Lützerath, il villaggio che resiste all'industria del carbone
dalla nostra inviata Tonia Mastrobuoni , dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniLützerath. La scavatrice avanza all'orizzonte come un drago furioso: le sue torri d'acciaio tagliano lentamente, inesorabilmente i campi. La testa, una gigantesca ruota dentata, inghiotte tutto per fare spazio a un paesaggio dantesco, un cratere mostruoso striato di nero, un inferno a perdita d'occhio che si allarga alle sue spalle. In queste ore, il drago sta strisciando verso nord. Punta ad ampliare la miniera di carbone più controversa della Germania, Garzweiler II. Per farlo dovrà mangiarsi un intero villaggio, Lützerath.
L'ultimo abitante, il contadino Eckardt Heukamp, se n'è andato a ottobre, dopo una lunga e tenace resistenza. Ma da quando è ufficiale che sarà spazzata via dalle cartine geografiche, migliaia di attivisti si sono trasferiti a Lützerath, nelle case via via abbandonate, nelle capanne costruite negli alberi, nelle tende improvvisate. Una Stalingrado degli ambientalisti, per contrastare un proget…
Lützerath. La scavatrice avanza all'orizzonte come un drago furioso: le sue torri d'acciaio tagliano lentamente, inesorabilmente i campi. La testa, una gigantesca ruota dentata, inghiotte tutto per fare spazio a un paesaggio dantesco, un cratere mostruoso striato di nero, un inferno a perdita d'occhio che si allarga alle sue spalle. In queste ore, il drago sta strisciando verso nord. Punta ad ampliare la miniera di carbone più controversa della Germania, Garzweiler II. Per farlo dovrà mangiarsi un intero villaggio, Lützerath.
L'ultimo abitante, il contadino Eckardt Heukamp, se n'è andato a ottobre, dopo una lunga e tenace resistenza. Ma da quando è ufficiale che sarà spazzata via dalle cartine geografiche, migliaia di attivisti si sono trasferiti a Lützerath, nelle case via via abbandonate, nelle capanne costruite negli alberi, nelle tende improvvisate. Una Stalingrado degli ambientalisti, per contrastare un progetto discutibile: persino l'autorevole istituto economico Diw ha ammesso che il villaggio del Nordreno-Westfalia è diventato un confine politico. Se sarà distrutto per sfruttare il ricco filone di lignite che nasconde sottoterra, la Germania non potrà rispettare gli Accordi di Parigi, i limiti di Co2 per contenere l'aumento della temperatura globale entro 1,5° C.
"Lützerath è adagiata su un mostruoso giacimento di carbone, un boccone troppo ghiotto per il colosso energetico Rwe: la verità è questa. Il governo - compresi i Verdi - mentono: ormai ci sono numerosi rapporti che dimostrano che, nonostante la crisi energetica, la Germania non ha affatto bisogno di questa cava". Joscha viene dalla Baviera ma vive da mesi nel villaggio. All'ingresso, dove ci incontriamo, cumuli di pietre e buche enormi puntano a rallentare le ruspe. "Lützerath resta" è lo slogan ufficiale, il titolo della resistenza pacifica, il nome dell'organizzazione di volontari che ha trasformato questo villaggio in una comunità. La ventiduenne alza lo sguardo, indica una capanna incastrata tra tre alberi: "Quella l'ho costruita anche io. Non c'è neanche un chiodo piantato nel legno, abbiamo fatto tutto a incastro e con le funi, salvaguardando la natura".
La vita nel villaggio è organizzata nei minimi dettagli: le tende e le capanne sembrano disseminate a caso, in realtà tutto è suddiviso in otto "barrios", ognuno degli attivisti ha i suoi turni in cucina, nella pulizia dei bagni, nell'organizzazione delle urgenze, anche le più banali. "È molto lavoro", annuisce Joscha, "ma quando sono venuta qui la prima volta, due anni e mezzo fa, mi sono sentita liberata, lontana da una vita di obblighi alienanti. È come un'utopia realizzata".
Ora la sua testa è sempre più concentrata sulle azioni di resistenza, sulle tecniche per opporsi agli sgomberi imminenti. Joscha mi saluta con un cenno della mano: il mio tempo è scaduto. In questi giorni sono piovute già pietre e lacrimogeni, la polizia prova a spingersi fino al limite del villaggio: sta cercando di creare spazio per lo sgombero, per le camionette e le gru. Il D-day si avvicina: il 14 gennaio le autorità hanno annunciato che cacceranno tutti, che svuoteranno Lützerath per farla inghiottire per sempre dalla scavatrice. Ormai il padrone del villaggio non è più lo Stato, è il colosso energetico Rwe. E la polizia sta stringendo d'assedio i suoi abitanti. Da domenica bisogna fare un chilometro e mezzo a piedi per arrivarci: i blocchi stradali hanno già blindato tutto. Ed è chiaro che questa battaglia sta diventando un banco di prova dolorosissimo anche per i Verdi al governo. In queste ore di quiete prima della tempesta, la tensione cresce. Eppure sulle stradine si continuano a incontrare miriadi di attivisti che raggiungono Lützerath con gli zaini carichi e i bicchieri da campeggio che dondolano dalle cinture.
Nel capannone-mensa mi siedo a far compagnia su una balla di fieno a due altri attivisti che vivono qui da mesi, Alma, che viene dalla Francia, e Kelly, un danese dalla barba rossa che ha girato l'Europa e ha accumulato una discreta esperienza tra i movimenti ambientalisti. Mi invita a guardare fuori dal capannone: "Li vedi? Quelli saranno la nostra via di fuga, quando il villaggio pullulerà di polizia". In tutta Lützerath gli attivisti hanno eretto dei pali che dovranno servire per scappare. In cima si scorgono due funi ad altezze diverse: "Saliamo là sopra, camminiamo sulla fune da un capanno all'altro, reggendoci con l'altra fune. E per la polizia sarà anche difficile buttarle giù senza rischiare di farci molto male". Chiedo a lui e ad Alma, che sta facendo colazione con un minestrone di verdure, quanto pensano di resistere. "Buona domanda", rispondono, senza rispondere. Ma Alma è grata per l'attenzione enorme che si è creata intorno a Lützerath. Il famoso comico Jan Boehmermann ha twittato una foto della cava, giorni fa: "Guardate questa merda alle porte di Colonia, questo gigantesco buco morto. E ora diteci cosa c'è di giusto e sano e intelligente in una roba del genere".