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La persecuzione dei rapper: Teheran silenzia la protesta

Saman Seyedi, rapper di 27 anni nato a Kermashah, nel Kurdistan iraniano 

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Uno condannato a morte, due in carcere e altri in esilio. Per aver messo in musica la rabbia dei giovani
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"Spero in un giorno in cui la povertà e la miseria saranno sradicate dal mio amato Iran", canta Yasin, in uno dei suoi ultimi singoli, Haji, uscito a maggio. Yasin è Saman Seyedi, un rapper di 27 anni nato a Kermashah, nel Kurdistan iraniano, che vive a Teheran e ha fatto appassionare migliaia di ragazzi e ragazze con i suoi versi di protesta per "le sofferenze del popolo", contro "l'oppressione", ma anche di "amore per l'Iran". L'ultima foto che la sua famiglia ha potuto vedere risale al 4 novembre, è quella dell'unica udienza celebrata in tribunale nel processo in cui è imputato: aveva la tesa curva sulle ginocchia, le mani in faccia mentre il giudice leggeva il capo d'imputazione, "Guerra contro Dio", l'accusa che nel codice penale iraniano può significare pena capitale. Ieri, sua madre ha lanciato un appello disperato: "Hanno condannato a morte mio figlio. Mio figlio &…

"Spero in un giorno in cui la povertà e la miseria saranno sradicate dal mio amato Iran", canta Yasin, in uno dei suoi ultimi singoli, Haji, uscito a maggio. Yasin è Saman Seyedi, un rapper di 27 anni nato a Kermashah, nel Kurdistan iraniano, che vive a Teheran e ha fatto appassionare migliaia di ragazzi e ragazze con i suoi versi di protesta per "le sofferenze del popolo", contro "l'oppressione", ma anche di "amore per l'Iran". L'ultima foto che la sua famiglia ha potuto vedere risale al 4 novembre, è quella dell'unica udienza celebrata in tribunale nel processo in cui è imputato: aveva la tesa curva sulle ginocchia, le mani in faccia mentre il giudice leggeva il capo d'imputazione, "Guerra contro Dio", l'accusa che nel codice penale iraniano può significare pena capitale. Ieri, sua madre ha lanciato un appello disperato: "Hanno condannato a morte mio figlio. Mio figlio è un artista, non è un rivoltoso. In quale parte del mondo le persone vengono uccise per aver bruciato un bidone della spazzatura? Non ha potuto scegliersi neppure un avvocato. Per l'amor di Dio, aiutateci".

Saman era stato arrestato in casa a metà ottobre e portato nel famigerato carcere di Evin dopo essersi unito alle proteste, come tanti altri artisti iraniani, e soprattutto come tanti rapper, diventati la voce di questo autunno di ribellione e di aspirazioni democratiche. Dietro le sbarre, a rischio di condanna a morte, ci sono il famoso rapper 32enne Toomaj Salehi, i cui canali social son diventati una piattaforma di organizzazione per il movimento pro-democrazia, accusato di "corruzione sulla terra" e "crimine contro la sicurezza", e Behrad Ali Konari, 28 anni, rapper di Ahwaz, città del Khuzestan. Il rap "è molto popolare in Iran perché è molto vicino alla cultura persiana, che ha una delle sue principali espressioni artistiche nella poesia, amata in tutto il mondo", ci dice Nahid Siamdoust, professore associato di Studi sul Medio Oriente all'università di Austin, in Texas, esperta di musica iraniana e autrice di Soundtrack of the Revolution: The Politics of Music in Iran. Molto diffuso tra i giovani iraniani dagli inizi degli anni Duemila il rap è diventato rapidamente "uno dei principali linguaggi della protesta", la sua colonna sonora, "perché ha un format che permette ai suoi autori di veicolare molti contenuti e anche per la sua storia" di ribellione.

Il rap "non ha mai ricevuto permessi per le registrazioni in Iran come altre forme di musica", spiega Siamdoust, e resta una musica di frontiera, clandestina, di contestazione politica. Hichkas, considerato il padre del rap iraniano, fu costretto all'esilio dopo le proteste dell'onda verde nel 2009, come la famosa rapper iraniana Justina, anche lei costretta a emigrare dopo essere stata arrestata a causa del divieto per le donne di cantare in pubblico. Ad aprile, 39 rapper da tutto l'Iran pubblicarono Khanevadegi 2 (Famiglia 2, in farsi), un progetto musicale collettivo in cui ogni artista, da una diversa zona del Paese, rappava con il proprio dialetto, usando campionature mixate con suoni della tradizione locale. Un atto d'amore nei confronti della diversità e dell'unità dell'Iran, registrato, in segreto, con due anni di lavoro.