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Israele, dall'annessione della Cisgiordania all'attacco ai diritti Lgbtq: ecco i piani del nuovo governo Netanyahu

(reuters)

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L'esecutivo di coalizione condizionato in modo pesante dalle pretese dei partiti di estrema destra, che puntano a una riforma della giustizia per permettere al Parlamento di promulgare leggi bocciate dall'Alta Corte e alla ridefinizione dei rapporti tra Stato e religione
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GERUSALEMME – Si insedia oggi il nuovo governo israeliano, il sesto a essere guidato da Benjamin Netanyahu. La cerimonia al termine di una lunga maratona parlamentare per presentarne i ministri e le linee guida. Sessantaquattro su 120 i parlamentari che sostengono la coalizione (solo nove le donne), suddivisi in sei partiti: il Likud di Netanyahu con 32 seggi, i due gruppi ultraortodossi, Shas con 11 seggi e United Torah Judaism (Utj) con sette, e le tre formazioni nazional-religiose – che alle elezioni si erano presentate in un’unica lista – il Partito Sionista Religioso (Psr) con sette seggi, Potere Ebraico con sei e Noam con uno.

“Benedetto Tu Signore, Dio Nostro, Re del Mondo, che ci hai fatto arrivare a questo momento,” ha twittato il nuovo premier, citando una tradizionale benedizione ebraica. Considerato l’esecutivo più spostato a destra di sempre, il governo delinea tra le priorità la riforma della giustizia, spostare il…

GERUSALEMME – Si insedia oggi il nuovo governo israeliano, il sesto a essere guidato da Benjamin Netanyahu. La cerimonia al termine di una lunga maratona parlamentare per presentarne i ministri e le linee guida. Sessantaquattro su 120 i parlamentari che sostengono la coalizione (solo nove le donne), suddivisi in sei partiti: il Likud di Netanyahu con 32 seggi, i due gruppi ultraortodossi, Shas con 11 seggi e United Torah Judaism (Utj) con sette, e le tre formazioni nazional-religiose – che alle elezioni si erano presentate in un’unica lista – il Partito Sionista Religioso (Psr) con sette seggi, Potere Ebraico con sei e Noam con uno.

“Benedetto Tu Signore, Dio Nostro, Re del Mondo, che ci hai fatto arrivare a questo momento,” ha twittato il nuovo premier, citando una tradizionale benedizione ebraica. Considerato l’esecutivo più spostato a destra di sempre, il governo delinea tra le priorità la riforma della giustizia, spostare il baricentro dei rapporti Stato-religione in Israele verso la visione dell’ortodossia ebraica proposta dalle forze di governo e una diversa gestione dei delicati equilibri di controllo della Cisgiordania – con l’obiettivo finale di annetterla.

Riforma della Giustizia

Secondo molti esperti legali il nodo del ruolo dell’Alta Corte di Giustizia - che funge sia da Cassazione che da Corte Costituzionale - e le modalità di nomina dei magistrati rappresentano la prima vera sfida per la democrazia israeliana, ancora più che le proposte in chiave nazionalista-religiosa. Il programma di governo infatti prevede di consentire al Parlamento di promulgare leggi già bocciate dalla Corte. Israele non ha una carta formale, ma negli anni ha approvato un certo numero di leggi dichiarate “fondamentali” che hanno assunto rango costituzionale e a partire dagli anni Novanta la Corte ha respinto riforme che ne infrangessero le previsioni. Secondo quanto dichiarato durante i negoziati di coalizione, il governo potrebbe permettere che il veto del tribunale venga superato addirittura con maggioranza semplice, anche se il punto non è specificato nel programma. La riforma della giustizia prevede anche di modificare il metodo di nomina dei giudici dando più peso ai politici.

Cisgiordania

Il governo si impegna a prendere una decisione sulla legalizzazione dei nuovi avamposti in Cisgiordania fondati entro il 2011 e attualmente considerati fuorilegge dalle stesse norme israeliane entro sessanta giorni dalla sua formazione. L’esecutivo dovrà inoltre modificare la legislazione con cui nel 2005 Israele evacuò Gaza e quattro insediamenti nella Cisgiordania settentrionale per consentire di stabilire nuovamente un centro a Homesh. L'accordo prevede anche la modifica delle modalità di approvazione delle concessioni edilizie per gli insediamenti. Oggi, ogni fase del processo di pianificazione richiede la previa approvazione del ministro della Difesa, che nel procedere tiene in considerazione questioni di politica interna e internazionale. Con il nuovo esecutivo però il procedimento dovrebbe essere modificato secondo una modalità concordata tra Netanyahu e il leader di Psr, Bezalel Smotrich. L’idea di fondo è quella di facilitare la costruzione di abitazioni israeliane in Cisgiordania, ma i dettagli non sono specificati.  

Il governo si impegna anche a trasferire l’autorità sui civili israeliani che vivono in Cisgiordania dall’apposita unità dell’esercito ai normali ministeri preposti alle varie attività nel territorio ufficialmente parte dello Stato di Israele. Una mossa che se realizzata potrebbe equivalere a un’annessione di fatto. L’annessione d’altronde è esplicitamente nominata anch’essa nell’accordo di coalizione, seppure in termini molto vaghi, con il primo ministro che si riserva di promuovere politiche in questa direzione, prendendo in considerazione gli interessi del Paese a livello nazionale e internazionale.

Stato e religione

Gli accordi di coalizione tra il Likud e partiti alleati – che si identificano tutti come partiti religiosi – prevedono diversi elementi per ridisegnare i rapporti tra Stato e religione. Forse una delle questioni più iconiche e controverse è la riforma della Legge del Ritorno, che consente a tutti coloro che hanno almeno un nonno ebreo – o si sono convertiti all’ebraismo – di fare l’aliyah (letteralmente “salita”), cioè di immigrare in Israele e ricevere la cittadinanza. Secondo la legge ebraica ortodossa è ebreo solo chi discende da madre ebrea. Nel corso dei decenni dunque sono arrivate in Israele decine di migliaia di persone che pur avendo i requisiti per immigrare non sono considerati ebrei dal Rabbinato centrale del Paese, con varie conseguenze sul loro status civile. L’obiettivo del governo è riformare la legge per limitare l’arrivo di questi immigrati, agendo sulla cosiddetta “clausola del nonno”.

Il programma di governo prevede anche di limitare il riconoscimento delle conversioni effettuate da movimenti ebraici non ortodossi in Israele e da tribunali rabbinici ortodossi privati, che solo di recente sono state riconosciute dall’Alta Corte come valide ai fini dell’Aliyah. Rafforzando quello che è già un quasi-monopolio del Rabbinato in materia. Inoltre si prevede di affidare in via esclusiva al Rabbinato Centrale la decisione di quali tipi di riti siano accettabili in prossimità del Muro occidentale, considerato uno dei luoghi ebraici più sacri. Il che si tradurrebbe molto probabilmente in una completa messa al bando delle funzioni ebraiche non ortodosse, in cui uomini e donne pregano insieme, già oggi relegate a una zona periferica del sito.

Il nuovo esecutivo si propone anche di abolire il divieto per gli esercizi commerciali di rifiutare un servizio su base religiosa – punto quest’ultimo considerato un attacco ai diritti Lgbtq e alle altre minoranze. Tra le altre misure anche l’aumento delle sovvenzioni statali per gli studenti di scuole rabbiniche, la cancellazione della riforma del precedente governo per liberalizzare il controllo della Kasherut (regole ebraiche alimentari) e un incremento dei poteri dei tribunali religiosi.

Gli equilibri regionali

La questione di come le politiche più intransigenti proposte dal nuovo governo potranno influenzare i rapporti di Israele tanto con gli Stati vicini quanto con gli alleati internazionali ha fatto da sfondo all’intero processo dei negoziati di coalizione. L'accordo di coalizione alla fine prevede di “promuovere la pace con tutti i nostri vicini preservando la sicurezza e gli interessi storici e nazionali di Israele”. Inoltre l’esecutivo si propone di rafforzare la cooperazione con i Paesi arabi che hanno firmato gli Accordi di Abramo e di promuoverne ulteriori. Naturalmente, è difficile immaginare che le politiche israeliane e in particolare quelle che riguardano la Cisgiordania e influenzano la situazione della popolazione palestinese non abbiamo ripercussioni sulle relazioni tanto con gli stessi palestinesi quanto con gli altri Stati arabi, in particolare se l’obiettivo dell’annessione della Cisgiordania dovesse essere portato avanti.

Le questioni sociali

Il contrasto alla povertà e al carovita sono stati anch’essi delineati come punti prioritari della nuova agenda di governo. Nell’accordo di coalizione anche la lotta al crimine nel settore arabo, una piaga sociale che causa decine di morti e feriti ogni anno. Attenzione anche a temi come integrazione di persone con disabilità, ambiente, e investimento nel trasporto pubblico e nell’educazione.