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Iran, l’ambasciatore nega gli abusi: “Processi equi, basta con le ingerenze”

(ansa)

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Mohammad Reza Sabouri dopo le critiche di Mattarella: “Fake news occidentali”
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Mohsen Shekari aveva 23 anni, è stato condannato a morte e impiccato in 23 giorni, meno del tempo che ci vuole per dare un esame all'università in Iran. Era stato arrestato a novembre, è stato ucciso a dicembre, nonostante la legge preveda un anno di tempo tra la condanna a morte e la sua esecuzione. Ma per il nuovo ambasciatore di Teheran a Roma, Mohsen e i quattro giovani manifestanti impiccati finora hanno avuto un "giusto processo".

Incontriamo Mohammad Reza Sabouri nella sede dell'ambasciata a Roma con un gruppo di giornalisti. Poche ore prima il presidente Mattarella gli aveva comunicato tutta l'indignazione dell'Italia per le esecuzioni e la raffica di pene capitali comminate a giovani manifestanti - almeno 26 secondo Amnesty International, ma potrebbero essere molte di più - e così aveva già fatto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nulla. L'Iran tira dritto.

"La pena capitale è pr…

Mohsen Shekari aveva 23 anni, è stato condannato a morte e impiccato in 23 giorni, meno del tempo che ci vuole per dare un esame all'università in Iran. Era stato arrestato a novembre, è stato ucciso a dicembre, nonostante la legge preveda un anno di tempo tra la condanna a morte e la sua esecuzione. Ma per il nuovo ambasciatore di Teheran a Roma, Mohsen e i quattro giovani manifestanti impiccati finora hanno avuto un "giusto processo".

Incontriamo Mohammad Reza Sabouri nella sede dell'ambasciata a Roma con un gruppo di giornalisti. Poche ore prima il presidente Mattarella gli aveva comunicato tutta l'indignazione dell'Italia per le esecuzioni e la raffica di pene capitali comminate a giovani manifestanti - almeno 26 secondo Amnesty International, ma potrebbero essere molte di più - e così aveva già fatto anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Nulla. L'Iran tira dritto.

"La pena capitale è prevista dalle leggi della Repubblica Islamica per i reati più gravi", risponde il diplomatico, rilanciando la linea ufficiale dell'ayatollah Khamenei: la "propaganda occidentale" con la "disinformazione dei media ostili" al soldo di potenze straniere vuole "indebolire l'Iran esercitando la massima pressione attraverso l'istigazione alla rivolta". Il messaggio è chiaro: non c'è spazio per nessun dialogo con le piazze e il movimento pro-democrazia. "Non accettiamo ingerenze esterne né che altri Paesi vogliano imporci la loro cultura", ripete Sabouri. E i detenuti privati di un avvocato di fiducia, torturati e tenuti in isolamento senza poter comunicare con le loro famiglie, come succede al rapper Toomaj Salehi? Fake news. "I processi in Iran sono equi, con tutte le garanzie legali" e sono anche trasparenti perché "vengono trasmessi dalla tv pubblica", che - questo l'ambasciatore non lo dice - è sotto il diretto controllo della guida suprema Khamenei e del governo.

Sulle vittime della repressione il diplomatico non fornisce numeri certi. "Non ci sono stati più di 300 morti", ammette inizialmente, ma poi aggiunge: "Se anche fossero più di 500" (come documenta l'agenzia di stampa indipendente Human Rights Activists) "abbiamo riscontrato che molti sono stati uccisi con armi non in dotazione delle nostre forze dell'ordine".

E dunque armi usate da chi? Chi è responsabile della sicurezza dei cittadini in Iran? Non è chiaro, ma è certo è che non ci sono indagini aperte su polizia e forze dell'ordine. Quando chiediamo delle violenze sessuali sulle detenute accertate da inchieste di stampa indipendenti, l'ambasciatore afferma che "in base ad alcuni dati diffusi dal procuratore generale, nelle prigioni dove sono rinchiuse le detenute non hanno accesso gli uomini". Video e testimonianze sul terreno confermano tuttavia che le donne vengono arrestate da agenti uomini e che poliziotti sono impiegati nelle carceri come Evin.