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Cina, morto a 96 anni l'ex presidente Jiang Zemin

Il leader cinese, che seppe far uscire il Paese dall'isolamento diplomatico nell'era post-Tiananmen, è deceduto oggi a Shanghai alle 12.13 (ora locale) a causa della leucemia
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PECHINO - L'ex presidente cinese Jiang Zemin è morto. Aveva 96 anni. A darne notizia i media ufficiali di Pechino. Jiang, nato a Yangzhou nel 1926, è morto di leucemia alle 12.13 di oggi a Shanghai. Dal 2019 non si vedeva in pubblico, quando prese parte alle celebrazioni del 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare cinese.

Arrivò ai vertici del partito dopo il massacro di Piazza Tiananmen del 1989. Dopo la strage degli studenti di Pechino, Jiang seppe far uscire la Cina dall'isolamento diplomatico in cui era piombata, ricucendo i rapporti con gli Stati Uniti e guidando un boom economico senza precedenti: fu il leader comunista che seppe rimettere il Dragone al centro della scena mondiale. Con lui la Cina divenne una grande potenza manifatturiera e un rivale economico in ascesa per il resto del mondo.

La rabbia delle piazze cinesi

La morte di Jiang arriva in un momento in cui la Cina affronta un'esplosione di rabbia come n…

PECHINO - L'ex presidente cinese Jiang Zemin è morto. Aveva 96 anni. A darne notizia i media ufficiali di Pechino. Jiang, nato a Yangzhou nel 1926, è morto di leucemia alle 12.13 di oggi a Shanghai. Dal 2019 non si vedeva in pubblico, quando prese parte alle celebrazioni del 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare cinese.

Arrivò ai vertici del partito dopo il massacro di Piazza Tiananmen del 1989. Dopo la strage degli studenti di Pechino, Jiang seppe far uscire la Cina dall'isolamento diplomatico in cui era piombata, ricucendo i rapporti con gli Stati Uniti e guidando un boom economico senza precedenti: fu il leader comunista che seppe rimettere il Dragone al centro della scena mondiale. Con lui la Cina divenne una grande potenza manifatturiera e un rivale economico in ascesa per il resto del mondo.

La rabbia delle piazze cinesi

La morte di Jiang arriva in un momento in cui la Cina affronta un'esplosione di rabbia come non si vedeva da decenni. "Non mi sorprenderebbe se la morte di Jiang Zemin, che impersonava una Cina diversa in patria e all'estero, diventasse un motivo di richiamo per le attuali proteste anti-Xi contro il Covid, proprio come la morte del riformista Hu Yaobang nel 1989 ispirò le proteste che culminarono in piazza Tiananmen", scrive Richard N. Haass, presidente del Council on Foreign Relations.

Ex dirigente di una fabbrica di sapone, Jiang si iscrisse al Partito comunista nel 1946 a Shanghai, dove ha studiato ingegneria elettrica e imparato l'inglese. "Il suo primo lavoro è stato quello di tecnico per un'azienda fondata da investitori americani che produceva il gelato Pretty Girl e altri prodotti surgelati", ricorda lo storico corrispondente del New York Times Chris Buckley. Come molti suoi futuri compagni di Partito, anche Jiang venne spedito in campagna durante la Rivoluzione Culturale maoista.

Al fianco di Deng Xiaoping

Divenne sindaco di Shanghai nella seconda metà degli anni Ottanta. Nell'89 fu chiamato dall'allora leader Deng Xiaoping per riunire il Partito e la nazione. Succedette a Zhao Ziyang, fatto fuori da Deng per la sua linea dialogante con i manifestanti di Tiananmen: Zhao rimase gli arresti domiciliari fino alla sua morte, nel 2005.

In molti dentro al Partito credevano all'epoca che l'arrivo a Pechino di Jiang nell'89 sarebbe stato un periodo breve e insignificante. Non fu così.

Jiang ha ricoperto la carica di segretario generale del Pcc fino al 2002, quando ha lasciato il posto a Hu Jintao: la prima successione di potere avvenuta in modo "ordinato" dell'era comunista. Jiang rimase presidente della Repubblica fino al 2003 e Capo delle forze armate fino al 2004. Continuò però a mantenere dentro al Partito una fortissima influenza anche negli anni a seguire, a capo della cosiddetta "cricca di Shanghai", dietro le quinte, anche sulla scelta dell'attuale leader cinese Xi.

La teoria delle "Tre rappresentanze"

La sua Teoria, quella delle Tre Rappresentanze, inserita nella Costituzione, ha contribuito a plasmare la Cina moderna. Si trattava di un invito al Pcc a non rappresentare soltanto la classe operaia, ma anche quelle classi che un tempo considerava come oppressori: i ricchi imprenditori e la borghesia.

Jiang fu il leader di molte prime volte: primo alto dirigente a non aver combattuto nella rivoluzione comunista di Mao Zedong. Portò la Cina dentro l'Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Quattro anni prima, nel 1997, fu lui che il primo luglio stringeva la mano all'allora principe Carlo d'Inghilterra e riportava Hong Kong sotto il controllo cinese dopo oltre un secolo di colonizzazione britannica. Con lui al timone la Cina si aggiudicò pure le Olimpiadi del 2008.

Nonostante le aperture all'esterno, durante l'era di Jiang il dissenso interno continuò ad essere represso: ha fatto imprigionare attivisti per i diritti umani, per il lavoro e per la democrazia, e nel 1999 ha bandito il movimento spirituale Falun Gong, facendo arrestare migliaia di seguaci del gruppo. Sotto la sua leadership aumentarono anche le proteste interne, soprattutto degli agricoltori, e la corruzione dentro al Partito cresceva. Il divario di ricchezza tra i cinesi si ampliava.

La passione per la musica

Più estroverso dei suoi successori - Hu Jintao e Xi Jinping - amava suonare il pianoforte e cantare. Durante una visita in Gran Bretagna, cercò perfino di convincere la regina Elisabetta II a cantare al karaoke. In un vertice internazionale nelle Filippine, nel 1996, si lanciò nella sua versione di Love Me Tender di Elvis Presley. Con Luciano Pavarotti, nel 2001, si esibì in un duetto improvvisato di "O Sole Mio" durante un pranzo.

Celebri pure le immagini delle sue nuotate al largo delle coste hawaiane. I suoi grandi occhialoni scuri e il suo aspetto fisico lo rendevano perfetto per delle caricature: il "rospo" come lo chiamano affettuosamente molti cinesi. Due anni prima di lasciare la carica di segretario generale si fece intervistare da Mike Wallace per "60 Minutes", il programma della Cbs: nessun leader cinese dopo di lui ha mai fatto una cosa del genere. All'epoca, pare, non avesse voluto nemmeno vedere le domande in anteprima.