Perù, 46 morti in 33 giorni di proteste: la Procura indaga la presidente per genocidio
di Daniele Mastrogiacomo , di Daniele MastrogiacomoGran parte del Sudamerica ribolle sotto un’ondata di proteste, violenze, sangue e morti. Non c’è solo il Brasile, alle prese con chiari tentativi golpisti. Freme l’Ecuador, prigioniero delle bande di narcos; si rivolta la Bolivia per le storiche e mai sopite tensioni tra popolazione indigena e borghesia bianca. Fatica la Colombia a trattenere le azioni della narcoguerriglia; torna a infiammarsi il Perù che dopo 33 giorni di sommosse piange ben 46 morti. Ed è nel paese andino che si registrano le tensioni più forti con battaglie campali nel profondo sud e sud est, a Juliaca, Puno e ancora Cuzco. La maggioranza di quelle popolazioni non accetta la soluzione politica e istituzionale trovata dopo il grottesco autogolpe di Pedro Castillo. Invoca immediate elezioni generali, non riconosce la nomina della presidente Dina Baluarte a cui il Congresso, disprezzato, ha affidato il mandato di guidare il paese fino alle elezioni anticipate dell&rs…
Gran parte del Sudamerica ribolle sotto un’ondata di proteste, violenze, sangue e morti. Non c’è solo il Brasile, alle prese con chiari tentativi golpisti. Freme l’Ecuador, prigioniero delle bande di narcos; si rivolta la Bolivia per le storiche e mai sopite tensioni tra popolazione indigena e borghesia bianca. Fatica la Colombia a trattenere le azioni della narcoguerriglia; torna a infiammarsi il Perù che dopo 33 giorni di sommosse piange ben 46 morti. Ed è nel paese andino che si registrano le tensioni più forti con battaglie campali nel profondo sud e sud est, a Juliaca, Puno e ancora Cuzco. La maggioranza di quelle popolazioni non accetta la soluzione politica e istituzionale trovata dopo il grottesco autogolpe di Pedro Castillo. Invoca immediate elezioni generali, non riconosce la nomina della presidente Dina Baluarte a cui il Congresso, disprezzato, ha affidato il mandato di guidare il paese fino alle elezioni anticipate dell’aprile 2024.
Il Perù si è quindi trovato, nel giro di un mese, immerso in un pantano da cui fatica ad uscire. Il vertice delle Istituzioni è disconosciuto da una larga fetta della popolazione; è subissato di critiche perché incapace di gestire una rivolta che aveva messo a ferro e fuoco mezzo paese, con gli aeroporti assaltati e dati alle fiamme, le principali arterie interrotte delle barricate, centinaia di turisti bloccati negli hotel senza possibilità di rientrare a casa. Ora i 46 morti e l’accusa per reati gravissimi della magistratura. Un disastro.
Mentre la gente piangeva i suoi morti chiedendo giustizia e allineando decine di bare all’esterno dell’Istituto di medicina legale di Juliaca, molte donate perché i parenti non se le potevano permettere, la presidente Baluarte si è presentata in Parlamento per ottenere la fiducia. Ci è arrivata con il primo ministro e i colleghi della Difesa e dell’Interno a bordo in un bus scortato dalla polizia. Ha fatto il suo discorso e dopo un lungo dibattito il gabinetto presieduto da Alberto Ortóla ha ottenuto i voti per essere legittimato. Era richiesta la maggioranza semplice. Su 123 parlamentari i favorevoli sono stati 73, 42 contrari e sei gli astenuti.
La disinvoltura con cui hanno continuato ad agire Esecutivo e Congresso, di fronte anche a 46 morti, ha provocato sdegno nel paese. L’ex primo ministro Mirtha Vásquez ha parlato di “atto indolente”. “Come se la morte dei peruviani a Puno non avesse alcun valore”, ha commentato. “Il Congresso ancora una volta ha voltato le spalle al suo popolo e alla sua dignità”. Parole dure ma di circostanza. La Vásquez era fedelissima di Castillo ed era l’unica persona presente mentre il maestro di Cajamarca leggeva il suo farneticante messaggio di autogolpe alla tv. Molti sospettano che glielo abbia preparato lei.