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Tensione Italia-Iran: ambasciatore convocato. “No alle ingerenze”

Teheran protesta con il nostro rappresentante Meloni: “Repressione inaccettabile, ora basta”
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È la prima volta che succede in oltre 20 anni di rapporti diplomatici: ieri pomeriggio il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica ha convocato l'ambasciatore italiano a Teheran, Giuseppe Perrone, per protestare contro la condanna netta e pubblica del nostro governo - prima del ministro degli Esteri Antonio Tajani poi della premier Giorgia Meloni - della brutale repressione in corso nel Paese. I toni sono duri: Teheran accusa "alcuni funzionari italiani di intervenire negli affari interni" con "politiche selettive e duplici sui diritti umani" e di "danneggiare gli interessi della nazione iraniana violando i suoi diritti con l'imposizione di sanzioni illegali".

Due g…

È la prima volta che succede in oltre 20 anni di rapporti diplomatici: ieri pomeriggio il ministero degli Esteri della Repubblica Islamica ha convocato l'ambasciatore italiano a Teheran, Giuseppe Perrone, per protestare contro la condanna netta e pubblica del nostro governo - prima del ministro degli Esteri Antonio Tajani poi della premier Giorgia Meloni - della brutale repressione in corso nel Paese. I toni sono duri: Teheran accusa "alcuni funzionari italiani di intervenire negli affari interni" con "politiche selettive e duplici sui diritti umani" e di "danneggiare gli interessi della nazione iraniana violando i suoi diritti con l'imposizione di sanzioni illegali".

Due giorni fa, alla Farnesina era stato convocato l'ambasciatore iraniano a Roma, Mohammad Reza Sabouri, il ministro Tajani aveva chiesto con nettezza lo stop alle "esecuzioni, alle condanne a morte, alla repressione", e ieri è intervenuta con altrettanta chiarezza anche Giorgia Meloni: quello che sta succedendo in Iran "è inaccettabile, e non intendiamo tollerarlo oltre", se le repressioni "non dovessero cessare e non si dovesse tornare indietro, l'atteggiamento dell'Italia dovrà cambiare". Gli iraniani hanno risposto, ma non è solo reciprocità, è una crisi politica più profonda. La scelta del sistema di chiudere a qualsiasi dialogo con la piazza, di giustiziare 20enni, di usare violenze e condanne "esemplari" contro i manifestanti, dopo processi che tutti gli osservatori indipendenti definiscono farsa, ha incrinato i rapporti anche con i Paesi europei storicamente più dialoganti con l'Iran, come l'Italia e la Germania. Roma è sempre stata considerata da Teheran un interlocutore affidabile, dopo la liberazione di Alessia Piperno gli iraniani si erano convinti di aver maturato una sorta di credito politico, o quantomeno di aver dimostrato "buona volontà". Ma la pena di morte, l'uccisione di minori innocenti, le violenze e i casi accertati di tortura in carcere sono linee rosse che non possono essere superate.

La condanna pubblica mette in difficoltà l'apparato religioso e militare al potere dal 1979, che sente di star combattendo una battaglia per la sopravvivenza, e accusa l'Occidente di fomentare le rivolte. All'interno del Paese ci sono voci che chiedono una risposta ancora più dura e "pene esemplari", come il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, che è tornato a invocare "punizioni deterrenti" e tempestive. Le vittime della repressione finora sono più di 500, 66 erano minori, 18mila sono le persone arrestate ma i numeri potrebbero essere più alti perché non c'è nessuna trasparenza. Molti detenuti denunciano abusi e a molti viene negata la possibilità di scegliersi un avvocato. Negli scontri delle scorse settimane sono stati uccisi anche 60 tra poliziotti e basiji, le forze paramilitari usate per reprimere le piazze.

L'Europa si interroga sulla riposta da dare. La Germania, che pure è stata a lungo il primo partner commerciale dell'Iran, ha cambiato nettamente linea, chiudendo tutti i canali di finanziamento e di cooperazione economica con Teheran. A Bruxelles si discute di un nuovo pacchetto di sanzioni, dopo quelle già comminate contro i responsabili della repressione. Dal Nord Europa arrivano appelli anche per la chiusura delle ambasciate, ma i governi Ue non vogliono rompere le relazioni diplomatiche, per due ragioni: tenere accesa la luce su quello che accade nel Paese e non chiudere la porta al dialogo sul programma nucleare iraniano.