Perù, il presidente Castillo tenta il golpe: destituito dal Parlamento e arrestato. Giura la sua vice Dina Boluarte
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoFallisce miseramente il golpe di Pedro Castillo in Perù. Convinto di finire sotto processo per “manifesta incapacità morale” il maestro rurale diventato presidente ha giocato d’anticipo e ha sciolto il Congresso che proprio ieri pomeriggio avrebbe dovuto votare la procedura di impeachment. Chiuso nel suo ufficio ha letto una lunga dichiarazione nella quale annunciava la fine dell’Esecutivo, lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di nuove elezioni entro nove mesi per approvare una nuova Costituzione. Ha decretato il coprifuoco dalle 22 alle 4 del mattino e sospeso ogni attività pubblica. Ma ha soprattutto concentrato nelle sue mani i poteri costituzionali, giudiziari e militari. Un gesto assurdo, di difesa più che di attacco, in aperta violazione di ogni norma legale e costituzionale.
Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Alla metà degli anni 90 del secolo scorso, quando l’allora presidente A…
Fallisce miseramente il golpe di Pedro Castillo in Perù. Convinto di finire sotto processo per “manifesta incapacità morale” il maestro rurale diventato presidente ha giocato d’anticipo e ha sciolto il Congresso che proprio ieri pomeriggio avrebbe dovuto votare la procedura di impeachment. Chiuso nel suo ufficio ha letto una lunga dichiarazione nella quale annunciava la fine dell’Esecutivo, lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di nuove elezioni entro nove mesi per approvare una nuova Costituzione. Ha decretato il coprifuoco dalle 22 alle 4 del mattino e sospeso ogni attività pubblica. Ma ha soprattutto concentrato nelle sue mani i poteri costituzionali, giudiziari e militari. Un gesto assurdo, di difesa più che di attacco, in aperta violazione di ogni norma legale e costituzionale.
Sembrava di essere tornati indietro nel tempo. Alla metà degli anni 90 del secolo scorso, quando l’allora presidente Alberto Fujimori sciolse il Congresso con il golpe bianco. La raffica di dimissioni dei suoi ministri, la presa di distanza di giuristi e dei suoi stessi collaboratori, oltre alla reazione della popolazione, esasperata dallo stallo in cui viveva da mesi il governo, hanno spinto questo anomalo e forse sprovveduto capo di Stato a prendere le sue cose e a fuggire di nascosto, dalla porta di servizio del palazzo presidenziale, per tentare di raggiungere un’ambasciata disposta ad accoglierlo.
Il golpe è così durato una manciata di ore durante le quali l’intero Perù assisteva all’ultimo atto di una commedia dal sapore grottesco, a tratti tragico. Inseguito dalle auto della polizia che scortavano la sua macchina blindata, il maestro di Cajamarca, simbolo del riscatto delle popolazioni indigene mai avvenuto, ha finito la sua fuga nella sede della Prefettura regionale. Ha chiesto protezione. Temeva la folla che lo assediava all’esterno decisa a impedire che lasciasse il Paese. È stato fermato e messo agli arresti. Potrebbe essere accusato di sedizione, ribellione e abuso di autorità. Pochi minuti prima lo stesso Congresso si è riunito e ha votato con 101 voti a favore la sua immediata destituzione. Per approvare l’avvio della procedura di impeachment erano necessari 87 voti. Era mancata in altre due occasioni e Castillo è rimasto in sella. La sua prova di forza lo ha condannato a un suicidio politico.
Eletto di stretta misura, con una differenza di soli 40 mila voti dalla sua rivale Keiko Fujimori, l’ex leader sindacale dei docenti, uscito dal cilindro di due astuti dirigenti politici di Perú Libre, un partito di estrazione marxista, si era visto catapultare alla guida di un Paese che usciva stremato dal Covid, una valanga di morti e una lunga protesta sociale e politica e tre presidenti arrestati per corruzione. Pedro Castillo ha retto 18 mesi. Si è subito scontrato con il Congresso, ha cambiato venti ministri e due premier. Ha lavorato in segreto, chiuso nella sua casa privata, tessendo nottetempo una serie di accordi con imprenditori e leader politici per spartirsi i lucrosi appalti pubblici in campo energetico e delle infrastrutture. È diventato ostaggio della nuova mafia delle mazzette del nord del Paese, subentrata a quella sconfitta dalle elezioni. Ha distribuito incarichi e prebende, ha promosso gli alti gradi della polizia, è caduto nelle trappole che i veri registi della politica gli hanno teso nel corso della sua rocambolesca attività di presidente.