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Regno Unito, la riscossa delle donne spia: tre nella direzione generale dei servizi segreti di Sua Maestà

La danzatrice e agente segreto olandese Mata Hari 
Hanno nomi fittizi e una lunga esperienza nello spionaggio, un'inchiesta del "Financial Times" rivela che per la prima volta nella storia dell'Mi6 tre dei suoi quattro dirigenti sono di sesso femminile. Ma anche per loro vige il divario retributivo di genere
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LONDRA - Il suo nome dovrebbe essere Jane, Jane Bond, non più James. Sempre più donne, infatti, lavorano nello spionaggio britannico e la novità è che ormai sono loro ad occupare le poltrone di comando: una lunga inchiesta del Financial Times rivela che, per la prima volta nella storia dell'Mi6, come è denominato il servizio segreto esterno di Sua Maestà, tre dei suoi quattro direttori generali sono di sesso femminile.

Diversamente dal capo dell'Mi6, un tempo indicato soltanto con una lettera dell'alfabeto, C (iniziale di "Chief"), ma da alcuni anni identificato per nome e cognome dai media, i direttori generali devono restare anonimi, così come del resto tutti gli agenti alle loro dipendenze. Il quotidiano della City chiama perciò le super-spie con nomi fittizi: Kathy è la direttrice del dipartimento operazioni, Rebecca è la direttrice delle strategie (oltre che la vice di C) e Ada dirige il …

LONDRA - Il suo nome dovrebbe essere Jane, Jane Bond, non più James. Sempre più donne, infatti, lavorano nello spionaggio britannico e la novità è che ormai sono loro ad occupare le poltrone di comando: una lunga inchiesta del Financial Times rivela che, per la prima volta nella storia dell'Mi6, come è denominato il servizio segreto esterno di Sua Maestà, tre dei suoi quattro direttori generali sono di sesso femminile.

Diversamente dal capo dell'Mi6, un tempo indicato soltanto con una lettera dell'alfabeto, C (iniziale di "Chief"), ma da alcuni anni identificato per nome e cognome dai media, i direttori generali devono restare anonimi, così come del resto tutti gli agenti alle loro dipendenze. Il quotidiano della City chiama perciò le super-spie con nomi fittizi: Kathy è la direttrice del dipartimento operazioni, Rebecca è la direttrice delle strategie (oltre che la vice di C) e Ada dirige il dipartimento tecnologia, ribattezzato internamente Q, come lo stravagante cervellone che crea i gadget high-tech per l'agente 007 nei romanzi e nei film della fortunata serie.

Tutte e tre raccontano di essere entrate nello spionaggio con il vecchio sistema: qualcuno le ha ritenute adatte e ha proposto loro di lavorare per l'intelligence. Tutte e tre avevano inizialmente pensato alla carriera diplomatica. Ciascuna si è convinta che lo spionaggio fosse un modo alternativo, eccitante e più concreto di servire la patria: meno parole, più azioni. "Non abbia paura", disse il reclutatore a Kathy, "non le chiederemo di gettarsi da un aereo con il paracadute o sparare a qualcuno": ma poi nel corso della sua carriera confessa di essere stata in servizio dietro le linee nemiche in situazioni di guerra e di avere dovuto imparare a maneggiare una pistola.

Letteratura e cinema, da Ian Fleming a John le Carré, hanno finora descritto lo spionaggio come un mondo quasi esclusivamente di uomini. Le donne che si vedono nei film fanno le segretarie, come Moneypenny, nei film di 007, o sono sue conquiste, le cosiddette Bond girls. Fin dai tempi di Mata Hari, la realtà ben diversa. L'Mi5, il servizio di controspionaggio britannico che si occupa anche di di antiterrorismo, ha già avuto due donne come capo: Stella Rimington nel 1992 ed Eliza Mannigham-Buller dieci anni più tardi. È possibile, se non probabile, che sarà una donna anche il prossimo capo dell'Mi6, il servizio di spionaggio, forse promuovendo di un gradino proprio una delle tre attuali direttrici generali e seguendo così l'esempio cinematografico, dove l'attrice Judi Dench interpretava la parte di C già tre decenni or sono nel film GoldenEye. Oggi, racconta l'inchiesta del FT, è composto da donne il 47 per cento dello staff dell'Mi5 e il 37 per cento dello staff dell'Mi6. Quattro anni fa l'Mi6 ha iniziato a pubblicizzare le sue offerte di impiego rivolgendosi specificatamente a donne e minoranze etniche.

Come in altri settori dell'economia, le donne sono pagate peggio anche per fare il mestiere di spia: nell'Mi5 prendono il 19 per cento in meno degli agenti maschi, nell'Mi6 il 7 per cento in meno (nell'industria privata la differenza è mediamente del 20 per cento). Ma è un gap che tende a diminuire anche fra gli 007. Uno dei motivi per cui ci sono sempre più donne nello spionaggio del Regno Unito, e si presume in quello di altri paesi occidentali democratici, è che nello spionaggio nemico, in autocrazie come Cina, Russia, Iran, gli agenti segreti sono ancora quasi tutti uomini, a parte le cosiddette "honey traps", le trappole al miele, tese per compromettere o fare parlare un agente con la seduzione sessuale.

Durante una visita a Mosca nel 2003, in tempi di maggiore collaborazione fra Mosca e l'Occidente, la numero uno dell'Mi5 Eliza Manningham-Butler scoprì per esempio che la Lubyanka, il quartier generale del Kgb sovietico e poi dello spionaggio russo, non aveva toilette femminili. "Quando agisci in una cultura dominata dagli uomini, le donne tendono ad essere sottostimate e perciò vengono meno percepite come una minaccia", commenta la direttrice dell'Mi6 denominata Kathy. "Questo è stato un vantaggio per me, perché qualche volta quel tipo di individui non si accorgono di chi sei. Non si aspettano che una donna sia una spia. E questo elemento di sorpresa può essere decisamente utile".