Cina, il numero dei morti per Covid-19 non torna: le immagini satellitari mostrano le file ai crematori
dal nostro inviato Gianluca Modolo , dal nostro inviato Gianluca ModoloTAIPEI - Per i media di Stato molte parti della Cina hanno già superato il primo picco di infezioni. Le autorità di città come Pechino, Chongqing e altre province (Henan, Jiangsu, Zhejiang, Guangdong, Sichuan) sostengono che il culmine delle infezioni è già stato raggiunto e superato, "dato che il numero di pazienti nelle cliniche per la febbre in queste regioni continua a diminuire", come scrive il Global Times, tabloid in lingua inglese del Partito comunista. "Pechino deve ancora affrontare però un duro compito nel trattamento dei casi gravi negli ambulatori degli ospedali e nei dipartimenti di emergenza dopo il picco di infezioni", ha messo in guardia l'ufficio del sindaco della capitale. Per gli esperti cinesi la seconda ondata di infezione dovrebbe raggiungere il suo apice tra maggio e giugno. In quella finestra "il 25-50% delle persone potrebbe essere infettato ma probabilmente con sintomi più lievi, p…
TAIPEI - Per i media di Stato molte parti della Cina hanno già superato il primo picco di infezioni. Le autorità di città come Pechino, Chongqing e altre province (Henan, Jiangsu, Zhejiang, Guangdong, Sichuan) sostengono che il culmine delle infezioni è già stato raggiunto e superato, "dato che il numero di pazienti nelle cliniche per la febbre in queste regioni continua a diminuire", come scrive il Global Times, tabloid in lingua inglese del Partito comunista. "Pechino deve ancora affrontare però un duro compito nel trattamento dei casi gravi negli ambulatori degli ospedali e nei dipartimenti di emergenza dopo il picco di infezioni", ha messo in guardia l'ufficio del sindaco della capitale. Per gli esperti cinesi la seconda ondata di infezione dovrebbe raggiungere il suo apice tra maggio e giugno. In quella finestra "il 25-50% delle persone potrebbe essere infettato ma probabilmente con sintomi più lievi, poiché la potenza del virus diventa sempre più debole", ha dichiarato Zhang Wenhong, direttore del Centro nazionale per le malattie infettive.
I dubbi sui numeri dei decessi
Rimangono i dubbi, però, sul reale numero di morti in questa prima ondata. Per le autorità di Pechino, da quando è stata smantellata la politica zero-Covid a partire dal 7 dicembre, ci sarebbero stati soltanto meno di 40 decessi. Ma poiché la definizione di decessi da Covid è stata "ristretta", i dati del governo non riflettono più la reale portata dell'epidemia. Il gruppo di ricerca britannico Airfinity stima che i morti in realtà siano stati già 209mila ed entro fine aprile arriveranno a 1,7 milioni.
Le immagini satellitari
La situazione sembra essere diversa da come la dipinge il governo a vedere, infatti, le immagini satellitari di crematori che il Washington Post ha ottenuto dalla società Maxar Techonologies, combinate con video e post pubblicati sui social. "Le pompe funebri di tutto il Paese hanno registrato un drammatico aumento dell'attività rispetto a pochi mesi fa e allo stesso periodo dell'anno scorso, mentre i veicoli consegnano le salme e i residenti fanno la fila per far cremare i propri cari", scrive il quotidiano statunitense nella sua inchiesta che ha preso in considerazione sei città cinesi (Pechino, Kunming, Shanghai, Nanchino, Chengdu, Tangshan e Huzhou).
"Lavoro qui da sei anni e non è mai stato così affollato", ha detto al quotidiano un addetto alla reception dell'agenzia funebre Jiangnan di Chongqing, nel sud-ovest della Cina, che ha descritto lunghe file di auto in attesa di entrare nella struttura nei giorni immediatamente precedenti e successivi al Natale. "Tutti gli otto inceneritori erano in funzione 24 ore su 24, 7 giorni su 7". Una situazione simile in tutte le città prese in esame dal Washington Post. "Come tendenza generale, nell'ultimo mese abbiamo riscontrato un aumento dell'attività dei veicoli e del traffico presso diverse pompe funebri e crematori nelle città cinesi, rispetto a periodi simili degli anni passati", ha dichiarato in un'e-mail al quotidiano Usa Stephen Wood, direttore senior del Maxar News Bureau.
A dicembre la Cina ha rivisto i criteri per il conteggio delle vittime di Covid: soltanto le persone che muoiono direttamente a causa dell'insufficienza respiratoria legata al coronavirus sono incluse nelle statistiche. "Per il Partito comunista cinese e il leader Xi Jinping le prove di un numero di morti esponenzialmente più alto di quello dichiarato rappresentano una sfida diretta alla loro narrazione secondo cui, sotto la loro saggia guida, l'approccio cinese al Covid è superiore a quello occidentale", continua il quotidiano. A Jingyunshan, un'agenzia di pompe funebri di Guiyang, la capitale della provincia sudoccidentale di Guizhou, un addetto alla reception ha dichiarato di aver gestito fino a 250 corpi al giorno durante le ultime due settimane di dicembre - più del doppio del picco giornaliero della struttura prima che venissero abolite le restrizioni.
Le paure per le aree rurali
In vista dell'esodo e contro-esodo per il Capodanno lunare, restano le preoccupazioni per le zone rurali. Dopo le grandi città il virus sta ora iniziando a colpire le città più piccole e le campagne, dove probabilmente le malattie gravi e i decessi saranno più diffusi a causa della mancanza di risorse mediche sufficienti e dell'età avanzata dei residenti. Con l'inizio, sabato scorso, del "chunyun", i 40 giorni durante i quali i cinesi si spostano all'interno del Paese per tornare nelle città d'origine, il virus tornerà a correre velocissimo. Sono già stati oltre 34 milioni gli spostamenti in questi giorni e le ferrovie cinesi prevedono in totale due miliardi di viaggi. "La cosa che ci preoccupa di più è che dopo tre anni, tutti possono finalmente tornare a casa per il nuovo anno per visitare i parenti", ha dichiarato ai media statali Jiao Yahui, funzionario della Commissione nazionale cinese per la salute. Con le limitate risorse mediche delle popolose campagne, "come gestire il picco di infezioni nelle vaste aree rurali è diventata una sfida enorme". Nonostante le riforme sanitarie in corso, il personale delle strutture sanitarie rurali è inadeguato. Ci sono 1,3 milioni di medici e 1,8 milioni di infermieri nelle zone rurali della Cina - circa meno della metà per 1.000 persone rispetto alle città - secondo le statistiche del governo.
Il virus nei piccoli villaggi inizia già a correre. "Non ho mai visto così tanti pazienti", dice a Bloomberg un'addetta di una clinica del villaggio di Luyi, nello Henan."Nell'ultima settimana, quasi ogni famiglia del villaggio ha avuto qualcuno da curare". La situazione è peggiore per chi ha sintomi gravi. "L'unica opzione è andare in uno dei pochi ospedali più grandi della contea dotati di ventilatori, sperando che ce ne sia uno disponibile. Non c'è un'ambulanza nel villaggio, quindi i familiari devono trovare il modo di raggiungere la struttura più vicina", scrive l'agenzia.
Le rappresaglie verso Tokyo e Seul
Sul fronte diplomatico, dopo la riapertura cinese ai viaggi di domenica, arrivano le "rappresaglie" nei confronti di alcuni di quei Paesi che hanno imposto restrizioni, come i tamponi in partenza, ai viaggiatori cinesi. L'ambasciata cinese a Seul ha dichiarato di aver sospeso il rilascio di visti a breve termine per i visitatori provenienti dalla Corea del Sud. L'agenzia di stampa giapponese Kyodo riferisce che Pechino ha imposto misure simili nei confronti del Giappone. Il Ministero degli Esteri cinese ha invitato i Paesi interessati a basare le misure di prevenzione su "fatti e scienza". La sospensione sarà modificata se verranno eliminate le "misure restrittive discriminatorie in entrata" nei confronti della Cina. Sebbene anche Pechino richieda, ancora, a chi atterra in Cina tamponi negativi entro 48 ore dalla partenza. Già la scorsa settimana i funzionari cinesi avevano minacciato ritorsioni contro i Paesi che impongono i test a chi arriva dal Paese del Dragone. Corea del Sud e Giappone sono ora le prime vittime di questa "battaglia sui tamponi". A dicembre, Seul ha imposto una serie di restrizioni sanitarie ai viaggiatori provenienti dalla Cina continentale, tra cui restrizioni sui visti, sui voli e test obbligatori.
Le ritorsioni contro la Corea del Sud e il Giappone non sono l'unico conflitto sul Covid in corso in Cina. I media statali si sono scagliati anche contro Pfizer e il suo farmaco Paxlovid. Il Paxlovid, generalmente prescritto per il trattamento di casi di Covid da lievi a moderati, è l'unico farmaco Covid straniero approvato per l'uso in Cina. Ma le scorte sono ancora scarse. Tra la Cina e l'azienda statunitense si litiga sul prezzo. Non sarà più incluso nell'elenco dei farmaci coperti dai programmi di assicurazione medica di base, visto il costo elevato secondo i cinesi (2mila yuan a scatola). L'azienda Usa risponde: "Sono la seconda economia del mondo e non vedo perché dovrebbero pagare meno di altri Paesi, ad esempio, come El Salvador". Il farmaco è spesso introvabile e ormai venduto sul mercato nero anche a 50mila yuan (7mila euro). Ad agosto Pfizer ha firmato un accordo con il produttore cinese Zhejiang Huahai per produrre Paxlovid nella Cina continentale esclusivamente per i pazienti cinesi. L'avvio della produzione potrebbe avvenire nella prima metà dell'anno, in anticipo rispetto alle stime.