Apple e la nuova via dell’iPhone: meno Cina, più India e Vietnam
dal nostro corrispondente Paolo Mastrolilli , dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - Via dalla Cina. La Apple accelera il trasferimento della realizzazione dei suoi prodotti, soprattutto verso India e Vietnam, dopo le proteste contro le misure anti Covid che hanno paralizzato fabbriche cruciali come quella di Zhengzhou. Lo rivela il Wall Street Journal, confermando voci che ormai circolavano da tempo, e non solo per gli effetti della pandemia.
La compagnia di Cupertino, insieme a molte altre nella Silicon Valley e non solo, aveva scelto da tempo la Repubblica popolare come principale centro di produzione per diversi motivi, tra cui la preparazione della forza lavoro, la stabilità politica, l’ampiezza del mercato locale, e naturalmente anche i salari assai più bassi di quelli americani. Perciò si era affidata in particolare alla taiwanese Foxconn, che a Zhengzhou ha fondato una “iPhone City” dove vivono a lavorano circa 300.000 dipendenti. Al picco della sua operatività, questo mega stabilimento era arrivato a r…
NEW YORK - Via dalla Cina. La Apple accelera il trasferimento della realizzazione dei suoi prodotti, soprattutto verso India e Vietnam, dopo le proteste contro le misure anti Covid che hanno paralizzato fabbriche cruciali come quella di Zhengzhou. Lo rivela il Wall Street Journal, confermando voci che ormai circolavano da tempo, e non solo per gli effetti della pandemia.
La compagnia di Cupertino, insieme a molte altre nella Silicon Valley e non solo, aveva scelto da tempo la Repubblica popolare come principale centro di produzione per diversi motivi, tra cui la preparazione della forza lavoro, la stabilità politica, l’ampiezza del mercato locale, e naturalmente anche i salari assai più bassi di quelli americani. Perciò si era affidata in particolare alla taiwanese Foxconn, che a Zhengzhou ha fondato una “iPhone City” dove vivono a lavorano circa 300.000 dipendenti. Al picco della sua operatività, questo mega stabilimento era arrivato a realizzare l’85% degli iPhone Pro.
Come prima cosa, perché ha dimostrato la scarsa saggezza di concentrare la catena di approvvigionamento in un solo luogo, ma ora anche perché il sostanziale fallimento della politica adottata da Pechino per contenere la pandemia originata sul suo territorio sta compromettendo il lavoro. Per evitare i contagi e continuare la produzione, gli operai sono stati isolati nella fabbrica, dove mangiano e dormono. Molti sono scappati, soprattutto fra i giovani, perché ritengono che la paga da 5 dollari all’ora non valga i sacrifici richiesti.
A questo si sono aggiunte le proteste dei giorni scorsi, dove la fabbrica è stata quasi paralizzata dai manifestanti che chiedevano le dimissioni del presidente Xi. A novembre la sua funzionalità è scesa al 20% delle capacità, e nell’ultimo trimestre sono stati realizzati 10 milioni di iPhone in meno rispetto alle previsioni, generando lunghe file tra i clienti in attesa. A tutto questo, se non bastasse, si aggiungono le tensioni geopolitiche fra Usa, Cina e Taiwan, che oscurano ancora di più l’orizzonte.