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Brasile,"la tragedia annunciata": tutti i segnali ignorati dall'intelligence e le forze dell'ordine

Gli esperti segnalano un susseguirsi di errori nel settore della sicurezza a livello locale e federale: "C'erano abbastanza informazioni dei servizi di intelligence sulle intenzioni di questi estremisti radicali. Pero è mancata la preparazione tattica". 
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RIO DE JANEIRO - “Olé olé olé olá… Lula Lulaaaaa!”. È appena iniziato l’anno e la Chapada dos Veaderos, una regione montagnosa piena di cascate e laghetti che si trova a 230 chilometri da Brasilia, è stata letteralmente invasa da un esercito di fans vestiti di rosso. Sono venuti dalle principali città di questo sconfinato paese per assistere alla cerimonia di insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo l’emozione di un atto politico carico di simbolismo, si sono ritrovati in questo paradiso naturale, conosciuto in tutta l’America Latina come un rifugio spirituale per hipster y neo hippies.

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RIO DE JANEIRO - “Olé olé olé olá… Lula Lulaaaaa!”. È appena iniziato l’anno e la Chapada dos Veaderos, una regione montagnosa piena di cascate e laghetti che si trova a 230 chilometri da Brasilia, è stata letteralmente invasa da un esercito di fans vestiti di rosso. Sono venuti dalle principali città di questo sconfinato paese per assistere alla cerimonia di insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo l’emozione di un atto politico carico di simbolismo, si sono ritrovati in questo paradiso naturale, conosciuto in tutta l’America Latina come un rifugio spirituale per hipster y neo hippies.

Cantano, ridono spensierati, prendono il sole sugli asciugamani rossi con la foto stampata del volto di un Lula molto più giovane, ma soprattutto si godono l’inizio del nuovo ciclo politico, felici di aver scacciato lo spettro autoritario dell’era Bolsonaro. Il pericolo di incidenti violenti sembra scongiurato e durante una settimana persone di tutte le età si scambiano sguardi di complicità e piccole confessioni, mentre giacciono a bagnomaria nell’acqua gelida delle cascate. “Mi sembra di essere rinata. Improvvisamente tutta quell’ostilità che si palpava dell’aria si è dissipata. L’amore è tornato a regnare. Questo è il Brasile in cui sono nata e che ho rimpianto negli ultimi sei anni”, afferma Kelli, una professoressa di São Paulo che vota per il Partito dei Lavoratori da quasi 30 anni.

Il sogno infranto

L’illusione di un “Brasile felice di nuovo”, come promise Lula durante la campagna elettorale, dura poco. L’8 di gennaio, esattamente due anni e due giorni dopo l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti, migliaia di sostenitori dell’ex presidente Jair Bolsonaro seminano il panico a Brasilia durante il maggiore attacco contro le istituzioni democratiche dal 1964, l’anno in cui i militari presero il potere e diedero inizio a una sanguinosa dittatura che durò 21 anni.

L’assalto ai palazzi delle massime istituzioni dello Stato lascia una scia di distruzione: cristalli rotti, sale devastate, quadri tagliati con il coltello. E anche una parola ripetuta fino alla sazietà da giudici, giornalisti e ministri: “terroristi”. La lunga giornata di caos che culmina con 400 arresti e preannuncia un periodo di tensioni in un Paese polarizzato, diviso, fratturato in cui amici, familiari e colleghi di lavoro hanno da tempo smesso di parlarsi a causa delle discrepanze politiche.

“È stata una tragedia annunciata”, dichiara il giudice della Corte Suprema Alexandre de Moraes, considerato il principale baluardo della democrazia brasiliana contro le numerose provocazioni antidemocratiche di Bolsonaro. Per i sostenitori del presidente sconfitto, Moraes è il nemico principale perché ha sfatato la chimera golpista a cui si era aggrappata una parte dei 58 milioni di elettori che il 30 ottobre scelsero l’estrema destra.

Per mesi Moraes ha lavorato duro per difendere la legittimità delle urne elettroniche e scardinare la rete di fake news creata dal figlio di Bolsonaro per conquistare voti nelle periferie e tra i fedeli evangelici. Ieri, il magistrato più rispettato e più odiato del Brasile ha sospeso il governatore di Brasilia Ibaneis Rocha dal suo incarico per 90 giorni. Lo considera responsabile degli attacchi sferrati a Brasilia, concretamente di permettere che i poliziotti non intervenissero e persino che scortassero gli insorti dalla caserma dell’Esercito fino ai palazzi depredati.

Gli errori a livello locale e federale

“C'è stato un susseguirsi di errori nel settore della sicurezza a livello locale e federale. C'erano abbastanza informazioni dei servizi di intelligence sulle intenzioni di questi estremisti radicali. Pero è mancata la preparazione tattica”, sostiene Carlos Pereira, professore di Scienze Politiche della Fondazione Getúlio Vargas.

In effetti, un giorno prima dell'invasione alle sedi del Parlamento, della Corte Suprema e del Palazzo presidenziale, il nuovo ministro della Giustizia Flávio Dino aveva annunciato l’utilizzo della Forza Nazionale per garantire la sicurezza nella Piazza dei Tre Poteri a Brasilia. Il motivo: decine di autobus pieni di bolsonaristi stavano arrivando nella capitale da varie parti del paese ed era necessaria un'azione energica per prevenire eventuali rivolte. Ma la realtà superò le peggiori previsioni del Governo federale.

La galassia bolsonarista

In realtà, non era poi così difficile immaginare che la situazione potesse precipitare. Da mesi, i sostenitori più radicali di Bolsonaro minacciavano di realizzare attentati contro il sistema. Accampati dall’inizio di novembre davanti alle caserme dell’Esercito di tutto il Paese, avevano dimostrato di vivere in una dimensione parallela in cui Emmanuel Macron è comunista, Bolsonaro è il presidente più rispettato del mondo e tutti i giornalisti sono malvagi. “Io voglio tornare all’epoca della dittatura militare. Non riesco a vivere in un paese governato da un ladro che è stato pure in carcere per corruzione. Solo l’Esercito ci può salvare”, disse qualche settimana fa un camionista che dal 2 novembre protestava tutti i giorni nel centro di Rio de Janeiro contro la vittoria di Lula.

In questo mondo sotterraneo e sconosciuto per la maggior parte dei militanti di sinistra, ci sono fanatici che hanno adorato in circolo uno pneumatico quando i camionisti bloccavano le strade; altri, con un cellulare in testa, hanno invocato l’aiuto degli extraterrestri. “Sono sicura che ci sono stati brogli nelle elezioni presidenziali. Io non mi muovo di qui finché non appaiono le prove che Bolsonaro è stato davvero sconfitto”, urlava una parrucchiera indignata nel sit-in di Rio di Janeiro. Tuttavia il ministero della Difesa, che è stato invitato a monitorare le elezioni presidenziali, non ha riscontrato irregolarità.

L’alienazione e il distacco dalla realtà sono una caratteristica dei fan di Bolsonaro. Quattro anni fa, durante l’insediamento del presidente di estrema destra, sulla Piazza dei Tre Poteri c’era una folla di persone vestite con la maglietta della nazionale di calcio gialla e verde che osannavano in estasi gli eroi dell’epoca: “Facebook, Facebook! Twitter, Twitter!”. Da allora, la situazione è molto peggiorata perché molti di loro hanno smesso di leggere i giornali e si informano esclusivamente attraverso le reti dell’équipe di Bolsonaro.

Il ruolo dei social

“Lula non sale sulla rampa del Palazzo del Planalto. Te lo dico io. Il 1° gennaio vedrai scene di guerra a Brasilia”, disse un tassista fanatico di Bolsonaro pochi giorni prima della cerimonia. Il desiderio revanscista era comune tra i sostenitori più radicali. E per questa ragione, erano in molti a consigliare al nuovo governo un’azione energica contro questi nuclei di insorgenza. Alla fine di dicembre Lula aveva detto che avrebbe adottato misure drastiche per ristabilire la democrazia. Adesso che la situazione è precipitata, il nuovo presidente ha disposto un intervento federale per porre fine alla grave alterazione dell'ordine pubblico, agli atti di violenza e all'invasione di edifici pubblici. “La democrazia garantisce il diritto alla libera espressione, ma esige anche il rispetto delle istituzioni. Non ci sono precedenti nella storia del Paese di quanto accaduto oggi. Per questo i responsabili devono essere puniti”, ha ribadito Lula.

Le prime indagini rivelano che l’assalto di Brasilia è stato preparato meticolosamente via Telegram e WhatsApp. Le autorità sapevano. Allora perché non hanno agito a tempo? Si è trattato di superficialità o di una strategia? Vari analisti politici credono che gli ultimi eventi potrebbero rafforzare politicamente il presidente Lula e lasciare Bolsonaro ancora più isolato.

La reazione dei principali leader internazionali, da Biden alla stessa Giorgia Meloni, sembrerebbe confermare questa ipotesi. Almeno due congressisti degli Stati Uniti hanno proposto l’estradizione di Bolsonaro, che dal 30 dicembre si è rintanato in una villa a Orlando per paura di essere arrestato. Su di lui pendono varie accuse, tra cui usare fake news nella gestione della pandemia e proteggere i figli da possibili casi di corruzione.

Il rischio dell'effetto contagio

Adesso la questione più urgente è scoprire se la ribellione violenta può contagiare altre città. Ieri un gruppo di bolsonaristi ha cercato di interrompere il traffico in una delle arterie principali di São Paulo, la capitale economica del Brasile, senza riuscirci. Il sindaco di Rio de Janeiro, Eduardo Paes, ha mostrato una certa preoccupazione, già che i sostenitori di Bolsonaro hanno minacciato di attaccare la principale raffineria della regione per interrompere il somministro di benzina e provocare il caos.

Nel frattempo, in questo scenario di violenza indiscriminata, non sono mancati gli attacchi ai giornalisti, così frequenti nell'era Bolsonaro. Il racconto di un cronista brasiliano trattenuto dagli insorti alla Camera dei Deputati per mezz'ora fa accapponare la pelle. Racconta che ha subito aggressioni fisiche come colpi al volto e calci, ed è stato persino minacciato di morte con un'arma da fuoco. Inoltre gli hanno rubato il cellulare ed effetti personali come la carta d'identità, un taccuino e il denaro che aveva nel portafoglio.

“Ho fatto servizi in tutte le manifestazioni importanti a Brasilia negli ultimi due decenni. Ho seguito il terremoto che ha devastato Haiti, senza avere nemmeno un posto dove dormire, nelle peggiori condizioni di lavoro. Sono stato in alcuni dei paesi più pericolosi al mondo per i giornalisti, come la Corea del Nord. Però non mi era mai sentito così spaventato, insicuro, vulnerabile, come l’8 gennaio a Brasilia, nella città dove ho scelto di vivere, tra l'altro, per dare sicurezza a me e alla mia famiglia. Una sicurezza che evidentemente non ho più”, ha scritto il giornalista che è stato aggredito.