Afghanistan, parla Batool Haidari: la sessuologa che ha cercato di rompere il tabù della pedofilia nel Paese
di Natasha Caragnano , di Natasha CaragnanoIn Afghanistan è bastata una sola notte per cancellare tutti i diritti che le donne avevano conquistato in venti anni. "Da quando i talebani hanno preso il potere, il 15 agosto 2021, la nostra vita è cambiata per sempre". Batool Haidari, psicologa e docente universitaria di sessuologia della rete femminista Afghanistan Women's Political Participation Network, parla veloce e senza sosta. La voce resta ferma e decisa anche nel raccontare gli ultimi mesi nel suo Paese: le minacce, la paura per la sua famiglia che l'ha spinta a cercare rifugio in Italia e la fuga con l'aiuto della Rete umanitaria della società civile fondata dalla giornalista del Tg1 Maria Grazia Mazzola.
Per i talebani, Batool Haidari era "uno tra i tanti obiettivi contro cui vendicarsi". Non solo per aver partecipato alle proteste contro le restrizioni imposte dai miliziani islamisti nei confronti delle donne, ma anche per i temi che ha sempre affronta…
In Afghanistan è bastata una sola notte per cancellare tutti i diritti che le donne avevano conquistato in venti anni. "Da quando i talebani hanno preso il potere, il 15 agosto 2021, la nostra vita è cambiata per sempre". Batool Haidari, psicologa e docente universitaria di sessuologia della rete femminista Afghanistan Women's Political Participation Network, parla veloce e senza sosta. La voce resta ferma e decisa anche nel raccontare gli ultimi mesi nel suo Paese: le minacce, la paura per la sua famiglia che l'ha spinta a cercare rifugio in Italia e la fuga con l'aiuto della Rete umanitaria della società civile fondata dalla giornalista del Tg1 Maria Grazia Mazzola.
Per i talebani, Batool Haidari era "uno tra i tanti obiettivi contro cui vendicarsi". Non solo per aver partecipato alle proteste contro le restrizioni imposte dai miliziani islamisti nei confronti delle donne, ma anche per i temi che ha sempre affrontato. Prima della caduta di Kabul, capitale dell'Afghanistan, Haidari veniva continuamente interpellata da parte dei media internazionali per parlare della condizione delle donne, di diritti lgbtq+ e di sessualità. "Il mio nome e la mia faccia erano ovunque. Le persone mi taggavano sui social di continuo". Arrivare ad Haidari e alla sua famiglia sarebbe stato molto facile per i talebani: bastavano i social o l'università, dove era disponibile il suo indirizzo e numero di telefono.
Solo quattro mesi prima di quel 15 agosto, poi, Haidari aveva iniziato una ricerca sulla pedofilia in Afghanistan. "Ero in Iran per il mio dottorato di ricerca quando mi sono resa conto di quanto la pedofilia fosse radicata nel nostro Paese, ma nessuno osava parlarne e cercare di comprenderne le ragioni", spiega Haidari specificando che questo era un problema che lei non voleva ignorare. "Nel sentire la proposta i miei professori hanno reagito molto male. Prima di tutto perché sono donna e poteva essere pericoloso per me, vista la società maschilista in cui viviamo. E poi perché il tema della pedofilia è un tabù nei Paesi islamici". Ma il divieto di affrontare questo argomento non l'ha fermata e la psicologa afghana è riuscita a ottenere l'approvazione del progetto per iniziare il lavoro sul campo.
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In quattro mesi - la ricerca è stata interrotta dalla conquista del Paese da parte dei talebani - , Batool Haidari ha raccolto numerose testimonianze grazie a pazienti e studenti. In molti hanno raccontato di uomini ricchi che pagano le famiglie più povere per una notte con i loro bambini. "Gli comprano abiti nuovi, li lavano e li portano in giro durante il giorno. Una cosa fondamentale è che i maschi si radino sempre la barba", mentre di notte abusano di loro. "Nel Paese, la pedofilia è vietata dalla legge, ma è diventata una pratica diffusa tra generali e persone di potere", la voce si riempie di rabbia mentre spiega come un'atrocità del genere sia diventata "una tradizione" per queste persone.
"La pedofilia è molto diffusa tra i talebani, soprattutto tra gli altri ranghi dell'esercito, perché loro interpretano in modo rigoroso la religione reprimendo gli impulsi sessuali". Il cuore della ricerca di Haidari, infatti, è stata la città di Kandahar, roccaforte dei militanti islamisti. Secondo la psicologa, "è chiaro che con i talebani al potere queste atrocità aumenteranno" come stanno aumentando la violenza e la repressione nei confronti delle donne. Da quando i miliziani islamisti hanno preso il potere in Afghanistan, le restrizioni imposte alle donne sono aumentate di giorno in giorno. Alle ragazze non è permesso andare a scuola, lavorare o uscire con il volto scoperto. Persino entrare in parchi, giardini e palestre è vietato. "La comunità internazionale deve riconoscere l'apartheid di genere in Afghanistan. Non ci sono altri nomi per indicare quello che i talebani stanno facendo alle donne afghane", denuncia Haidari con uno sguardo preoccupato e un appello affinché la comunità internazionale non lasci sole le donne e i minori che vivono ancora tra la paure e la violenza nel Paese.