Tunisia oggi al voto dopo la svolta autoritaria di Saied: tra crisi economica e disillusione
di Leonardo Martinelli , di Leonardo MartinelliTUNISI - In quanti andranno a votare oggi per il nuovo Parlamento fantoccio in Tunisia? È l’unica suspence che resta nel gioco democratico del Paese maghrebino, ormai svilito rispetto alle conquiste e le speranze della rivoluzione dei gelsomini, quasi dodici anni fa. Ed è molto probabile che saranno in pochi, se non pochissimi, a presentarsi ai seggi per questo primo turno delle legislative: i tunisini sono “distratti” da altre priorità, una crisi economica gravissima, mentre prodotti come il latte, il riso e lo zucchero mancano regolarmente nei supermercati. E poi, perché votare per una Camera dei deputati svuotata di reali poteri? Se il tasso di partecipazione sarà davvero ridotto, rifletterà la popolarità in forte calo di Kais Saied, il presidente populista, che nel 2019 era spuntato fuori dal nulla come presunto salvatore della patria.
TUNISI - In quanti andranno a votare oggi per il nuovo Parlamento fantoccio in Tunisia? È l’unica suspence che resta nel gioco democratico del Paese maghrebino, ormai svilito rispetto alle conquiste e le speranze della rivoluzione dei gelsomini, quasi dodici anni fa. Ed è molto probabile che saranno in pochi, se non pochissimi, a presentarsi ai seggi per questo primo turno delle legislative: i tunisini sono “distratti” da altre priorità, una crisi economica gravissima, mentre prodotti come il latte, il riso e lo zucchero mancano regolarmente nei supermercati. E poi, perché votare per una Camera dei deputati svuotata di reali poteri? Se il tasso di partecipazione sarà davvero ridotto, rifletterà la popolarità in forte calo di Kais Saied, il presidente populista, che nel 2019 era spuntato fuori dal nulla come presunto salvatore della patria.
La svolta autoritaria di Saied
Partiamo da un presupposto: ancora oggi, nonostante tutto, la Tunisia resta l’unica democrazia degna di questo nome nel mondo arabo, ma grazie all’attivismo della sua società civile. A livello istituzionale, invece, con Saied c’è stata una regressione totale, fino alle elezioni di oggi. La versione del presidente è la seguente: “Il Paese era sull’orlo di una guerra civile - ha detto nei giorni scorsi - Non avevo altra scelta”. Facciamo un passo indietro: il 25 luglio del 2021 Saied sospende le attività del Parlamento, che scioglierà definitivamente il marzo successivo. Il 29 settembre dell’anno scorso dà vita a un nuovo governo, mero esecutore delle sue direttive. Il 13 febbraio 2022 scioglie il Consiglio superiore della magistratura, organo indipendente, che nominava i giudici, sostituendolo con uno alle sue dipendenze. Nel frattempo prepara una nuova Costituzione, destinata a passare da un regime parlamentare (quello instaurato dopo la rivoluzione) a uno iperpresidenzialista. Il testo è stato approvato dal 96% dei votanti in un referendum lo scorso 25 luglio, ma al quale ha partecipato solo il 30,5% degli iscritti alle liste elettorali.
I nuovi poteri del Parlamento
La nuova Costituzione attribuisce al Parlamento poteri irrisori. “Non dovrà dare la fiducia ai governi appena nominati, né avrà la possibilità di votare mozioni di sfiducia - sottolinea il politologo Hamadi Redissi - Si tratta di una Camera senza poteri”. A presentare un progetto di legge dovranno essere ben dieci deputati e in ogni caso si dovranno discutere “in priorità” quelli del presidente. Saied ha anche proibito che i partiti possano presentare dei candidati. Questi devono esserlo “a titolo individuale”. D’altra parte, le maggiori formazioni politiche del Paese hanno boicottato queste elezioni, compresi gli islamisti moderati di Ennahdha, che per una decina d’anni avevano dominato la vita politica tunisina. La stragrande maggioranza dei 1058 candidati sono illustri sconosciuti, spesso oscuri sostenitori di Saied. Solo 122 sono donne, mentre prima vigeva la parità tra i sessi nella composizione delle liste dei partiti.
La crisi economica
Insomma, con questi presupposti i tunisini si mostrano molto disinteressati alla consultazione. Poi, malgrado le speranze nutrite dopo l’elezione di Saied, la situazione economica degenera sempre più. Il Covid ha rappresentato una batosta per il turismo, che da allora non si è più ripreso davvero. E, soprattutto a causa della guerra in Ucraina, l’inflazione è galoppante (al 9,8% in novembre). Lo stipendio medio viaggia sui mille dinari, circa 300 euro. E la disoccupazione è oltre il 15%. Intanto la Tunisia, con un debito pubblico che ha superato il 100% del Pil, sta rischiando seriamente da mesi il default (le penurie sono dovute al fatto che lo Stato non può più garantire in valuta le importazioni dei beni di prima necessità). Per evitare la catastrofe, il governo sta negoziando da tempo un prestito con il Fondo monetario internazionale, che aveva dato il via libera in ottobre a 1,9 miliardi di dollari (appena il necessario per salvare il salvabile). E l’Fmi aveva messo all’ordine del giorno del suo Cda, che si riunisce lunedì, l’ok definitivo al prestito.
Ma il punto, nei giorni scorsi, è misteriosamente scomparso dalla lista dei temi da dibattere e rinviato non si sa bene a quando. È probabile che al Fondo dubitino della capacità (e della volontà) di Saied di realizzare le riforme richieste per concedere i fondi previsti. Sono la fine delle sovvenzioni pubbliche a una serie di beni di base (molti alimentari, come il pane) e la riduzione della massa salariale dell’apparato dello Stato, con la necessità di sfoltirne il personale e di nazionalizzare una serie di imprese pubbliche, più o meno fallite: ancora nuovi sacrifici per la popolazione. In questo contesto per i tunisini le legislative di oggi diventano appena un dettaglio.