Ucraina e Russia, torna la diplomazia: oggi i colloqui dei presidenti con Erdogan, ecco cosa c'è sul tavolo
di Paolo Brera , di Paolo BreraRiecco la diplomazia. Mentre continuano i bombardamenti quotidiani russi e le sempre più frequenti, efficaci e drammatiche risposte ucraine come la strage di Capodanno a Makiivka, nel frastuono del campo di battaglia rispunta la voce flebile di un tentativo di negoziato. Oggi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrà una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin e poi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Nessuno di loro ha naturalmente annunciato in anticipo i temi, ma il canovaccio è quello progressivamente imbastito in questi mesi di dialogo a singhiozzo: sul tavolo ci sono l’allargamento ad altre merci dell’accordo sul grano e lo scambio dei prigionieri, la sicurezza della centrale nucleare di Zaporizhzhya e l’ipotesi di un cessate il fuoco. Per convincere i suoi interlocutori il sultano punterà su nuovi aiuti a Kiev e metterà in campo la normalizzazione dei rapporti con Damasco come regalo per…
Riecco la diplomazia. Mentre continuano i bombardamenti quotidiani russi e le sempre più frequenti, efficaci e drammatiche risposte ucraine come la strage di Capodanno a Makiivka, nel frastuono del campo di battaglia rispunta la voce flebile di un tentativo di negoziato. Oggi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan avrà una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin e poi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Nessuno di loro ha naturalmente annunciato in anticipo i temi, ma il canovaccio è quello progressivamente imbastito in questi mesi di dialogo a singhiozzo: sul tavolo ci sono l’allargamento ad altre merci dell’accordo sul grano e lo scambio dei prigionieri, la sicurezza della centrale nucleare di Zaporizhzhya e l’ipotesi di un cessate il fuoco. Per convincere i suoi interlocutori il sultano punterà su nuovi aiuti a Kiev e metterà in campo la normalizzazione dei rapporti con Damasco come regalo per Mosca.
Il canale per tentare di risolvere la crisi è sempre lo stesso, l’unico che abbia finora tentato molto e ottenuto qualcosa: la mediazione della Turchia, che ha rifiutato di condannare ufficialmente l’aggressione mantenendo comunque ottimi rapporti politici, economici e militari con Kiev. Anche se l’attenzione del mondo è concentrata sul dramma della guerra - i bombardamenti quotidiani a Kherson e gli attacchi con missili e droni alle infrastrutture militari ed energetiche in tutta l’Ucraina, i combattimenti durissimi nel Donbass e la difficile vita quotidiana di milioni di ucraini costretti a vivere spesso senza luce né acqua, senza gas né riscaldamento – la trama diplomatica in questi dieci mesi e mezzo di invasione non è mai venuta meno, e i colloqui incrociati tra i tre presidenti sono tutt’altro che rari. L’ultima volta in cui Erdogan ha sentito entrambi è stata meno di un mese fa, l’11 dicembre.
Annunciando l’incontro telefonico, il portavoce presidenziale turco Ibrahim Kalin ha dato una risposta a chi sottolinea polemicamente come l’Europa - scegliendo di appoggiare integralmente l’Ucraina - abbia di fatto demandato ad altri la mediazione: “L’unico paese che può farlo in questo momento è la Turchia. Continuiamo a mantenere questa intensa diplomazia con entrambe le parti. I nostri ministri competenti, come il nostro ministro degli Esteri e della Difesa, il capo dell’intelligence e noi continuiamo a incontrare gli altri nostri amici e i loro interlocutori di entrambe le parti. Attualmente, la Turchia è l'unico paese che può farlo, in questo contesto”.
Nell’ultimo di questi colloqui, l’11 dicembre, Erdogan ha discusso con Zelensky degli sviluppi militari assicurando l’impegno del suo paese a “soddisfare i bisogni umanitari del popolo ucraino durante i rigidi mesi invernali”, ma ha anche lavorato alla possibilità di ampliare il corridoio del grano per includere altri prodotti alimentari e altre merci. Hanno parlato della possibilità di raggiungere un accordo sulla sicurezza della centrale nucleare di Zaporizhzhia, e della “formula di pace” avanzata da Zelensky al G20.
Nella liturgia diplomatica di questi incontri, la telefonata con Zelensky era stata preceduta da quella tra Erdogan e Putin, in cui a quanto è stato reso noto i due presidenti hanno parlato della situazione in Siria e dell’implementazione dell’accordo sul grano, probabilmente il più raggiungibile degli obiettivi. E l'apertura di questi giorni di Erdogan a una normalizzazione dei rapporti con Damasco, uno spiraglio che preoccupa molto gli alleati della Nato e che ha già suscitato la reazione degli Usa, è un segno chiaro del lavoro di mediazione del sultano, da sempre sostenitore degli islamisti che hanno guidato l'opposizione al regime siriano. E' chiaro che Erdogan si sta giocando molto su questo ruolo di grande mediatore tra l'Occidente e l'altro mondo, quello dello Sco (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) in cui la Turchia è presente insieme alla Russia, alla Cina e a tante altre economie emergenti. Ed è chiaro che Erdogan non si presenta a mani vuote quando parla con Zelensky offrendo i suoi droni e i generatori e gli aiuti, e quando parla con Mosca lo fa mettendo i suoi interessi siriani sul tavolo.
Dunque è da qui che si riparte: dagli accordi sul grano ucraino, sull’ammoniaca e i fertilizzanti russi, su tutte quelle derrate non militarmente sensibili per le quali la guerra ha interrotto la circolazione provocando un terremoto nell’intero commercio mondiale. Qui lo strumento è già attivo, il canale marittimo è aperto e le infrastrutture per stoccaggio e trasporti su terra sono preservate.
Salendo di grado nella complessità negoziale c’è il tema delicatissimo della sicurezza per la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande centrale europea lambita continuamente dalle esplosioni e dal passaggio di missili e droni. La questione è delicata perché la centrale è un obiettivo militarmente molto importante: averla sotto il proprio controllo impedisce di fatto al nemico di attaccarne l’area, e se i russi la cedessero per garantirne la sicurezza vanificherebbero la loro strategia di lasciare al buio gli ucraini come leva per convincerli ad ammorbidire le pretese su un accordo di pace.
Il più ambizioso degli obiettivi sul tavolo di questo lungo dialogo negoziale a tre resta invece quello di un cessate il fuoco che ponga fine alle atrocità di questi dieci mesi, impedendo che si aggiungano altre morti a questo elenco infinito di crimini. Ufficialmente, le posizioni restano lontanissime: ieri la presidenza ucraina ha ribadito di volere il ritorno ai confini del 1991, l’anno dell’indipendenza; cioè la ritirata dei russi dall’intero territorio rivendicato da Kiev come Ucraina, compresi quindi il Donbass e la Crimea. Radicalmente opposta la richiesta di Mosca, che ufficialmente pretende non solo Crimea e Donbass ma anche le province di Kherson e Zaporizhzhia, minacciando per altro di invadere nuovamente dal confine bielorusso e da Belgorod in direzione di Kiev e delle altre province del nord ucraino.
Il tentativo è di trovare un accordo accettabile per entrambe le parti per sospendere le attività belliche e trasferire le reciproche rivendicazioni sul piano giudiziale. Kiev chiede ufficialmente che Putin e i suoi più stretti collaboratori siano processati come criminali di guerra, e pretende che Mosca risarcisca tutti i danni, materiali e non, che ha provocato dal 24 febbraio. Pretese che Mosca non è affatto disposta ad accettare.
Insomma le parti sono ufficialmente lontane, ma Ankara è convinta di avere il bandolo della matassa per districarla rapidamente. Ai primi di dicembre il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha detto che Ankara si aspetta un cessate il fuoco o un ritorno al tavolo dei negoziati prima della primavera. Oggi si prova a seminare.