"Tutti o nessuno": gli studenti afghani lasciano le aule in solidarietà con le compagne cacciate dalle università
di Giorgio Brugnoli , di Giorgio BrugnoliNon siete sole. È questo il messaggio che un gruppo di studenti di medicina dell'università di Nangarhar, in Afghanistan, ha voluto mandare alle compagne di corso cacciate dagli atenei per volontà dei talebani. Nella lettera inviata ieri dal ministro dell'Istruzione a tutte le università del Paese si legge che la sospensione durerà fino "a nuovo ordine" ma per le studentesse afghane il messaggio è chiaro: le porte universitarie si sono definitivamente chiuse.
Non siete sole. È questo il messaggio che un gruppo di studenti di medicina dell'università di Nangarhar, in Afghanistan, ha voluto mandare alle compagne di corso cacciate dagli atenei per volontà dei talebani. Nella lettera inviata ieri dal ministro dell'Istruzione a tutte le università del Paese si legge che la sospensione durerà fino "a nuovo ordine" ma per le studentesse afghane il messaggio è chiaro: le porte universitarie si sono definitivamente chiuse.
Il divieto all'istruzione universitaria è solo l'ultima delle mille promesse tradite dal regime dei talebani. Il 15 agosto 2021, giorno della presa di Kabul, la volontà di un possibile riconoscimento internazionale aveva spinto i miliziani a rassicurare la popolazione con speranze rivelatesi presto vane. A marzo il ministro Neda Mohammad Nadeen aveva rinviato l'apertura delle scuole femminili secondarie (medie e liceo) perché "le uniformi, adegate alle norme della Sharia, non erano ancora pronte". A maggio il leader supremo Hibatullah Akhundzada aveva decretato un ulteriore salto indietro nel tempo obbligando tutte le donne ad indossare il burqa in pubblico.
Tanti i diritti negati, tante le proteste sedate con la violenza. A quasi un anno dalla ascesa politica dei fondamentalisti islamici alcune donne avevano marciato per le strade urlando "Cibo, lavoro e libertà" ma in pochi minuti alcuni miliziani avevano disperso la folla sparando in aria colpi di kalashnikov e picchiando le partecipanti con il calcio del fucile. A inizio dicembre invece la prima esecuzione pubblica tramite impiccagione. Nella provincia di Farah, ad ovest del paese, un uomo è stato giustiziato per omicidio di fronte alla comunità e le autorità locali dopo che a novembre il leader supremo aveva ordinato ai giudici di applicare la legge islamica con rigore.