LONDRA – Dopo 300 giorni di guerra, Vladimir Putin convoca i suoi vertici militari, parla di “situazione complicata” sul terreno del conflitto e concorda con Minsk esercitazioni congiunte al confine fra Bielorussia e Ucraina. Cosa prepara il presidente russo? Secondo Kiev sono prove tecniche di una rinnovata invasione, ovvero segnali che Mosca potrebbe lanciare una nuova, grande offensiva all’inizio dell’anno, coinvolgendo per la prima volta direttamente le truppe bielorusse. Un sospetto rafforzato dalla decisione della Bielorussia di prorogare le restrizioni introdotte a giugno sull'accesso ai territori situati al confine con l'Ucraina, che restano off-limits a chiunque tranne i residenti, come per nascondere per l'appunto movimenti di soldati e mezzi verso Kiev. "Il governo russo darà alle forze armate tutto quello di cui hanno bisogno", ha detto oggi Putin in un discorso di fine anno. "Tutto, non ci saranno limiti", ha aggiunto, riaffermando che Mosca manterrà i suoi obiettivi in quella che continua a definire "un'operazione speciale" e definendo l'Ucraina "una nazione sorella" nella quale sarebbe stato costretto a intervenire per rispondere "alle provocazioni dell'Occidente", una falsità che non si stanca di ripetere.
Finora il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko è stato sempre molto attento a mantenere un delicato equilibrio tra il sostegno a parole a un alleato chiave come la Russia, di cui ha bisogno per reprimere il dissenso interno, se necessario con la forza, e un appoggio minimo nei fatti: permettendo alle forze russe di transitare dalla Bielorussia per attaccare l’Ucraina, consentendo all’aviazione russa di usare le basi militari bielorusse per i raid contro Kiev, ma senza inviare i propri soldati al fronte. Lukashenko è consapevole che l’invasione sta andando male per Mosca e che se un impopolare coinvolgimento delle sue truppe nella guerra venisse aggiunto allo scontento per il suo brutale regime autocratico, il rischio di nuove sollevazioni popolari per fargli perdere un trentennale potere, dopo le elezioni truffa con cui l’ha confermato, potrebbe aumentare.
Tuttavia è possibile che il suo incontro di questi giorni con Putin, prima visita a Minsk del capo del Cremlino in tre anni, abbia cambiato scenario. Le dichiarazioni ufficiali sui colloqui parlano soltanto di accordi di sicurezza reciproca e nuove esercitazioni militari congiunte. Ma non è soltanto Kiev a temere che la Bielorussia entri in guerra a fianco della Russia. Immagine riprese via satellite, citate dalla rivista americana Foreign Policy, rivelano l’apertura di nuove strade nelle foreste lungo la frontiera tra Bielorussia e Ucraina e rinforzi di truppe nella medesima regione. Anche l'invasione del febbraio scorso è iniziata dopo l'annuncio di "esercitazioni militari", fra ripetute smentite che queste sarebbero state il preludio a un attacco contro l'Ucraina.
Il sito Intelslava pubblica un video sull’argomento, diffuso dalla propaganda militare di Mosca, che mostra le esercitazioni congiunte di reparti russi e bielorussi. Dopo i colloqui di Putin con Lukashenko di lunedì scorso restano dunque intatti gli interrogativi sulla possibile integrazione tra i due eserciti e l’ipotesi di una nuova offensiva invernale lanciata da nord verso Kiev. Sostanzialmente, nulla è trapelato sul risultato del summit di Minsk, che ha coinvolto pure i ministri russi della Difesa Shoigu e degli Esteri Lavrov. Come minimo, si tratta di guerra psicologica: il Cremlino ci tiene a mostrare l’affiatamento tra le brigate meccanizzate dei due Paesi. Nel video, veicoli blindati e missili controcarro bielorussi appaiono di modelli datati: uno dei motivi per cui Lukashenko potrebbe non essere molto favorevole a mandare i suoi soldati a combattere, con dubbi risultati, più che altro come “carne da cannone”.
È vero, però, che pure la Russia sul fronte ucraino combatte con armi ed equipaggiamenti d’ogni epoca, molti dei quali antiquati rispetto agli aiuti militari forniti dalla Nato all’Ucraina. Un aspetto del conflitto confermato dalle intercettazioni di conversazioni fra soldati russi, pubblicate in questi giorni dal New York Times e dal Guardian, in cui alcuni militari si lamentano di essere stati “mandati al macello”. Un suo commilitone, in una telefonata alla madre, si lamenta dicendo: “Non riceviamo né rinforzi, né comunicazioni. Ma non abbiamo il permesso di ritirarci, altrimenti dicono che verremo fucilati”.
E’ questo il quadro in cui Putin, nel trecentesimo giorno di guerra, ha pronunciato una rara ammissione delle difficoltà che sta incontrando l’operazione in Ucraina durante una videoconferenza con i suoi vertici militari e di sicurezza: “La situazione è estremamente complicata”, ha detto il presidente russo riferendosi alle quattro regioni occupate dalle sue forze (complessivamente pari al 15 per cento del territorio ucraino), nelle quali le truppe di Kiev stanno riguadagnando posizioni, ed ha esortato i suoi generali e direttori dell’intelligence a intensificare gli sforzi per identificare “traditori, spie e disfattisti”. È la seconda volta in poche settimane che il capo del Cremlino riconosce che la guerra non sta andando secondo i piani. All’inizio di dicembre aveva annunciato che il conflitto potrebbe diventare “un processo a lungo termine”. Del resto, la prima invasione, quella del 2014, ha creato una guerra a bassa intensità durata otto anni, prima che Putin ordinasse un secondo, più massiccio attacco. Resta da vedere quanto a lungo potrà protrarre la sfida militare odierna. E se durerà più a lungo la guerra o il suo regime.