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Perù, 46 morti in 33 giorni di proteste: la Procura indaga la presidente per genocidio

Le bare delle vittime di Juliaca (ansa)
Violenti scontri tra forze dell'ordine e i manifestanti che chiedono le dimissioni di Dina Boluarte, la chiusura del Congresso e nuove elezioni. Ma se il sud del Paese brucia non ci sono solo motivazioni politiche
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Gran parte del Sudamerica ribolle sotto un’ondata di proteste, violenze, sangue e morti. Non c’è solo il Brasile, alle prese con chiari tentativi golpisti. Freme l’Ecuador, prigioniero delle bande di narcos; si rivolta la Bolivia per le storiche e mai sopite tensioni tra popolazione indigena e borghesia bianca. Fatica la Colombia a trattenere le azioni della narcoguerriglia; torna a infiammarsi il Perù che dopo 33 giorni di sommosse piange ben 46 morti. Ed è nel paese andino che si registrano le tensioni più forti con battaglie campali nel profondo sud e sud est, a Juliaca, Puno e ancora Cuzco. La maggioranza di quelle popolazioni non accetta la soluzione politica e istituzionale trovata dopo il grottesco autogolpe di Pedro Castillo. Invoca immediate elezioni generali, non riconosce la nomina della presidente Dina Baluarte a cui il Congresso, disprezzato, ha affidato il mandato di guidare il paese fino alle elezioni anticipate dell&rs…

Gran parte del Sudamerica ribolle sotto un’ondata di proteste, violenze, sangue e morti. Non c’è solo il Brasile, alle prese con chiari tentativi golpisti. Freme l’Ecuador, prigioniero delle bande di narcos; si rivolta la Bolivia per le storiche e mai sopite tensioni tra popolazione indigena e borghesia bianca. Fatica la Colombia a trattenere le azioni della narcoguerriglia; torna a infiammarsi il Perù che dopo 33 giorni di sommosse piange ben 46 morti. Ed è nel paese andino che si registrano le tensioni più forti con battaglie campali nel profondo sud e sud est, a Juliaca, Puno e ancora Cuzco. La maggioranza di quelle popolazioni non accetta la soluzione politica e istituzionale trovata dopo il grottesco autogolpe di Pedro Castillo. Invoca immediate elezioni generali, non riconosce la nomina della presidente Dina Baluarte a cui il Congresso, disprezzato, ha affidato il mandato di guidare il paese fino alle elezioni anticipate dell’aprile 2024. 

Troppo tempo per continuare a vivere in una situazione economica fragile, un potere traballante, la ripresa dell’eterno conflitto tra Esecutivo e Legislativo. Se a metà dicembre le proteste allargate a gran parte del Perú erano state affrontate con la mano pesante dell’esercito provocando 28 morti, adesso, in soli quattro giorni le vittime sono state 18. Diciassette sono civili, uno è un poliziotto. Si chiamava José Luis Sancho Quispe, aveva 29 anni. Era di pattuglia con due colleghi nel sobborgo di Tambopata, a Puno. Erano stati chiamati da una telefonata che denunciava violenze e saccheggi. Quando sono giunti sul posto una folla di 350 persone ha circondato l’auto e ha appiccato il fuoco. Due agenti, Esteban Chayna e Ronald Villasante Toque sono riusciti ad aprire la portiera e a fuggire; Sancho Quispe è rimasto bloccato all’interno ed è bruciato vivo. Un orrore. Era da poco entrato in servizio nella polizia militare e per le sue abilità nel gestire le manifestazioni aveva anche avuto una promozione. 

(ansa)
Secondo le testimonianze ha cercato di calmare la gente ma è stato sopraffatto dalla furia dei manifestanti che alla fine hanno usato il fuoco. Vendetta, rabbia incontrollabile, ritorsioni. Le proteste si allargano adesso a 31 province di 12 regioni. Gli abitanti di Canchis, Canas, Acomayo e Quispicanchi si sono radunati a Cusco e hanno chiesto le dimissioni della presidente Baluarte. La ritengono responsabile dell’alto numero di morti dell’ultimo mese e denunciano la sua incapacità a dare le giuste indicazioni alla polizia e all’esercito nel gestire le sommosse. Nelle stesse ore si muoveva la magistratura e sulla base delle denunce presentate e le indagini effettuate dagli investigatori, la Procuratrice nazionale Patricia Benavides ha accusato la stessa presidente, il primo ministro Alberto Otárola e i ministri dell’Interno Victor Rojas e quello della Difesa Jorge Chávez, di genocidio, omicidio colposo e lesioni gravi. 

Il Perù si è quindi trovato, nel giro di un mese, immerso in un pantano da cui fatica ad uscire. Il vertice delle Istituzioni è disconosciuto da una larga fetta della popolazione; è subissato di critiche perché incapace di gestire una rivolta che aveva messo a ferro e fuoco mezzo paese, con gli aeroporti assaltati e dati alle fiamme, le principali arterie interrotte delle barricate, centinaia di turisti bloccati negli hotel senza possibilità di rientrare a casa. Ora i 46 morti e l’accusa per reati gravissimi della magistratura. Un disastro.

Paradossale è l’atteggiamento del Congresso. È il solo, in questa tempesta politica e sociale, ad essere rimasto intatto. Non si è sciolto, come sarebbe stato logico, ha fatto finta di niente. È padrone del campo, vero regista di questo trambusto istituzionale. Disfa e ricuce gli strappi. Licenzia i presidenti. Conserva il suo potere che è soprattutto regolato dalle tangenti. 

Mentre la gente piangeva i suoi morti chiedendo giustizia e allineando decine di bare all’esterno dell’Istituto di medicina legale di Juliaca, molte donate perché i parenti non se le potevano permettere, la presidente Baluarte si è presentata in Parlamento per ottenere la fiducia. Ci è arrivata con il primo ministro e i colleghi della Difesa e dell’Interno a bordo in un bus scortato dalla polizia. Ha fatto il suo discorso e dopo un lungo dibattito il gabinetto presieduto da Alberto Ortóla ha ottenuto i voti per essere legittimato. Era richiesta la maggioranza semplice. Su 123 parlamentari i favorevoli sono stati 73, 42 contrari e sei gli astenuti. 

La disinvoltura con cui hanno continuato ad agire Esecutivo e Congresso, di fronte anche a 46 morti, ha provocato sdegno nel paese. L’ex primo ministro Mirtha Vásquez ha parlato di “atto indolente”. “Come se la morte dei peruviani a Puno non avesse alcun valore”, ha commentato. “Il Congresso ancora una volta ha voltato le spalle al suo popolo e alla sua dignità”. Parole dure ma di circostanza. La Vásquez era fedelissima di Castillo ed era l’unica persona presente mentre il maestro di Cajamarca leggeva il suo farneticante messaggio di autogolpe alla tv. Molti sospettano che glielo abbia preparato lei.

Pochissimi si salvano in questo teatro melodrammatico. Se il sud del Perù brucia non ci sono solo motivazioni politiche. La Bolivia, confinante, soffia sul fuoco per interessi legati alla sua disperata ricerca di uno sbocco al mare. A Evo Morales, tre volte presidente e tuttora leader storico, il Perù ha vietato l’ingresso. Il Cile resta neutrale ma ha tutto l’interesse a indebolire il suo vicino per motivi commerciali e di export delle materie prime; la Colombia di Petro ha stretto un asse con Boric e adesso con Lula: tutti e tre guardando con interesse al Messico di Obrador. Il Venezuela di Maduro si frega le mani perché grazie al suo petrolio si è visto aprire le porte del consesso internazionale. In mezzo premono anche i Cartelli e un terrorismo che sembrava scomparso. Puntano a costruire l’autostrada del narcotraffico che dalla Bolivia arriverebbe dritta fino agli Usa. Dal produttore al consumatore. Senza scomodi e costosi intermediari.