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Canada, tre genitori fanno causa a Fortnite: "Crea dipendenza come la cocaina"

Uno dei ragazzini citati nell'azione legale avrebbe accumulato più di 7.700 ore di gioco in meno di due anni. Altri non avrebbero avuto neanche il tempo di lavarsi. La difesa della Epic Games: “Porteremo avanti la nostra battaglia in tribunale, mostreremo come questo caso sia senza basi”.
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NEW YORK - La “Battle Royale”, la battaglia tutti contro tutti, diventata come una droga. La missione "Salva il mondo" che non salva neanche più sé stessi. Dopo tre anni di schermaglie legali un giudice del Canada ha accolto una class action portata avanti da tre genitori che hanno accusato il videogioco "Fortnite" di aver creato dipendenza nei loro figli. “Come se fosse cocaina”, scrivono i legali nell'esposto. La svolta arriva quattro anni dopo la dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità che aveva riconosciuto l’effetto dipendenza dei videogiochi.

"Fortnite", nato nel 2017, è arrivato a contare su 350 milioni di giocatori di cui almeno ottanta milioni giocano ogni mese. Nel mirino ci sono la Epic Games e la sua sussidiaria canadese. Uno dei ragazzini citati nella class action avrebbe accumulato più di 7700 ore di gioco in meno di due anni, con una media …

NEW YORK - La “Battle Royale”, la battaglia tutti contro tutti, diventata come una droga. La missione "Salva il mondo" che non salva neanche più sé stessi. Dopo tre anni di schermaglie legali un giudice del Canada ha accolto una class action portata avanti da tre genitori che hanno accusato il videogioco "Fortnite" di aver creato dipendenza nei loro figli. “Come se fosse cocaina”, scrivono i legali nell'esposto. La svolta arriva quattro anni dopo la dichiarazione dell’Organizzazione mondiale della Sanità che aveva riconosciuto l’effetto dipendenza dei videogiochi.

"Fortnite", nato nel 2017, è arrivato a contare su 350 milioni di giocatori di cui almeno ottanta milioni giocano ogni mese. Nel mirino ci sono la Epic Games e la sua sussidiaria canadese. Uno dei ragazzini citati nella class action avrebbe accumulato più di 7700 ore di gioco in meno di due anni, con una media di dieci ore al giorno. Altri non avrebbero avuto neanche il tempo di lavarsi, presi dal gioco. Un bambino è passato dallo stare alla console poche ore, a passare tutta la giornata in camera collegato online. Un altro sarebbe diventato “aggressivo e volgare” mentre partecipava alle battaglie virtuali. I legali sostengono nel dossier che "Fortnite" è stato studiato apposta per “creare dipendenza”, un po’ come successo per il tabacco, per capire l’effetto del quale ci sono voluti molti più anni.

I giovani giocatori che vivono nel Quebec, citati nella class action, hanno registrato anche sintomi gravi, dalla mancanza di sonno alle perdita di appetito, dopo aver giocato a "Battle Royale", una guerra tutti contro tutti e a cui possono partecipare decine di giocatori da tutto il mondo, e vince chi resta in piedi per ultimo. La facilità di accesso, e la copertura su ogni tipo di piattaforma, dallo smartphone al computer di casa, lo ha trasformato in un fenomeno globale, promosso dagli stessi adulti, rassicurati dalla grafica colorata e apparentemente innocua, con personaggi vestiti di armature colore fucsia, mimetiche, mantelli o magliette da giovani rapper e che se ne vanno in giro a piedi o in sella a moto da cross o sulle mongolfiere. Proprio in questo modo "Fortnite" è diventato un impero del gioco, che spinge milioni di utenti ad acquistare “armi”, vestiti e attrezzature al mercato online per diventare sempre più imbattibili e irresistibili. Ci sono ragazzini che si sono indebitati per centinaia di dollari, anche se non è chiaro se i genitori ne fossero a conoscenza.

Il giudice della Corte superiore del Quebec, Sylvain Lussier, ha stabilito che la class action non è  “superficiale o chiaramente infondata”. Anzi, ha aggiunto, “i pericoli derivanti dall’uso di Fortnite rappresentano una questione da affrontare con serietà”. La Epic Games si è difesa sostenendo di aver messo in dotazione strumenti di controllo da parte dei genitori, che possono tracciare l’attività dei figli. Inoltre è stato fissato un limite alla spesa giornaliera per i giocatori che hanno meno di tredici anni. “Porteremo avanti la nostra battaglia in tribunale - ha aggiunto la compagnia - siamo convinti che mostreremo come questo caso sia senza basi”.