Scandalo in Ue, parla Benifei: "Una cricca di arroganti. I fatti dicono che non ero con loro”
di
Giovanna Vitale
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di Giovanna Vitale
Intervista al capodelegazione del Pd a Strasburgo: "Se c’è stato un tentativo corruttivo, le mie posizioni su Doha e Rabat dimostrano che non è riuscito"
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Nell'inchiesta sulle mazzette qatarine viene citato fra gli eurodeputati su cui Antonio Panzeri poteva potenzialmente contare per favorire Doha e Rabat. Ma Brando Benifei, capodelegazione del Pd nel gruppo S&D, oltre a non essere indagato, chiede di "stare ai fatti".
Quali sono, onorevole?
"È tutto documentato. Insieme ai colleghi del Pd abbiamo sempre votato contro la violazione dei diritti umani in quei Paesi, né io ho mai ricevuto pressioni indebite per fare l'opposto. Non è un caso se nel corso degli interrogatori di garanzia neanche una domanda è stata fatta su di me. Segno che non c'entro nulla. E dirò di più. La sola idea che qualche parlamentare, in carica o ex, si sia potuto arricchire sulla pelle dei diritti umani mi fa vomitare".
Gli inquirenti parlano di un "club degli amici" che, pilotato da Giorgi e Panzeri, curava gli interessi di Qatar e Marocco. Lei ne fa parte?
Nell'inchiesta sulle mazzette qatarine viene citato fra gli eurodeputati su cui Antonio Panzeri poteva potenzialmente contare per favorire Doha e Rabat. Ma Brando Benifei, capodelegazione del Pd nel gruppo S&D, oltre a non essere indagato, chiede di "stare ai fatti".
Quali sono, onorevole?
"È tutto documentato. Insieme ai colleghi del Pd abbiamo sempre votato contro la violazione dei diritti umani in quei Paesi, né io ho mai ricevuto pressioni indebite per fare l'opposto. Non è un caso se nel corso degli interrogatori di garanzia neanche una domanda è stata fatta su di me. Segno che non c'entro nulla. E dirò di più. La sola idea che qualche parlamentare, in carica o ex, si sia potuto arricchire sulla pelle dei diritti umani mi fa vomitare".
Gli inquirenti parlano di un "club degli amici" che, pilotato da Giorgi e Panzeri, curava gli interessi di Qatar e Marocco. Lei ne fa parte?
"Direi proprio di no. Non sono mai stato a casa Panzeri, né l'ho mai frequentato. Avevamo delle interlocuzioni, ma esclusivamente su questioni istituzionali finché è rimasto in carica: ricordo per esempio le divergenze di vedute sul Marocco, che lui ha sempre difeso, mentre io da presidente della commissione, a favore del popolo Saharawi, ero spesso critico. E dopo la sua uscita dall'Europarlamento mi è capitato di avere con lui qualche scambio politico sul Pd e Articolo1, il partito nel quale militava".
"Mai. Non mi stava neanche simpatico. L'ho sempre trovato arrogante. E fin troppo disinvolto".
Tuttavia Panzeri, nelle intercettazioni, fa spesso il suo nome. Come lo spiega?
"La mia opinione è che possa aver millantato un rapporto di amicizia con alcuni parlamentari socialisti, tra cui me. Siamo stati eletti nello stesso collegio, probabilmente ha pensato che gli convenisse vantare un'ascendente sul capodelegazione del Pd, far credere che potesse influenzarmi. Ma, se c'è stato un tentativo corruttivo, le posizioni tenute dimostrano che non è riuscito".
Ma possibile che non si sia mai accorto di nulla? Eppure la banda aveva un tenore di vita altissimo, maneggiava molti soldi, faceva viaggi lussuosi.
"E come potevo? Non ero mica a conoscenza delle sue vacanze. Negli ultimi anni, poi, l'ho sentito saltuariamente e solo per parlare dei nostri partiti d'appartenenza, come peraltro lui faceva anche con altri dirigenti. Quello che sta emergendo sta sconcertando tutti".
Non le viene in mente nessun episodio che, letto alla luce delle indagini, può considerare rivelatore?
"Mi colpì molto l'intervento di Eva Kailiin aula a favore del Qatar, completamente fuori dalla linea del gruppo: per primo, a nome nostro, aveva parlato Pedro Marques per condannare la violazione dei diritti umani e dei lavoratori a Doha. Rimanemmo così sorpresi che fra di noi ci interrogammo, anche se - tengo a precisare - all'interno di tutti i gruppi si registrano spesso idee diverse su come relazionarsi con i Paesi autoritari. Pensiamo alla Cina, io sono stato a Taiwan pur sapendo che questo avrebbe irritato il regime di Xi, ma sono molti i colleghi che privilegiano posizioni più pro-business. È legittimo".
di Giuliano Foschini, Luca De Vito, Claudio Tito, di Giuliano Foschini, Luca De Vito, Claudio Tito
Mai avuto sospetti neanche su Andrea Cozzolino, che per nove volte, a fine novembre, si è astenuto sulla medesima risoluzione?
"Ho fiducia nel collega, che non è neppure indagato, ma in quella occasione mi infuriai. Non per il voto, che - ripeto - è sempre libero, il dissenso ci può stare. Ma perché Cozzolino inviò una mail a difesa del Qatar a tutti i deputati del gruppo senza prima consultarsi con me. Come i colleghi sanno, tra me e lui ci fu una discussione molto accesa perché avrebbe dovuto informarmi e io gli avrei detto di non farlo, tanto più che le sue considerazioni erano quelle della maggioranza. Dopodiché la linea che abbiamo deciso è stata inflessibile".
Anche Alessandra Moretti è stata chiamata in causa. Pensa che sia coinvolta?
"No, perché lei, diversamente da me, doveva occuparsi di Qatar in ragione del suo ruolo in commissione Esteri. Ma un conto è confrontarsi su posizioni anche differenti, un altro partecipare a fenomeni corruttivi. Ricordo ad esempio che Moretti ha firmato un'interrogazione, proposta da me, in cui si chiedeva di ritirare l'ambasciatore Ue a Doha dopo le esternazioni di un loro ministro sugli omosessuali. Una persona che ha partecipato a una vicenda corruttiva fa un'interrogazione contro? Sembra un po' strano".