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Cuba, addio: in corso il più grande esodo dai tempi della Rivoluzione

(afp)
Due anni di pandemia, mezzo secolo di duro embargo e il fallimento delle riforme hanno reso impossibile la vita sull’isola. La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno inferto il colpo finale
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“Cuba addio, la Rivoluzione ci ha traditi”. Lo sentivamo dire sempre più spesso nel giugno scorso sotto i portici dell’Hotel de Inglaterra, nel cuore dell’Avana, proprio davanti al Parque Central e a due passi dal Capitolio. Erano soprattutto i giovani a parlare, anche a voce alta, mentre ascoltavano musica sparata da una cassa che si erano portati appresso e collegavano alla presa esterna dell’albergo. 

Venivano ogni giorno, anche la mattina presto. In gruppo, soli, a coppie e aspettavano che accadesse qualcosa. Chattavano sugli smartphone alla ricerca di un segnale, di una dritta, di una soluzione che li portasse via, fuori dall’isola, possibilmente verso gli Usa. Faceva…

“Cuba addio, la Rivoluzione ci ha traditi”. Lo sentivamo dire sempre più spesso nel giugno scorso sotto i portici dell’Hotel de Inglaterra, nel cuore dell’Avana, proprio davanti al Parque Central e a due passi dal Capitolio. Erano soprattutto i giovani a parlare, anche a voce alta, mentre ascoltavano musica sparata da una cassa che si erano portati appresso e collegavano alla presa esterna dell’albergo. 

Venivano ogni giorno, anche la mattina presto. In gruppo, soli, a coppie e aspettavano che accadesse qualcosa. Chattavano sugli smartphone alla ricerca di un segnale, di una dritta, di una soluzione che li portasse via, fuori dall’isola, possibilmente verso gli Usa. Facevano tenerezza e rabbia. Perché erano il futuro dell’isola, la generazione che avrebbe continuato a fare e costruire ciò che i loro padri e nonni avevano iniziato ma ormai smesso di proseguire. Oggi abbiamo saputo che molti di loro non ci sono più. Hanno preso il largo. Come ci disse un mese fa Ernesto, 17 anni, un ragazzo gay, i capelli schiariti con l’acqua ossigenata che li aveva resi stoppacciosi. “Ho trovato il contatto con un pollero”, ci messaggiò, “mi aspetta a Managua. Poi da lì risalgo verso Nord, passo in Guatemala, Messico e arrivo al confine. Mi hanno detto che adesso ti fanno passare. Ho dei parenti dell’altra parte che mi aspettano e con il ricongiungimento familiare o pagando qualcosa supero la frontiera”. 

Rimanemmo perplessi, convinti che quel ragazzo si metteva nei guai. Avevamo raccolto centinaia di storie di uomini e donne che avevano tentato il grande salto per poi trovarsi incastrati nell’inferno del Darién Gap, il percorso tra la giungla al confine tra Colombia e Panama. Il Nicaragua lo evitava. Era più sicuro. Ma bisognava pagare. Ernesto ci spedì l’audio in cui il pollero dettava le condizioni e garantiva l’arrivo a destinazione. Non sappiamo se alla fine anche questo ragazzo, assieme ai suoi amici e amiche, sia partito.

I dati ufficiali dicono che a Cuba è in corso da mesi il più grande esodo dai tempi della Rivoluzione. Due anni di pandemia, mezzo secolo di durissimo embargo, il fallimento delle riforme che dal primo gennaio scorso avrebbero dovuto aprire ai privati hanno reso impossibile la vita sull’isola. La guerra in Ucraina e le sanzioni alla Russia hanno inferto l’ennesima mazzata, quella finale. Le frotte di turisti che arrivavano da Mosca, con i loro dollari, sono sparite. C’è stata una fuga e i resort come Cayo Largo o Varadero languono nel deserto. Continuano le lunghe file davanti ai negozi dove si può comprare solo con le carte di credito in Cup (Peso unificato) dopo avere depositato valuta straniera in banca, dollari e euro soprattutto. Un meccanismo un po’ perverso. Devi procurarti moneta estera, magari comprarla al mercato nero dieci volte del cambio ufficiale, metterla nel conto corrente e a poi fare la fila per comprare nei negozi autorizzati ciò che ti serve ogni giorno: dal dentifricio alla carta igienica. L’alternativa è acquistare a prezzi esorbitanti ciò che ti offre il mercato parallelo. In questo caso usando i Cup. 

Nell’ultimo anno 250 mila cubani, oltre il 2 per cento degli 11 milioni di abitanti sono emigrati negli Stati Uniti. La maggioranza è arrivata al confine a piedi. Si tratta della più grande ondata migratoria dal 1959. Più imponente di quella di Mariel del 1980 e della crisi del 1994 messe insieme. Le organizzazioni umanitarie la considerano una fuga “da tempo di guerra”: un esodo davvero biblico. Le autorità cubane lo sanno bene. In parte la favoriscono, in parte la tollerano. Aprono e chiudono i rubinetti nel rilascio dei passaporti e concordano con le ambasciate del Nicaragua e del Guatemala l’emissione dei visti. Il flusso delle persone che puoi vedere nel quartiere diplomatico è come una bussola che ti orienta nella lunga procedura dell’espatrio legale. 

Chi non ha soldi e documenti affronta il mare. C’è un villaggio di pescatori a ovest dell’Avana, Baracoa, che è diventato il punto di partenza con barche costruite artigianalmente. Lo chiamano “Terminal Tre”, con la tipica ironia cubana. La traversata verso la Florida è un azzardo. Nel 2020 ci sono stati almeno 100 morti secondo la Guardia Costiera Usa che ha intercettato 3.000 fuggiaschi solo negli ultimi due mesi. Così, chi può si fa mandare i soldi per un biglietto aereo dai parenti che vivono negli Stati Uniti ed evitano di crepare affogati. “Questo è il più grande esodo di cervelli per quantità e qualità”, dice al New York Times Katrin Hansing, antropologa della City University di New York, da un anno in sabbatico sull’isola. “Sono i migliori, i più brillanti, quelli con più energia”. 

Il vuoto che si sta creando preoccupa il regime. L’aspettativa di vita a Cuba è attorno ai 78 anni ma il governo riesce a stento a pagare le pensioni alla popolazione più anziana. Sono preoccupati anche gli Usa. Difficile contenere un flusso così imponente. Il presidente Biden ha revocato le drastiche misure di Trump e lascia un po’ più aperti i confini. Ma agisce in modo ondivago, teme le reazioni della potente comunità anticastrista di Miami e soprattutto del senatore democratico Robert Menéndez, a capo della Commissione Esteri, osserva ancora il New York Times nel suo lungo reportage da Cuba. Al tempo stesso è allarmato dalla situazione dei diritti umani sull’isola. “Queste due motivazioni, una di politica interna e una di politica estera”, osserva William LeoGrande, docente dell’American University, “si rafforzano a vicenda”. L’unica svolta è stato l’annuncio dell’emissione di 20 mila visti americani a partire dal prossimo 1° gennaio. Era l’impegno previsto nell’ultimo accordo tra Cuba e Usa, ma Trump ne ha concessi 5000 in quattro anni. L’ufficio consolare è stato riaperto. Vedremo se la promessa sarà mantenuta. Le autorità de L’Avana sono soddisfatte per la decisione ma la legano a una prima consistente revoca delle centinaia di sanzioni statunitensi che strangolano l’isola. “L’ultima cosa che perdi è la speranza”, dice Joan Cruz Mendéz, un tassista che ha tentato tre volte di lasciare Cuba. “Credo che gran parte della popolazione l’abbia persa”.