Che cosa pensa la Russia dell'offensiva di Putin in Ucraina
dalla nostra inviata Rosalba Castelletti , dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA - Le motivazioni sono diverse e sono cambiate nel tempo eppure, a quasi dieci mesi dal lancio dell'offensiva russa in Ucraina, la maggioranza della popolazione russa continua a sostenere l'offensiva russa in Ucraina. Neppure lo scontento per la contestata e caotica "mobilitazione parziale" avviata in autunno si è trasformato in dissenso contro quella che viene ipocritamente chiamata "operazione militare speciale".
È l'amara conclusione a cui sono giunti politologi e sociologi indipendenti al termine del convegno "Realtà Russe", evento annuale organizzato dal Centro Sakharov, fondato nel 1996 per difendere i diritti umani e preservare la memoria dell'omonimo scienziato e dissidente sovietico, e dal Centro per i diritti umani Memorial, erede della storica ong chiusa dalla magistratura russa e premiata la scorsa settimana a Oslo col Nobel per la pace. Un consesso di "agenti stranieri", come le autorit&agr…
MOSCA - Le motivazioni sono diverse e sono cambiate nel tempo eppure, a quasi dieci mesi dal lancio dell'offensiva russa in Ucraina, la maggioranza della popolazione russa continua a sostenere l'offensiva russa in Ucraina. Neppure lo scontento per la contestata e caotica "mobilitazione parziale" avviata in autunno si è trasformato in dissenso contro quella che viene ipocritamente chiamata "operazione militare speciale".
È l'amara conclusione a cui sono giunti politologi e sociologi indipendenti al termine del convegno "Realtà Russe", evento annuale organizzato dal Centro Sakharov, fondato nel 1996 per difendere i diritti umani e preservare la memoria dell'omonimo scienziato e dissidente sovietico, e dal Centro per i diritti umani Memorial, erede della storica ong chiusa dalla magistratura russa e premiata la scorsa settimana a Oslo col Nobel per la pace. Un consesso di "agenti stranieri", come le autorità russe bollano ogni voce dissidente.
I sondaggi di Levada Tsentr
Il sostegno all'offensiva continua a rimanere stabile, ha osservato Lev Gudkov, il direttore scientifico dell'istituto indipendente Levada Tsentr: se alla fine di febbraio, era intorno al 68% e a marzo ha raggiunto il picco dell'80%, tra ottobre e novembre si è assestato intorno al 73-74%. Certo, differisce in base all'età. "Tra i giovani il sostegno è del 62%, mentre tra i pensionati sale quasi al 90%. In altre parole, sono i gruppi più anziani a farsi portatori di questo modo di pensare", ha detto Gudkov. Ma nel complesso, ha aggiunto, l'attenzione si sta indebolendo, persino tra i giovani.
I sostenitori "ideologici" e "apolitici"
Tirando le somme di 213 interviste sociologiche, Svetlana Erpileva, ricercatrice del Centro per gli studi sull'Europa orientale dell'Università tedesca di Brema, ha spiegato invece che ci sono sostenitori "ideologici", che hanno sempre creduto nella necessità di combattere contro l'Ucraina e ripetono i cliché della propaganda televisiva, ma anche "apolitici", incerti e pieni di dubbi, che si dicono a favore "nonostante" tutto.
Perciò Erpileva divide le ragioni del consenso a grandi linee in due categorie. Ragioni "positive", come la necessità di difendere il Donbass e la stessa Russia dalla minaccia del fascismo e dell'Occidente collettivo o l'idea di anticipare l'avversario, le stesse professate più volte dal presidente Vladimir Putin. E ragioni "astratte": "Bisogna sostenere la patria anche se sbaglia", "Se lo Stato ha iniziato l'operazione, allora ci sono motivi noti al presidente". "L'umore generale è accettazione e rassegnazione, non entusiasmo", sostiene Erpileva. Un quadro che neppure la mobilitazione ha cambiato: le forti reazioni immediate, dice, non si sono trasformate in malcontento.
Lo smarrimento dei dissidenti
Diversa è la posizione dei dissidenti, che siano esiliati o rimasti in Russia. Si sentono smarriti, emarginati dalla società. Se lo scorso febbraio provavano orrore, paura e rabbia, ultimamente sono sempre più depressi e hanno persino pensieri suicidi. Chi è restato teme la repressione, l'ascesa al potere del leader ceceno Ramzan Kadyrov e del capo dei mercenari Wagner Evghenij Prigozhin.
"Molti dicono che "siamo tutti in sindrome da burn-out", nelle risposte dell'intellighentsija è persino comparso un vocabolario scurrile", ha spiegato la sociologa Ljubov Borusjak che, insieme agli studenti della Libera Università di Mosca, ha distribuito 1800 questionari e condotto 200 interviste.
Ciononostante, i dissidenti "non vedono motivo per un'azione politica decisiva: hanno paura e non credono ci saranno opportunità. Si impegnano nel volontariato, donano a ucraini e deboli. Ma puntano all'autoconservazione".
La repressione della società civile
Da qui si è arrivati all'amaro interrogativo di Grigorij Okhotin cofondatore dell'ong Ovd-Info che monitora gli arresti dei manifestanti anti-governativi: dal momento che non è riuscita a fermare Putin, forse la società civile in Russia non esiste? La verità, ha risposto, è che già prima del 24 febbraio, "la società civile russa era considerata dallo Stato "indesiderata" (un riferimento a uno degli status attribuiti alle ong per rendere il loro operato più complicato, ndr) e questo atteggiamento è diventato di anno in anno sempre più duro".
"Tra l'inverno 2019 e l'inverno 2021 - ha ricordato Okhotin - lo Stato è passato dal contenimento alla distruzione: della Fondazione anticorruzione di Aleksej Navalnyj Fbk, dell'ong Memorial, delle Università, etc. Era un naturale rafforzamento di uno Stato autoritario? Un preludio all'offensiva? O faceva parte della stessa offensiva?". La conclusione di Okhotin è che "l'offensiva in Ucraina non è altro che il risultato di vent'anni di soppressione delle libertà civili in Russia". E lo sono anche le risposte ai sondaggi.