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Apple e la nuova via dell’iPhone: meno Cina, più India e Vietnam

(afp)
Dopo il calo di produzione dovuto alla strategia cinese dello zero Covid, Tim Cook ha deciso di guardare altrove. Il Vietnam e l'India sarebbero le principali candidate per questa transizione produttiva
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NEW YORK - Via dalla Cina. La Apple accelera il trasferimento della realizzazione dei suoi prodotti, soprattutto verso India e Vietnam, dopo le proteste contro le misure anti Covid che hanno paralizzato fabbriche cruciali come quella di Zhengzhou. Lo rivela il Wall Street Journal, confermando voci che ormai circolavano da tempo, e non solo per gli effetti della pandemia.

La compagnia di Cupertino, insieme a molte altre nella Silicon Valley e non solo, aveva scelto da tempo la Repubblica popolare come principale centro di produzione per diversi motivi, tra cui la preparazione della forza lavoro, la stabilità politica, l’ampiezza del mercato locale, e naturalmente anche i salari assai più bassi di quelli americani. Perciò si era affidata in particolare alla taiwanese Foxconn, che a Zhengzhou ha fondato una “iPhone City” dove vivono a lavorano circa 300.000 dipendenti. Al picco della sua operatività, questo mega stabilimento era arrivato a r…

NEW YORK - Via dalla Cina. La Apple accelera il trasferimento della realizzazione dei suoi prodotti, soprattutto verso India e Vietnam, dopo le proteste contro le misure anti Covid che hanno paralizzato fabbriche cruciali come quella di Zhengzhou. Lo rivela il Wall Street Journal, confermando voci che ormai circolavano da tempo, e non solo per gli effetti della pandemia.

La compagnia di Cupertino, insieme a molte altre nella Silicon Valley e non solo, aveva scelto da tempo la Repubblica popolare come principale centro di produzione per diversi motivi, tra cui la preparazione della forza lavoro, la stabilità politica, l’ampiezza del mercato locale, e naturalmente anche i salari assai più bassi di quelli americani. Perciò si era affidata in particolare alla taiwanese Foxconn, che a Zhengzhou ha fondato una “iPhone City” dove vivono a lavorano circa 300.000 dipendenti. Al picco della sua operatività, questo mega stabilimento era arrivato a realizzare l’85% degli iPhone Pro.

La Apple sapeva da tempo che una simile dipendenza dalla Cina era rischiosa, perché a nessuna azienda conviene di mettere tutte le sue uova dentro un paniere, ma non aveva fatto nulla per cambiare perché i vantaggi erano troppo significativi e i rischi tutto sommato limitati, mentre le alternative come quella indiana non erano altrettanto promettenti. Poi però è arrivato il Covid e ha cambiato tutto.

Come prima cosa, perché ha dimostrato la scarsa saggezza di concentrare la catena di approvvigionamento in un solo luogo, ma ora anche perché il sostanziale fallimento della politica adottata da Pechino per contenere la pandemia originata sul suo territorio sta compromettendo il lavoro. Per evitare i contagi e continuare la produzione, gli operai sono stati isolati nella fabbrica, dove mangiano e dormono. Molti sono scappati, soprattutto fra i giovani, perché ritengono che la paga da 5 dollari all’ora non valga i sacrifici richiesti.

A questo si sono aggiunte le proteste dei giorni scorsi, dove la fabbrica è stata quasi paralizzata dai manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente Xi. A novembre la sua funzionalità è scesa al 20% delle capacità, e nell’ultimo trimestre sono stati realizzati 10 milioni di iPhone in meno rispetto alle previsioni, generando lunghe file tra i clienti in attesa. A tutto questo, se non bastasse, si aggiungono le tensioni geopolitiche fra Usa, Cina e Taiwan, che oscurano ancora di più l’orizzonte.

Perciò, secondo il Wall Street Journal, la Apple ha deciso di cominciare la diversificazione, dentro la Repubblica popolare e fuori. All’interno punta su altre compagnie, come Luxshare e Wingtech, per compensare i problemi di Zhengzhou. All’esterno guarda all’India, per produrre tra il 40 e il 45% degli iPhone, e al Vietnam per altri gadget come AirPods, smatwatch e i computer laptop. Non sarà una transizione facile, ma ormai è partita.