(reuters)
È lunedì, su Teheran cade la prima neve e nonostante la “repressione brutale” gli universitari sono di nuovo in sciopero generale. Una chiamata nazionale, tre giorni di stop per fermare il Paese e costringere le autorità a fare un passo indietro. «Siamo terrorizzati, i campus ormai sono pieni di spie, moltissimi di noi sono stati arrestati, ma è per loro che stiamo scioperando», ci dice Reza, uno studente della Sharif, il politecnico più prestigioso dell’Iran. «Sono più di due mesi che ogni giorno un essere umano viene assassinato a pochi metri da noi, nella nostra città, nel nost…!-->!-->
(reuters)
È lunedì, su Teheran cade la prima neve e nonostante la “repressione brutale” gli universitari sono di nuovo in sciopero generale. Una chiamata nazionale, tre giorni di stop per fermare il Paese e costringere le autorità a fare un passo indietro. «Siamo terrorizzati, i campus ormai sono pieni di spie, moltissimi di noi sono stati arrestati, ma è per loro che stiamo scioperando», ci dice Reza, uno studente della Sharif, il politecnico più prestigioso dell’Iran. «Sono più di due mesi che ogni giorno un essere umano viene assassinato a pochi metri da noi, nella nostra città, nel nostro Paese, dal Kurdistan a Zahedan», si legge nella lettera fatta circolare nel fine settimana per invitare alla mobilitazione. «Ogni giorno ci troviamo di fronte a una marea di nuovi prigionieri politici. Protestiamo contro questa brutale repressione». Agli studenti si sono uniti anche molti commercianti e bazaari, soprattutto nelle città curde del Nord Ovest, ma anche a Teheran, nel gran bazaar, a Karaj, Mashhad, Tabriz, nell’elegante Isfahan, dove le botteghe che costeggiano la sontuosa Naqsh-6-jahan, la piazza patrimonio dell’Unesco nel centro della città, sono rimaste chiuse. La polizia ne sorvegliava gli ingressi, anche far uscire le immagini della serrata significa rischiare l’arresto.
Lo sciopero è stato convocato dall’unione degli studenti e da diverse organizzazioni sindacali, ma senza un coordinamento unico. Sminuendo la portata delle manifestazioni, i quotidiani governativi come Iran Newspaper hanno pubblicato video e foto di mercati aperti e pieni di clienti additando i manifestanti come “controrivoluzionari”. È difficile stimare quale sia stata la reale adesione allo sciopero, a causa della censura e per la mancanza di rilevazioni indipendenti. Le ong come Hengaw e Iran Human Right parlano tuttavia di più di 30 città coinvolte, un numero importante. Nelle scorse settimane alle proteste si erano uniti avvocati, medici, camionisti, una parte dei lavoratori a contratto di alcune raffinerie, gli operai dell’acciaio di Isfahan. Ma finora non c’è stata la massa critica capace di costringere il governo a un passo indietro o persino di determinare un cambiamento politico.
di Gabriella Colarusso, Paolo Mastrolilli, di Gabriella Colarusso, Paolo Mastrolilli
C’entra la repressione, con più di 450 morti, 18mila arresti, e la minaccia della pena di morte che incombe su almeno 20 manifestanti arrestati, tra cui il rapper voce delle manifestazioni Toomaj Salehi. Ieri i Guardiani della Rivoluzione hanno chiesto “nessuna pietà per i rivoltosi”, e il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei ha promesso che le condanne a morte verranno eseguite subito. Ma è cambiato anche il mondo del lavoro in Iran, come in Occidente: «I lavoratori sono meno organizzati rispetto al passato, sia a causa delle politiche antisindacali della Repubblica islamica sia a causa dell’espansione del settore privato che ha frammentato la forza lavoro», nota l’economista Esfandyar Batmanghelidj in un’analisi sulle proteste per Bourse and Bazaar. Gli iraniani sono più precari e licenziabili, dunque ricattabili, i risparmi sono finiti e i salari sempre più poveri: scioperare, per di più in un Paese dove lo Stato controlla anche il privato, è una scelta ad alto rischio. Ad alcune aziende sarebbe stato chiesto di pagare gli arretrati per convincere i lavoratori a non scioperare.
Nessuno sfugge alla repressione, nemmeno una leggenda come l’ex campione di calcio Ali Daei, rispettatissimo in Iran. Secondo l’agenzia di stampa semi ufficiale Isna le autorità hanno chiuso il suo ristorante e un negozio di gioielli di sua proprietà perché si è schierato a favore dello sciopero nazionale.