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Regno Unito, tra Brexit, scioperi e recessione è l'inverno del "grande scontento"

Lavoratori delle ambulanze in sciopero a Londra (reuters)
L'istantanea del declino britannico fotografa lavoratori di ogni categoria in agitazione per gli aumenti, l'inflazione che sale, la Brexit che si fa sentire, così come la pandemia, la guerra in Ucraina e l'instabilità politica
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LONDRA – I colpi di clacson che risuonano in questi giorni lungo le rive del Tamigi non celebrano una vittoria calcistica dell’Inghilterra, che peraltro manca da oltre mezzo secolo: rappresentano la colonna sonora di un sempre più evidente declino nazionale. Gli automobilisti strombazzano per solidarietà con i lavoratori in sciopero. I lavoratori di ogni categoria, dagli infermieri ai postini, dai ferrovieri agli insegnanti, fino alle guardie di frontiera, scioperano per avere un aumento. L’aumento è necessario perché un’inflazione galoppante, la più alta da quarant’anni, e un decennio di austerità hanno divorato i salari. E l’inflazione galoppa perché è il risultato di un cocktail micidiale: le conseguenze della Brexit, della pandemia e della guerra in Ucraina, sommate a un’instabilità politica di cui cinque premier conservatori negli ultimi sei anni sono il più chiaro simb…

LONDRA – I colpi di clacson che risuonano in questi giorni lungo le rive del Tamigi non celebrano una vittoria calcistica dell’Inghilterra, che peraltro manca da oltre mezzo secolo: rappresentano la colonna sonora di un sempre più evidente declino nazionale. Gli automobilisti strombazzano per solidarietà con i lavoratori in sciopero. I lavoratori di ogni categoria, dagli infermieri ai postini, dai ferrovieri agli insegnanti, fino alle guardie di frontiera, scioperano per avere un aumento. L’aumento è necessario perché un’inflazione galoppante, la più alta da quarant’anni, e un decennio di austerità hanno divorato i salari. E l’inflazione galoppa perché è il risultato di un cocktail micidiale: le conseguenze della Brexit, della pandemia e della guerra in Ucraina, sommate a un’instabilità politica di cui cinque premier conservatori negli ultimi sei anni sono il più chiaro simbolo. 

“Cool Britannia” era l’etichetta del Regno Unito, quando mi ci trasferii come corrispondente di Repubblica una ventina d’anni fa: una Britannia trendy, prospera, affascinante e vincente, che vantava la crescita economica più forte e la disoccupazione più bassa d’Europa. Guidati dal riformista Tony Blair, artefice della Terza Via ideata dal sociologo Anthony Giddens, i laburisti sono rimasti al potere per un totale di tredici anni contando anche gli ultimi tre, quando Gordon Brown sostituì Blair, costretto a dimettersi per le polemiche sulla decisione di partecipare alla guerra in Iraq al fianco degli Stati Uniti. Quella guerra voluta in risposta al terrorismo, che nel 2005 fece 60 morti e 500 feriti nel metrò di Londra, peggiore attentato del fondamentalismo islamico dopo quello contro l’America dell’11 settembre 2001, segnò la prima crepa nel primato britannico.

La seconda è venuta con il crash finanziario globale del 2008, che ha ferito le banche della City, polmone dell’economia inglese. Così, nel 2010 sono saliti al governo i conservatori, rimanendoci fino ad ora: a Downing Street si sono alternati David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak, l’attuale inquilino. Ora sondaggi e commentatori prevedono che il ciclo dei Tories si chiuderà alle prossime elezioni, nel 2024, dopo 14 anni al potere. Il loro ciclo precedente, con Margaret Thatcher e John Major, era durato 17 anni. Ma la “lady di ferro”, nonostante eccessi di neoliberismo, modernizzò il Paese preparandolo per la stagione del Labour blairiano. I conservatori odierni lasceranno invece al loro presunto erede, l’attuale leader laburista Keir Starmer, un altro riformista nel segno di Blair, una nazione che gli economisti considerano il nuovo “malato d’Europa”. 

Basta scorrere l’home page del Financial Times in uno qualsiasi di questi giorni di fine 2022 per rendersene conto: sembra la cartella clinica di un paziente afflitto da molteplici mali. Tre quarti delle aziende britanniche ammettono che la Brexit non le ha aiutate, rivela un rapporto, ancora più netto sui danni dell’uscita dall’Unione Europea, decisa 52 a 48 per cento dal referendum del 2016, di quanto dicano i sondaggi d’opinione secondo i quali ora il 56 per cento della popolazione giudica il divorzio dall’Europa unita uno sbaglio e soltanto il 34 per cento lo rifarebbe (il rimanente 10 per cento è indeciso).

I giganti della rivoluzione digitale, da Google a Facebook, riducono gli spazi delle loro sedi a Londra, diventata meno necessaria e meno appetibile per gli investitori stranieri. Il pil si è contratto più del previsto nel terzo trimestre dell’anno, mettendo praticamente il Paese in recessione. I prezzi delle case nella capitale, il cui mattone cresceva a dismisura al tempo del blairismo (“se vuoi fare soldi da queste parti c’è un solo sistema”, suggeriva un amico italiano quando arrivai io, “compra casa e dopo due-tre anni rivendila, compra e rivendi, compra e rivendi, moltiplicherai rapidamente la tua fortuna”), si sono ridotti di un quarto negli ultimi cinque anni.

La Camera di Commercio britannica chiede al governo di aprire “un onesto dialogo” con la Ue, perché così non si può andare avanti. La London Stock Exchange ha perso la corona di maggior mercato finanziario europeo. La sterlina rimane debole. La Royal Mail avverte i suoi postini in sciopero che l’azienda rischia di fallire. Il National Health Service, ovvero la sanità pubblica, minaccia scioperi a oltranza. Gli aeroporti lamentano ritardi per gli scioperi delle guardie di frontiera addette al controllo passaporti. L’elenco potrebbe continuare. È come un bollettino di guerra, in cui a perdere, in definitiva, è l’intera nazione. 

In parte le cause della crisi sono comuni a tutto il mondo o perlomeno all’Occidente: due anni di Covid, i prezzi alle stelle dell’energia come risultato della guerra in Ucraina, il debito pubblico provocato dalla pandemia e dal braccio di ferro con la Russia su gas e petrolio. Ma in parte sono ragioni strettamente britanniche. “La nostra economia nazionale è stata permanentemente danneggiata dalla Brexit”, dice Michael Saunders, ex-membro della commissione monetaria della Banca d’Inghilterra. “Ha ridotto significativamente il potenziale del prodotto interno lordo. Ha eroso gli investimenti privati. Se non avessimo avuto la Brexit, non avremmo una manovra finanziaria basata sull’austerità, ovvero su tagli alla spesa pubblica e aumenti delle tasse”. E l’errore della Brexit va imputato in primo luogo ai conservatori. Fino all’infausta decisione di sottoporre la partecipazione alla Ue a un referendum popolare, i Tories sembravano avere trovato in Cameron una specie di Blair moderato, tanto da avergli fatto guadagnare il soprannome di “Tory Blair”: aveva orientato il partito al centro, abbracciato battaglie civili come il matrimonio gay (da lui fatto diventare legge), compiuto una decisa scelta di campo ambientalista. Come di Blair prima della guerra in Iraq, di Cameron prima della Brexit si diceva che avrebbe governato ancora a lungo.

Sedotti – in buona parte per le ambizioni di potere di Boris Johnson - da populismo, nazionalismo e nostalgia di un passato imperiale impossibile da replicare, i conservatori hanno perso contatto con la realtà o meglio con il cittadino medio: “Da partito equidistante fra Emmanuel Macron e i repubblicani americani, sono gradualmente diventati un partito estremista”, afferma il politologo John Burn-Murdoch, specialista di analisi dei big data. Rispetto a Johnson e al brevissimo mandato di Truss, Rishi Sunak sta cercando di moderare questa immagine. Ma la sensazione, a dispetto dello storico avvento del primo leader di origine indiana a Downing Street, è che sia troppo poco, troppo tardi. “Se non ci saranno azioni decise per invertire rotta, il Regno Unito pagherà le scelte del recente passato con un decennio di opportunità perdute”, ammonisce Tony Danker, direttore generale della Confindustria britannica. È come se la regina Elisabetta fosse scomparsa al momento giusto, lasciando a un erede meno popolare, come suo figlio Carlo, il compito di regnare su un Paese che ha smarrito sé stesso. Un Paese che, in questo 2022 giunto al termine, ha avuto due monarchi, tre premier e quattro ministri delle Finanze: il potere diventato una porta girevole.

L’odierno inverno del “grande scontento” (un verso del Riccardo III di Shakespeare) viene paragonato all’inverno del grande scontento del 1978-79. La differenza è che allora crisi economica, calo di investimenti e scioperi di massa misero in ginocchio un governo laburista e portarono al potere i neoliberisti di Margaret Thatcher: oggi si prevede che a intraprendere la nuova rotta auspicata da Confindustria e sindacati sia il Labour, che ha 25 punti di vantaggio sui conservatori nei rilevamenti statistici. Nemmeno il suo leader Starmer si sente pronto a rinnegare l’errore della Brexit, nonostante fosse tra coloro che la avversavano, ben più del suo predecessore a capo del Labour, Jeremy Corbyn, i cui pregiudizi da socialista vecchio stampo gli facevano giudicare l’Europa unita un club di avidi banchieri: la ferita che ha spaccato in due la nazione è troppo recente per venire riaperta. Tra due anni, quando gli elettori britannici torneranno alle urne, potrà iniziare una lenta ripresa. Ma la Brexit resterà a lungo l’eredità che tormenta e limita gli abitanti di questo lato della Manica. Non chiedetevi per chi suonano i clacson di solidarietà ai picchetti di scioperanti, si potrebbe dire ai passanti distratti nelle vie di Londra: suonano per tutti voi.