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I talebani vietano l'università alle donne. La vicepresidente di Pangea: “Non sono interessati a parlare con il mondo”

(ansa)
La onlus lavora in tutto il mondo per contrastrare le discriminazioni e la violenza contro le donne. Nel 2021, dopo la caduta di Teheran in mano ai talebani, si era adoperata per portare fuori dall'Afghanistan il maggior numero di persone possibile
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Simona Lanzoni è vicepresidente di Pangea Onlus, ong che da più di venti anni lavora con le donne afghane. Dai progetti di microcredito, a quelli di formazione scolastica e professionale, fino alla fornitura di cibo a di aiuti in emergenze come terremoti e alluvioni. Lo scorso anno, di fronte all'arrivo dei talebani, è stato anche grazie al lavoro di Pangea che migliaia di donne con le loro famiglie sono riuscite a mettersi in salvo in Italia: da allora l'associazione ha continuato a lavorare nel Paese seguendo da vicino le scelte dei nuovi governanti.

Simona Lanzoni 
Lanzoni, si aspettava questa decisione?
"No. E la considero molto preoccupante. L'educazione femminile è stata in questi mesi il punto centrale delle discussioni fra i talebani e il mondo esterno. Il presupposto di lasciare aperte scuole e università è stato quello da c…

Simona Lanzoni è vicepresidente di Pangea Onlus, ong che da più di venti anni lavora con le donne afghane. Dai progetti di microcredito, a quelli di formazione scolastica e professionale, fino alla fornitura di cibo a di aiuti in emergenze come terremoti e alluvioni. Lo scorso anno, di fronte all'arrivo dei talebani, è stato anche grazie al lavoro di Pangea che migliaia di donne con le loro famiglie sono riuscite a mettersi in salvo in Italia: da allora l'associazione ha continuato a lavorare nel Paese seguendo da vicino le scelte dei nuovi governanti.

Simona Lanzoni 
Lanzoni, si aspettava questa decisione?
"No. E la considero molto preoccupante. L'educazione femminile è stata in questi mesi il punto centrale delle discussioni fra i talebani e il mondo esterno. Il presupposto di lasciare aperte scuole e università è stato quello da cui la comunità internazionale ha fatto dipendere la riapertura delle ambasciate. La scelta di vietare l'educazione significa che ai vertici dei talebani in questo momento non interessa la comunità internazionale: pesano più le questioni interne, e quindi il braccio di ferro fra i rappresentanti della linea dura - che vogliono scuole e università chiuse - e i pragmatici. Fra i primi c'è il ministro dell'Educazione".

Quali saranno le conseguenze?
"Saranno pesanti. Questa scelta è espressione della volontà di sottomettere un'intera nazione e il suo futuro. Una donna non educata non solo non potrà lavorare, ma non sarà in grado di educare i figli. Così le femmine resteranno a casa, e i maschi faranno i soldati perché sapranno solo combattere".

Si aspetta reazioni da dentro l'Afghanistan?
"Le donne afghane hanno dimostrato in questi mesi la volontà di non arrendersi: quelle che sono rimaste in patria, così come quelle che sono fuggite. Dobbiamo ricordarci che viviamo in un mondo globalizzato, che c'è Internet: l'educazione può passare anche da lì. Inoltre, ci sono province i cui governatori non sono d'accordo e lasceranno scuole e università aperte. Ma certo in questo momento è difficile sperare. Anche perché tutto intorno assistiamo a pesanti passi indietro sul fronte dei diritti: penso all'Iran ma anche al Pakistan, di cui nessuno parla. Non è un caso che i suicidi femminili siano in aumento: per le donne afghane le vie di scampo interne ed esterne si stanno chiudendo".

E dunque cosa fare?
"Occorre tornare ad accendere le luci sul Paese. Pangea sta sostenendo una scuola per bambini e bambine sorde, che potrà continuare a operare proprio perché i bimbi sono disabili, e sta rilanciando i programmi di microcredito. Se ce lo consentiranno riprenderemo la distribuzione di cibo. Non possiamo dimenticare l'Afghanistan".