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Proteste in Iran, Trita Parsi: "Minacciano il regime ma attenzione alle influenze esterne"

Parla il politologo e vice presidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft. "Non ho mai sentito parlare così tanto di guerra civile"
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NEW YORK - "Le proteste in Iran sono autentiche e minacciano la sopravvivenza del regime, perché contestano la sua esistenza. Però bisogna fare attenzione alle influenze esterne che spingono verso il conflitto e la guerra civile, perché fanno il gioco della repressione". È l'avvertimento di Trita Parsi, vice presidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Come sono nate le manifestazioni?
"La gente è esausta per la repressione del regime, che usa due pesi e due misure, perché la polizia morale non si sarebbe mai azzardata a molestare una ragazza come Mahsa nei quartieri più ricchi di Teheran legati al governo. La cosa affascinante però è che queste proteste sono guidate dai giovani, che non credono più alla possibilità di riformare il regime".

Quanto è profonda ora la contestazione nella società?
"Si è allargata subito, ma siccome questa gen…

NEW YORK - "Le proteste in Iran sono autentiche e minacciano la sopravvivenza del regime, perché contestano la sua esistenza. Però bisogna fare attenzione alle influenze esterne che spingono verso il conflitto e la guerra civile, perché fanno il gioco della repressione". È l'avvertimento di Trita Parsi, vice presidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Come sono nate le manifestazioni?
"La gente è esausta per la repressione del regime, che usa due pesi e due misure, perché la polizia morale non si sarebbe mai azzardata a molestare una ragazza come Mahsa nei quartieri più ricchi di Teheran legati al governo. La cosa affascinante però è che queste proteste sono guidate dai giovani, che non credono più alla possibilità di riformare il regime".

Quanto è profonda ora la contestazione nella società?
"Si è allargata subito, ma siccome questa generazione non crede più alle riforme, gli slogan si sono indirizzati presto contro il regime e la dittatura. Vogliono un nuovo governo, invece di negoziare cambiamenti. Ciò rende la crisi molto più difficile per il regime, perché non riguarda un elemento specifico. Nel 2009 la gente si era mobilitata per le elezioni rubate, nel 2017 per l'economia. Ora sono contro l'esecutivo nel suo complesso".

Trita Parsi 
C'è un elemento etnico?
"Sì e no. Non ci sono prove che Mahsa sia stata uccisa perché era curda. È  il governo che vuole farne una questione etnica, perché così può usare l'arma del nazionalismo accusando i manifestanti di essere separatisti".

Questo rende la protesta più pericolosa?
"Assolutamente. Perché trascende etnia e religione, e nasce da un malcontento generale verso il regime".

Persino la squadra di calcio ai mondiali non ha cantato l'inno.
"Ciò dimostra quanto è radicata la rabbia. Ma c'è anche molta preoccupazione, da una parte per la repressione, e dall'altra perché non si vedono una leadership e una strategia della protesta, che portino verso una soluzione politica. Ciò rischia di provare solo caos e tensione. Poi ci sono elementi esterni che cercano di alimentare la polarizzazione, col rischio che diventi una situazione di guerra civile".

Perché la repressione è così feroce?
"Il regime pensa che se arretra la protesta vince, come era accaduto allo Scià. Ma è un errore, perché riducendo così tanto lo spazio politico, spinge la gente a pensare che l'unica opzione sia la rivoluzione".

Vede un rischio esistenziale per l'esecutivo?
"Non credo che cadrà in breve termine, ma esiste il pericolo di una polarizzazione della società che richiederà una generazione per essere sanata. Per settimane ad esempio c'è stata una campagna feroce contro la nazionale di calcio, ma così dividi il Paese, mentre la rivoluzione per avere successo dovrebbe adottare una strategia che unifica tutti dietro alle sue proposte. Può cadere il regime, ma così è difficile arrivare alla democratizzazione".

Teme il pericolo di una guerra civile?
"Non ho mai sentito parlarne così tanto".

C'è una differenza tra gli iraniani e la diaspora?
"Certo, molto significativa. In Iran gli slogan sono contro il regime e per la libertà; fuori sono per armare i curdi. Alcune di queste campagne sui social sono sponsorizzate dall'Arabia, gli Emirati, ed elementi esterni che sembrano favorire la guerra civile. Questo è un vantaggio per il regime".

Perché?
"Divide la protesta e aumenta il peso repressivo della Guardia rivoluzionaria. Guardate la Siria: il paese è distrutto, ma Assad è ancora al potere".

Cosa dovrebbe fare l'Occidente?
"Trovare il modo di difendere i diritti umani e civili, ma senza contribuire a trasformare la protesta in guerra civile. Nell'interesse della stessa Europa, che in questo momento non potrebbe gestire l'arrivo di un paio di milioni di rifugiati".

L'accordo nucleare Jcpoa è morto?
"Capisco la manovra politica di dire che non può essere rinnovato ora, ma intanto l'Iran arricchisce l'uranio al 60% e va avanti. Bisogna tenere la questione atomica separata dalle proteste, e se il Jcpoa è finito, lavorare ad un piano alternativo".