La destra brasiliana assalta il Congresso. Lula: "Sono fascisti, colpa di Bolsonaro"
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoCome con il Campidoglio a Washington. Lo hanno promesso, lo hanno fatto. Migliaia di sostenitori di Jair Bolsonaro, che non riconoscono il risultato delle ultime elezioni, hanno invaso la spianata dei ministeri di Brasilia e assaltato i palazzi simbolo del potere. Nonostante la presenza massiccia della polizia militare e di soldati, i manifestanti sono riusciti a sfondare le barriere messe a protezione dell'area e a travolgere il cordone degli agenti. Ci sono stati dei tafferugli, e l'azione delle forze dell'ordine non è sembrata all'altezza della situazione.
Il presidente Lula ha decretato lo Stato di emergenza nel Distretto Federale dopo il licenziamento del responsabile della sicurezza a Brasilia Anderson Torres, ex ministro del governo Bolsonaro, che si è scoperto essere in ferie negli Usa. In serata Lula ha convocato la stampa e ha definito "fascisti e nazisti" gli assalitori. "Si renderanno conto che la democrazia garantisce il dirit…
Come con il Campidoglio a Washington. Lo hanno promesso, lo hanno fatto. Migliaia di sostenitori di Jair Bolsonaro, che non riconoscono il risultato delle ultime elezioni, hanno invaso la spianata dei ministeri di Brasilia e assaltato i palazzi simbolo del potere. Nonostante la presenza massiccia della polizia militare e di soldati, i manifestanti sono riusciti a sfondare le barriere messe a protezione dell'area e a travolgere il cordone degli agenti. Ci sono stati dei tafferugli, e l'azione delle forze dell'ordine non è sembrata all'altezza della situazione.
Il presidente Lula ha decretato lo Stato di emergenza nel Distretto Federale dopo il licenziamento del responsabile della sicurezza a Brasilia Anderson Torres, ex ministro del governo Bolsonaro, che si è scoperto essere in ferie negli Usa. In serata Lula ha convocato la stampa e ha definito "fascisti e nazisti" gli assalitori. "Si renderanno conto che la democrazia garantisce il diritto alla libera espressione", ha aggiunto, "ma richiede anche alle persone di rispettare le istituzioni". Lula ha anche accusato Bolsonaro di aver incoraggiato l'invasione: "È una sua responsabilità". Condanna da ogni Paese della regione, gli Usa sono durissimi: "È un attacco alla democrazia".
L'assalto inizia poco dopo le 17 di ieri. C'è una prima offensiva al palazzo di Plantalto, sede della presidenza, e una seconda al Congresso. Ma è la terza ondata quella più grave. A centinaia forzano i portoni di ingresso, infrangono le vetrate e invadono la sede della Corte Suprema Federale, l'organo giurisdizionale più rilevante del Brasile, uno dei principali obiettivi degli assalitori. Da mesi, durante la campagna elettorale e successivamente, quando Lula è stato indicato vincitore del ballottaggio con il leader della destra estrema, ha subìto attacchi non solo verbali. Tanto che dopo cinque giorni di tolleranza, lo stesso Lula ha chiesto ai ministri della Giustizia e della Difesa di mettere fine alle manifestazioni e sit-in davanti alle caserme: "Bisogna riportare ordine nel Paese".
Il ministro della Giustizia Flavio Dino aveva concesso ancora qualche ora ai manifestanti, ma ribadito che ogni iniziativa di piazza sarebbe stata tollerata fino a venerdì. Stessa cosa aveva annunciato il ministro della Difesa José Mucio.
Si volevano evitare colpi di mano e reazioni ancora più forti. Ci hanno pensato quelli accampati da due mesi davanti al quartier generale dell'Esercito. Scambiandosi chat su whatsapp si sono dati appuntamento per il pomeriggio di ieri, mentre altre migliaia di persone sono affluite nella capitale politica. Dopo aver sfondato il cordone della polizia militare, che si è limitata a lanciare qualche bomba assordante, si sono diretti nella parte alta dell'esplanada e da qui hanno invaso l'area interna del Congresso. Quindi sono avanzati fino a Plaça dos Três Poderes, si sono scontrati di nuovo con la polizia e si sono diretti verso Plantalto. Sono entrati, hanno devastato quello che c'era da devastare. Vetri infranti, mobili distrutti, muri riempiti di scritte con gli spray.
L'incursione è proseguita verso il Palazzo del Tribunale Superiore e qui la folla si è accanita su tutto quello che trovava. I tre palazzi erano vuoti perché in Brasile ci sono le vacanze estive. Questo ha evitato aggressioni fisiche come invece era accaduto a Washington.
Jair Bolsonaro è rimasto lontano. Da dieci giorni si è trasferito a Orlando con parte della sua famiglia. Non vuole essere considerato l'istigatore di una sommossa che non è più protesta ma tentativo di golpe. Anche Lula era lontano da Brasilia, impegnato nell'interno di San Paolo, ad Araraquara, per sostenere la popolazione colpita da un'alluvione. Ieri si è tenuto in contatto con i suoi ministri e insieme hanno valutato come reagire. Poi è partito per la capitale.
Solo dopo un paio d'ore sono arrivati i corpi speciali delle trope de choque che hanno iniziato ad avanzare a colpi di lacrimogeni. Almeno 150 persone sono state arrestate in flagrante per danneggiamenti del patrimonio pubblico. La situazione resta tesissima e la gestione della sicurezza pubblica è stata affidata al potere centrale fino al 31 gennaio. Il Brasile è lacerato. Bolsonaro non ha mai accettato la vittoria di Lula. Ha lasciato agire la piazza, ha seguito gli assalti in diretta tv. Guidava la protesta da lontano. Come Donald Trump.