✕

Nei primi anni 2000 Blair voleva Putin al tavolo dei leader globali: lo rivelano nuovi documenti riservati

(afp)
Una posizione analoga a quella di Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio in Italia, come rivela il memorandum di una riunione della Nato a Roma nel 2002
2 minuti di lettura
LONDRA – Nei primi anni Duemila, quando Vladimir Putin non aveva ancora imboccato apertamente la strada dell’autocrazia, l’allora primo ministro britannico Tony Blair insistette con gli Stati Uniti e con altri leader europei per dare al presidente russo un posto al “tavolo dei grandi” della terra. Blair considerava Putin “un patriota russo simile a Charles De Gaulle” e riteneva che manifestargli rispetto fosse il sistema giusto per rafforzare la democrazia in Russia. Lo rivelano documenti riservati, declassificati dagli archivi britannici a vent’anni di distanza dai fatti.

“La migliore risposta, si p…

LONDRA – Nei primi anni Duemila, quando Vladimir Putin non aveva ancora imboccato apertamente la strada dell’autocrazia, l’allora primo ministro britannico Tony Blair insistette con gli Stati Uniti e con altri leader europei per dare al presidente russo un posto al “tavolo dei grandi” della terra. Blair considerava Putin “un patriota russo simile a Charles De Gaulle” e riteneva che manifestargli rispetto fosse il sistema giusto per rafforzare la democrazia in Russia. Lo rivelano documenti riservati, declassificati dagli archivi britannici a vent’anni di distanza dai fatti.

“La migliore risposta, si può ottenere da Putin trattandolo con rispetto e al tempo stesso impedendogli di dividere i membri europei della Nato dagli Usa”, nota un memorandum del 2001 su un colloquio con il vicepresidente americano Dick Cheney, riflettendo il pensiero del leader laburista. Blair si rendeva conto che c’erano perplessità sul capo del Cremlino sia a Washington che all’interno dello stesso governo britannico. Putin era salito al potere da appena due anni, vincendo le elezioni con il sostegno del suo predecessore Boris Eltsin, con il quale l’Occidente aveva avuto buoni rapporti dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma il suo atteggiamento nella guerra in Cecenia, la repubblica autonoma repressa da Mosca con bombardamenti a tappeto e violazioni dei diritti umani, e altri segnali sul fronte interno russo, creavano scetticismo nei suoi confronti da parte degli analisti occidentali, che non si fidavano di lui.

Un rapporto presentato a Blair in quello stesso 2001 dall’intelligence britannica osservava che, a dispetto degli impegni presi ai summit internazionali, Putin non stava mantenendo le promesse e che, al di là della sua retorica sugli stretti legami con Londra, c’era stato un forte aumento dello spionaggio russo in Gran Bretagna: un’attività “ai livelli della guerra fredda, ostile agli interessi britannici nel mondo”. Il documento elenca una serie di false assicurazioni fornite da Putin a Blair, tra cui la fine degli aiuti di Mosca al programma nucleare iraniano e il sostegno alla linea dura occidentale nelle relazioni con il dittatore iracheno Saddam Hussein. Putin diceva a Blair che non voleva essere giudicato “anti Nato” e che non avrebbe “cercato di rallentare il processo di allargamento” dell’Alleanza Atlantica. Ma l’intelligence britannica notava un generale “ostruzionismo” in merito da parte russa.

Ciononostante, Blair era incline a tenere la porta aperta a Putin in quella fase, ritenendolo il metodo migliore per incoraggiare la democrazia a Mosca. Una posizione analoga a quella di Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio in Italia, come rivela il memorandum di una riunione della Nato a Roma nel 2002. Al summit, Berlusconi consigliò ai leader dell’Alleanza perfino di “delegare Putin a parlare” a loro nome alle autorità di India e Pakistan a un imminente incontro in Kazakhistan come parte degli sforzi internazionali per impedire che le due potenze nucleari asiatiche arrivassero a un conflitto. Ma la proposta, giudicata dal segretario di stato americano Condoleezza Rice “un’idea terribile”, fu respinta.