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Brasile, Lula fa arrestare 1.500 golpisti ma resta l’ombra sulla polizia

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Dopo l’assalto ai palazzi del potere, smantellato il campo dei bolsonaristi davanti allo Stato maggiore dell’esercito. Sospeso il governatore della capitale, la procura federale indaga sui vertici degli agenti militari di Brasilia
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BRASILIA - Nella domenica più nera, un pezzo di Stato brasiliano ha marciato assieme all'orda degli assalitori di democrazia. Non si possono percorrere così facilmente gli otto chilometri che separano il campo-base dei bolsonaristi dagli edifici più protetti dell'intero Brasile, se la polizia militare non lo permette. Non si sventrano i locali del Congresso, del Tribunale supremo federale e del Planalto, arrivando fino al soglio blindato dell'ufficio di un presidente regolarmente eletto, se l'ala infedele degli apparati di sicurezza non decide di rivolgere lo sguardo altrove.

Il giorno dopo, mentre Lula chiama le cose col loro nome e parla di "terrorismo" e "tentato golpe", anche lo sgombero del campo-base dei 3mila rivoltosi, tollerato per settimane e solo ieri oggetto di una retata poco convinta (almeno in 1.500 sono stati lasciati andare via, a piedi, sfilando tra i blindati nella polvere sollevata dagli elico…

BRASILIA - Nella domenica più nera, un pezzo di Stato brasiliano ha marciato assieme all'orda degli assalitori di democrazia. Non si possono percorrere così facilmente gli otto chilometri che separano il campo-base dei bolsonaristi dagli edifici più protetti dell'intero Brasile, se la polizia militare non lo permette. Non si sventrano i locali del Congresso, del Tribunale supremo federale e del Planalto, arrivando fino al soglio blindato dell'ufficio di un presidente regolarmente eletto, se l'ala infedele degli apparati di sicurezza non decide di rivolgere lo sguardo altrove.

Il giorno dopo, mentre Lula chiama le cose col loro nome e parla di "terrorismo" e "tentato golpe", anche lo sgombero del campo-base dei 3mila rivoltosi, tollerato per settimane e solo ieri oggetto di una retata poco convinta (almeno in 1.500 sono stati lasciati andare via, a piedi, sfilando tra i blindati nella polvere sollevata dagli elicotteri) appare fuori tempo. Svogliato. Quasi una messinscena dovuta.

Nel camping dei bolsonaristi, che poi è la piazza antistante allo Stato maggiore dell'Esercito e anche questa è una stranezza, a tarda sera sono rimasti in pochi. Smontano le tende dove dormivano sin dal novembre scorso, quando il ballottaggio ha sancito la vittoria di Lula su Bolsonaro, e loro hanno gridato al broglio, rispondendo al canovaccio complottista che l'ex presidente ha meticolosamente preparato negli ultimi due anni. In questo spiazzo dove si vedono ancora i segni di due cucine, del container con la doccia, dei secchi dell'immondizia, domenica sera è andata in scena l'ennesima anomalia di una giornata in cui niente è stato casuale e tutto era preparato.

Torniamo a quelle ore, col racconto di un italiano di 34 anni, Federico Nastasi, ricercatore e giornalista freelance, che era lì. Intrufolandosi da una finestra spaccata, si ritrova dentro la hall del Parlamento, devastato da cospirazionisti che rifiutano le regole della democrazia. "Vedo uomini incappucciati e armati con fucili spara lacrimogeni, signore inginocchiate che pregano Gesù, bambini che corrono, manipoli che danno istruzioni, pensionate venute col cane da passeggio e altre che impugnavano pietre". Prima, intorno alle 11, camminano pacificamente lungo gli 8 chilometri dell'Asse Monumentale, l'arteria che conduce all'Esplanada dos Ministerios e alla piazza dei Tre poteri. "Sventolano bandiere brasiliane e indossano magliette verdeoro". Una via dritta, non complicata da controllare. "C'è un cordone di contenimento della polizia militare. Verso le 15, quel cordone si spezza e parte l'assalto alla Camera e al Senato. Di sicuro non era un presidio solido. Di sicuro non c'è niente di spontaneo in quell'assembramento di persone, arrivate a Brasilia coi pullman e con la promessa di un compenso".

La chiamata si è diffusa sulle chat di Whatsapp e Telegram. "Attacchiamo le raffinerie di petrolio", "no, attacchiamo la capitale!". È domenica, le istituzioni sono vuote. Lula non è a Brasilia, sta visitando Araraquara colpita dall'alluvione. Il piano dell'Orda è prestabilito e premeditato. Dopo aver divelto le porte del Congresso e saccheggiato gli interni, punta al Planalto (dove rubano armi, documenti, hard disk, segno anche questo che chi è entrato sa dove e cosa cercare) e poi al Tribunale supremo, il massimo organo della giustizia brasiliana. È qui, e solo alle 18.30 quindi dopo tre ore e mezzo di violenza, che le autorità riescono a disperdere i bolsonaristi e ad allontanarli dall'Esplanada: 209 li fermano subito, tutti gli altri tornano a piedi al campo-base.

Ad attenderli ci sono i soldati dell'Esercito che, sorprendentemente, li proteggono dai gendarmi della polizia militare, giunti per arrestarne altri. "Questa è area di proprietà della Difesa, vietato l'ingresso", si sentono dire. Ci sono anche un paio di blindati all'imbocco della via che porta al campo. La situazione è incomprensibile e tesa. Solo ieri mattina, su ordine del governo, fanno scattare il raid congiunto di gendarmi e soldati che consegna 1.200 rivoltosi al peniteziario di Papouda, nelle mani della Polizia federale. Reati contestabili: tentato colpo di Stato, rovesciamento della democrazia, vandalismo, associazione criminale, aggressione. Sequestrati anche 40 pullman, vogliono capire chi li ha pagati. 

Ibaneis Rocha, il governatore di Brasilia da cui dipendono le due forze di polizia (militare e civile) e la tutela dell'Esplanada, è stato sospeso per 90 giorni. È un fedelissimo di Bolsonaro: durante la protesta ha diffuso un audio in cui diceva trattarsi di una manifestazione per la libertà. Per Anderson Torres, ex ministro del precedente governo e segretario di Pubblica sicurezza, è stato chiesto l'arresto. La procura federale ha aperto un'inchiesta sui vertici della polizia militare di Brasilia.

"L'assalto è stato possibile solo grazie alla complicità e alle connivenze delle autorità e dell'intelligence, perché era in chiaro, annunciato nelle chat", ammette Alexandre de Moraes, ministro della Suprema Corte. Cinquecento militari della Forza nazionale sono stati chiamati a Brasilia. Non si fidano più dei poliziotti locali.