, quanto la svolta nei rapporti tra gli Stati Uniti e Cuba nel 2014. L'accordo finale venne vergato in Vaticano, dove si erano dati appuntamento le due squadre di emissari di Barack Obama e Raul Castro al riparo dagli occhi indiscreti di Washington o dell'Havana.

La mediazione su Cuba

Come hanno ricostruito due studiosi statunitensi nel libro Back channel to Cuba, William Leogrande e Peter Kombluh, entrambe le parti desideravano porre fine a 70 anni di inimicizia, ma nessuno voleva fare il primo passo. Problema politico ma anche psicologico: come fare concessioni senza apparire deboli? E senza essere sbranati dagli oppositori interni? Ed ecco che spunta la figura perfetta, il primo Papa latino-americano della storia, autorità morale globale, senza interessi diretti, honest broker capace di rischiare, e fare la differenza.

Grazie ad una rete di abili mediatori, primo tra tutti il suo amico Jaime Ortega, arcivescovo dell'Havana, e poi i suoi più stretti collaboratori, il Segretario di Stato Pietro Parolin e il "ministro degli esteri" Paul Richard Gallagher, Bergoglio fece recapitare un doppio invito parallelo, alla Casa bianca e al Palazzo della rivoluzione, e i due "intimi avversari" divennero "possibili amici". Fu una svolta storica, e venne cesellata nel Palazzo apostolico.  

La strada impervia per la pace in Ucraina

Da dove ora guardano con cautela alle voci di una mediazione vaticana per l'Ucraina. O meglio, la Santa Sede è disponibile, lo ha fatto presente ripetutamente, ma è altresì consapevole che la strada è impervia. E può essere percorsa solo ad alcune condizioni, che sono quelle che si realizzarono per il dossier cubano.  

Primo, la domanda deve partire dalle due parti, sia da Mosca che da Kyiv: non è il Vaticano che può prendere l'iniziativa di negoziare una pace che ha innumerevoli e complesse variabili geopolitiche e militari. Secondo, la richiesta deve essere sinceramente tesa a raggiungere la pace. Le profferte provenienti da Mosca vengono guardate con una punta di scetticismo, così come viene osservata con apprensione la chiusura degli uomini di Zelensky a ogni negoziato.

Il Vaticano è disposto a esporsi, anche a rischiare, ma non a svolgere il ruolo di utile idiota in un gioco diplomatico di specchi. Terzo, non bastano le dichiarazioni estemporanee di un portavoce del Cremlino: come spiega una qualificata fonte vaticana, sono necessarie "proposte chiare e formali". Provenienti dal ministero degli Esteri o dalle rispettive ambasciate. Impegnative per chi le formula. Se a Cuba un ruolo cruciale lo ebbero figure come il cardinale dell'Havana, infine, non è scontato che adesso possibili comprimari, a partire dal patriarca di Mosca, desiderino vedere un coinvolgimento di Roma nella soluzione della crisi. La diplomazia papale, ad ogni modo, non ha mai chiuso la porta a Kirill e al suo "ministro degli Esteri", il metropolita Antonio. 

Empatia e miracoli

Se queste condizioni si materializzassero, Jorge Mario Bergoglio non esiterebbe. È un politico navigato, oltre che un uomo di preghiera. Nel corso dei mesi la sua speranza di convincere Vladimir Putin è andata scemando, l'orrore per le stragi è aumentata, il suo linguaggio ha assunto una curvatura più critica nei confronti della Russia. Ma non rinuncia, da mesi, ad utilizzare parole che possono suonare, a Mosca come a Kyiv, come segnali di comprensione: quando dice che la Nato ha "abbaiato" alle porte della Russia, o quando commemora il genocidio ucraino voluto da Stalin, Holodomor.

Sa che l'empatia è la base di ogni possibile mediazione. Se intravedesse uno spiraglio per incidere sulla pace si esporrebbe. Ma non vuole neppure fare passi falsi. Come ha detto il cardinale Parolin, per la pace è quasi necessario un miracolo. Molto difficile: ma in Vaticano sono adusi a non escludere i miracoli.