✕

Mohamed Hosseini, la vita umile dell'orfano curdo impiccato in Iran

(reuters)
 Lavorava in un allevamento di polli e tornava la sera a casa e accudiva suo fratello disabile. Aveva 39 anni e aveva perso i genitori prematuramente 
3 minuti di lettura

Mohammad Hosseini, tutte le mattine, alle 6, poco prima dell’alba, aveva appuntamento con la corriera che lo portava nel piccolo centro di Qazvin, a circa 200 km dalla città dormitorio di Karaj. Lavorava in un allevamento di polli e tornava la sera a casa e accudiva suo fratello disabile. Aveva 39 anni ed era rimasto orfano prematuramente. Non aveva alcun parente, viveva solo con un fratello disabile e la sua vita scorreva tra il lavoro e la casa, lontano dagli echi delle rivolte che infiammavano la vicina Tehran. Era un giovane curdo del distretto di Naghadeh della provincia dell'Azerbaigian occidentale (Urmia) nel Kurdistan iraniano. In passato, nel 2017, era stato arrestato per appartenenza al fuorilegge Partito democratico del Kurdistan iraniano (HDKA). Era stato poi scarcerato e nell’ottobre del 2022 era finito nel carcere di Naghadeh con l’accusa di omicidio di un agente delle forze paramilitari basiji durante una manifestazione anti regime…

Mohammad Hosseini, tutte le mattine, alle 6, poco prima dell’alba, aveva appuntamento con la corriera che lo portava nel piccolo centro di Qazvin, a circa 200 km dalla città dormitorio di Karaj. Lavorava in un allevamento di polli e tornava la sera a casa e accudiva suo fratello disabile. Aveva 39 anni ed era rimasto orfano prematuramente. Non aveva alcun parente, viveva solo con un fratello disabile e la sua vita scorreva tra il lavoro e la casa, lontano dagli echi delle rivolte che infiammavano la vicina Tehran. Era un giovane curdo del distretto di Naghadeh della provincia dell'Azerbaigian occidentale (Urmia) nel Kurdistan iraniano. In passato, nel 2017, era stato arrestato per appartenenza al fuorilegge Partito democratico del Kurdistan iraniano (HDKA). Era stato poi scarcerato e nell’ottobre del 2022 era finito nel carcere di Naghadeh con l’accusa di omicidio di un agente delle forze paramilitari basiji durante una manifestazione anti regime. 

Nessun parente aveva reclamato il suo corpo quando ai primi bagliori dell’alba del 7 gennaio, in una piazza di Karaj era stato impiccato assieme a un giovane manifestante di nome Mohammad Mehdi Karami, di 21 anni, al grido di “Allahu akbar”. I corpi dei due giovani penzolavano da una fredda e sinistra gru mentre risuonavano le espressioni del Corano in cui si magnificava Dio. Erano stati entrambi accusati di "Moharebeh", cioè di “aver mosso guerra contro Dio”, e di "corruzione sulla terra” dal “giudice della morte” Musa Asefol Hasani, noto, assieme a un altro procuratore, Abdulkasim Salavati, per la sua spiccata propensione a emettere sentenze di condanna a morte.

Hosseini durante il suo processo lampo aveva riferito al giudice che quel giorno si stava recando al cimitero per visitare la tomba dei suoi genitori e che era rimasto bloccato nel traffico durante una manifestazione anti regime nel corso della quale secondo l’accusa sarebbe stato ucciso un membro delle forze di sicurezza. Il processo per Hosseini e Karami è durato meno di una settimana e si è basato su confessioni forzate e senza che i due giovani potessero esercitare il loro diritto alla difesa attraverso un legale di fiducia.  Subito dopo la sentenza di conferma della condanna a morte da parte della Corte suprema, l'avvocato di Hosseini, Ali Sharifzadeh Zakani, aveva annunciato via Twitter di aver presentato ricorso e che le autorità gli avevano detto di tornare il sabato seguente per registrare la richiesta di appello. Ma che proprio mentre quel giorno si recava in tribunale aveva appreso dai media dell’avvenuta impiccagione del suo cliente.“Perché tanta fretta?” si è chiesto l’avvocato. “Perché non consentire la revisione del caso?”. 

I pasdaran lo hanno seppellito in un villaggio a sud di Tehran. Il fratello, unico parente, era stato informato della sua sepoltura. I guardiani della rivoluzione gli avevano intimato di non rivelare le coordinate del sepolcro temendo che il cimitero diventasse meta di pellegrinaggio, ma il giovane disabile le ha rivelate e di lui non si sa più nulla. Numerose sono le persone che si sono subito recate sulla tomba senza lapide di Hosseini, hanno lasciato fiori e mestamente lo hanno adottato seppur da morto. Azar Mahisefat, cuoco di fama mondiale e influencer sui social media con mezzo milione di follower su Instagram, ha scritto: "Figlio mio, stasera ho pianto per te come la madre che non avevi". Perfino nel centro di assistenza per orfani di Tehran si è tenuta una cerimonia di ricordo in sua memoria. 

Anche la famiglia dell’altro giovane impiccato, Mohammad Mehdi Karami, si è presa cura del sepolcro di Hosseini, hanno acceso lumini e deposto fiori sulla tomba spoglia del povero operaio. L’altro giovane impiccato, Mohammad Mehdi Karami, di 21 anni era anche lui curdo, originario di Bijar, arrestato durante le celebrazioni di fine lutto nel 40° giorno dalla morte della ragazza Hadis Najafi, a Karaj, la ragazza di 22 anni che si esibiva su “TikTok” cantando e ballando senza velo, brutalmente uccisa dalle milizie basiji di Khamenei con sei proiettili di fucile. 

Il giovane Karami, così come la giovane Najafi, sognava un futuro migliore.  "Quando ci guarderemo indietro, tra qualche anno, saremo felici di vedere che tutto è cambiato in meglio", dicevano con la loro grande speranza. Nell’ultima conversazione telefonica avuta con suo padre nel giorno della sentenza di impiccagione aveva detto: "Papà, mi hanno condannato a morte, ma non dirlo alla mamma..." Il padre, distrutto dal dolore, gli aveva chiesto di assicurargli di non aver commesso alcun fatto grave. Karami gli aveva risposto: “Giuro sulle tue mani callose che io sono innocente”. 

Karami faceva il muratore ed era uno sportivo, era cintura rossa di Karate; un campione con decine di medaglie vinte in varie competizioni. Era stato arrestato il 5 novembre assieme ad altre 14 persone e brutalmente torturato all'interno della prigione. Aveva subito, ripetutamente, anche abusi sessuali e torture ai genitali. Protestava pacificamente, in maniera nonviolenta, come tutti gli altri manifestanti. Era stato accusato dell'omicidio di un paramilitare basij, Rohullah Ajmian, anche lui costretto a confessare sotto tortura di aver compiuto l’omicidio del volontario dei pasdaran. 

Il padre di Karimi è un ex operaio, ha perso il lavoro e si guadagna da vivere vendendo tovaglioli e fazzolettini di carta davanti a una stazione della metropolitana di Karaj. La madre è un’operaia in questa città satellite, poco distante dalla capitale, dove abitano operai delle numerose fabbriche automobilistiche e del petrolchimico sorte nel corso degli ultimi decenni nella periferia della megalopoli iraniana. I due ragazzi impiccati appartengono alla minoranza curda e a famiglie di operai. Il regime colpisce gli strati più umili della società perché in questo modo ottiene il duplice obiettivo di terrorizzare i giovani manifestanti e i loro genitori credendo di pagare al tempo stesso il prezzo più basso allo sdegno suscitato nel paese e a livello internazionale.