Colombia, uccisi sei soldati da ex Farc: un colpo ai piani di pace di Petro
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoSei soldati morti, altri sei feriti gravemente. Ex soldati di leva appena arruolati nell’esercito: giovanissimi, tutti tra i 18 e i 22 anni. Sono le prime vittime del processo di “pace totale”, un brutto inciampo nel grande dialogo in corso tra governo e gruppi della guerriglia e clan criminali avviato dal presidente Gustavo Petro per far uscire definitivamente la Colombia dalla spirale di violenza che l’avvolge da oltre mezzo secolo. Presenti da alcune settimane nel Dipartimento del Cauca, nel Sud-Ovest del Paese, proprio sul crinale delle Ande che scendono verso il Pacifico, i soldati sono stati attaccati nella loro base nel villaggio di Munchique.
La reazione del p…
Sei soldati morti, altri sei feriti gravemente. Ex soldati di leva appena arruolati nell’esercito: giovanissimi, tutti tra i 18 e i 22 anni. Sono le prime vittime del processo di “pace totale”, un brutto inciampo nel grande dialogo in corso tra governo e gruppi della guerriglia e clan criminali avviato dal presidente Gustavo Petro per far uscire definitivamente la Colombia dalla spirale di violenza che l’avvolge da oltre mezzo secolo. Presenti da alcune settimane nel Dipartimento del Cauca, nel Sud-Ovest del Paese, proprio sul crinale delle Ande che scendono verso il Pacifico, i soldati sono stati attaccati nella loro base nel villaggio di Munchique.
La reazione del presidente Petro
La colonna Jaime Martínez, una delle due formate da ex combattenti delle Farc che non hanno aderito all’accordo di pace del 2016, li ha bersagliati con armi automatiche e colpi di granata. Un attacco a sorpresa che ha scatenato il panico, subito ricomposto, e lasciato sul terreno le sei vittime assieme ai feriti. Il presidente Gustavo Petro ha avuto una reazione di ferma condanna ma non si è limitato a parole di circostanza. “L’operazione”, ha detto, “è avvenuta grazie a un’infiltrazione. L’attacco è stato voluto in modo premeditato e pianificato da uno dei gruppi che si sono discostati dall’accordo di pace. Vedremo se l’opzione del dialogo è sconosciuta in Colombia o se diventa effettiva”. Poi ha deciso di andare sul posto per vedere personalmente la realtà dei luoghi e raccogliere le testimonianze della gente che vive ogni giorno una realtà sempre più tesa.
Le ragioni dell'attacco
La matrice non è politica, è legata al traffico di droga. Chi resta tra le fila dei dissidenti è ormai solo narcotrafficante, punta a difendere gli interessi di un business che si divide con l’estrazione illegale di oro e metalli preziosi, estorsioni, traffico di persone. Pura criminalità. Lo ha sostenuto lo stesso Petro che indica nel “controllo delle rotte del traffico di droga” la causa dell’attacco. Il ministro della Difesa Iván Velásquez ha avuto parole di sostegno nei confronti di quei ragazzi ancora troppo giovani per avere della peluria sul viso. “I comandanti delle forze militari”, ha osservato, “dovrebbero rivedere attentamente i posti nei quali possono essere assegnati, riducendo al minimo i rischi per la loro vita”. Sabato scorso altri tre militari erano morti ad Algeria, sempre nel Cauca, mentre si confrontavano con i dissidenti.
La legalizzazione della droga
Gustavo Petro sa bene che la pace si ottiene solo se vengono coinvolti tutti gli attori presenti sui territori più contesi da presunti guerriglieri e bande della criminalità. Ma per farlo deve legare le trattative a un processo di legalizzazione della droga. Se si elimina il business del traffico illegale si spezza la catena della violenza. La guerra alla droga, per come è stata combattuta finora, non ha prodotto risultati. È fallita. Il presidente della Colombia lo ha affermato in modo chiaro nel suo discorso d’investitura, lo ha posto in cima alle sue priorità. Ne ha parlato con il presidente americano Joe Biden che si è detto convinto, e insieme hanno deciso di dare una svolta a una piaga che coinvolge decine di paesi fino agli stessi Usa, clienti e insieme vittime con i loro 100mila morti l’anno per overdose da fentanyl.
Cambiare non è facile. Troppi gli interessi, troppi i guadagni, troppe le forze che remano contro. Ma a pagare il prezzo più alto non sono i consumatori; sono le popolazioni civili, e i militari, che si trovano a vivere su territori contesi, vitali per le partite di coca dirette in Messico e da qui negli Stati Uniti o in Europa. “Molte tribù indigene”, racconta a El País Jhoe Sauca, dirigente del Consiglio nazionale indigeno del Cauca, “sono angosciate. Quello che sta accadendo nel Nariño con gli indigeni Awá e l’estrazione mineraria nei loro territori minaccia di accadere adesso nel Cauca”.
Al centro dello scontro tra diversi gruppi c’è la zona di El Naya, un corridoio della giungla che collega gli immensi campi di piantagioni di foglie di coca nelle montagne del dipartimento. Il Primo Fronte delle ex Farc, quello che raggruppa la maggioranza dei guerriglieri, aveva annunciato a settembre l’adesione alla proposta di pace con una tregua che tuttavia tarda ad essere applicata. Chi è contrario preme per farla fallire e far saltare quindi anche questo dialogo già iniziato. Petro è stato irremovibile. Conosce la guerriglia, ne ha fatto parte sebbene in tempi ben diversi. È paziente ma fermo. “La posizione militare non cessa”, ha detto, “finché non ci sarà davvero la volontà di negoziare”.