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L'appello di 70 donne afghane in Italia: "I talebani uccidono i feti femmina. Il mondo non può restare a guardare"

Le donne di Kabul visitano la "Afghanistan international exhibition" lo scorso 4 dicembre (afp)
Maria Grazia Mazzola, inviata speciale del Tg1, ha fondato la "Rete umanitaria della società civile" per aiutare le donne a fuggire dal paese controllato dai miliziani islamisti. In una conferenza stampa a Roma le testimonianze delle attiviste. 
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Al confine tra Afghanistan e Pakistan, a Torkham, i rifugiati afghani sono rimasti accalcati in un tunnel per 48 ore, senza acqua né servizi. Da una parte della galleria i talebani, che il 15 agosto 2021 hanno preso il potere in Afghanistan, li frustravano senza pietà, dall’altra la possibilità di una nuova vita. Mentre i bambini dormivano per terra in questo spazio stretto, nel villaggio vicino i loro coetanei venivano costretti a prostituirsi con i camionisti di passaggio.

“Abbiamo prove che in questi mesi i talebani prendono spose bambine e uccidono il feto se è femmina. Atrocità che avvengono nel silenzio generale, ma il mondo n…

Al confine tra Afghanistan e Pakistan, a Torkham, i rifugiati afghani sono rimasti accalcati in un tunnel per 48 ore, senza acqua né servizi. Da una parte della galleria i talebani, che il 15 agosto 2021 hanno preso il potere in Afghanistan, li frustravano senza pietà, dall’altra la possibilità di una nuova vita. Mentre i bambini dormivano per terra in questo spazio stretto, nel villaggio vicino i loro coetanei venivano costretti a prostituirsi con i camionisti di passaggio.

“Abbiamo prove che in questi mesi i talebani prendono spose bambine e uccidono il feto se è femmina. Atrocità che avvengono nel silenzio generale, ma il mondo non può rimanere fermo a guardare”. È la denuncia di Maria Grazia Mazzola, inviata speciale del Tg1, che ha fondato la Rete umanitaria della società civile per aiutare le donne afghane, in particolare della minoranza sciita degli Hazara, a scappare dalla repressione dei miliziani islamisti.

“Lottiamo da anni per la libertà delle donne, ma con l’arrivo dei talebani è crollato tutto”, racconta Sediqa Moshtaq, membro dell’ex Camera del Commercio nazionale delle donne afghane, durante il suo intervento nella sede romana del Parlamento europeo. Da quando i miliziani islamisti hanno preso il potere a Kabul, capitale del Paese, le restrizioni imposte alle donne sono aumentate di giorno in giorno.

Tutte le restrizioni

“Non possiamo andare a scuola, lavorare, entrare nei parchi o nelle palestre. Non abbiamo più alcun diritto”, denuncia Moshtaq. Il leader dei talebani in Afghanistan, Haibatullah Akhundzada, ha ordinato la piena applicazione della legge islamica che prevede esecuzioni pubbliche, lapidazioni, fustigazioni e mutilazioni per 'ladri, rapitori e sovversivi'”. “Oggi sono la voce delle afghane e vi dico che l’unica speranza per il futuro dell’Afghanistan siamo noi”, continua Moshtaq. Donne come lei, la psicologa Batool Haidari, la giornalista Razia Ehsani Sadat e tutte le altre che si alzano in piedi per testimoniare le sofferenze e le atrocità a cui tante sono ancora costrette nel Paese.

Moshtaq, Haidari, Sadat fanno parte della rete femminista Afghanistan Women’s Political Participation Network che, attraverso una e-mail, hanno chiesto aiuto alla giornalista Maria Grazia Mazzola per scappare da morte certa. “Bersagli” semplici per i talebani visto che i loro nomi, e attività, erano pubblici, scritti in tutti i documenti istituzionali o universitari. In Afghanistan, queste donne protestavano di giorno e si nascondevano di notte, cambiando nascondiglio ogni due o tre giorni.

Una catena di aiuti tra Kabul e Roma

Una richiesta che ha generato “una catena lunga chilometri che ha unito Kabul a Roma per aiutarle”. Settanta persone sono state portate in salvo grazie al lavoro di questa rete che unisce l’Unione Donne in Italia, i Salesiani per il Sociale, le Chiese cristiane evangeliche battiste, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e l’Associazione Federico nel cuore. “Mani nelle mani”, come le definisce Mazzola, che hanno aiutato i profughi ad arrivare in Italia, grazie anche al sostegno dell’ambasciata e della Farnesina, e offerto accoglienza nel processo di integrazione.

“I profughi hanno pagato i biglietti aerei con i loro risparmi dopo aver venduto 30 anni di vita, in un momento in cui non erano ancora stati attivati i corridoi umanitari”, spiega la giornalista. Alcuni di loro sono stati costretti a pagare 2mila dollari ai talebani per ricevere il passaporto. “Senza la certezza che li avremmo mai avuti davvero”, racconta Razia Ehsani Sadat, giornalista televisiva che è scappata in Italia grazie all’aiuto della rete.

La storia di Razia Ehsani Sadat

Nonostante il pericolo di lasciare il suo nascondiglio, Sadat si è recata agli uffici per il passaporto quattro volte in dieci mesi. “La gente era in fila dalla notte, ma quando l’ufficio apriva i talebani li picchiavano. Quando mi hanno detto che dovevamo pagare ho chiesto aiuto, ma la risposta è stata che non avrebbero concesso passaporti agli hazara”. La giornalista, dopo innumerevoli tentativi, è riuscita ad ottenere il documento per scappare. “Arrivata in Italia ci ho messo un po’ per realizzare che ero davvero salva. In Afghanistan, ho vissuto per 10 mesi nell’inferno”, racconta con la voce spezzata dal pianto.

“Questa è una storia collettiva, di donne che salvano altre donne”, conclude Mazzola che durante la conferenza ha raccolto l’appello di queste attiviste di riportare l’attenzione della comunità internazionale sull’Afghanistan per aiutare le persone che sono ancora costrette a vivere sotto il regime dei talebani.