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Gli emissari di Lula dai militari: il Brasile salvato in 90 minuti

I rappresentanti del nuovo governo, su indicazione del presidente, si sono confrontati con i vertici del Quartier Generale dell'esercito a Brasilia per dissuaderli da un colpo di Stato
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Per 90 minuti, nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 gennaio, il Brasile ha rischiato un colpo di Stato vero. Non una replica ancora più violenta dell'invasione che aveva appena devastato i simboli dei Tre Poteri.

Sarebbe bastato poco, pochissimo, una parola di troppo, una scintilla: i militari si sarebbero imposti con la forza e avrebbero preso il potere. Per un'ora e mezza i rappresentanti del nuovo governo si sono confrontati con i vertici del Quartier Generale dell'esercito a Brasilia davanti al quale dal 2 novembre scorso erano accampati i sostenitori di Bolsonaro. L'atmosfera era tesissima. La maggioranza di quelli che avevano partecipato all'assalto si era rifugiata nell'accampamento. Si sentivano protetti dai soldati. Ricardo Cappelli, già numero due del ministero della Giustizia, non era stato ancora nominato da Lula nuovo delegato unico responsabile della sicurezza del Distretto Federale.

Per 90 minuti, nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 gennaio, il Brasile ha rischiato un colpo di Stato vero. Non una replica ancora più violenta dell'invasione che aveva appena devastato i simboli dei Tre Poteri.

Sarebbe bastato poco, pochissimo, una parola di troppo, una scintilla: i militari si sarebbero imposti con la forza e avrebbero preso il potere. Per un'ora e mezza i rappresentanti del nuovo governo si sono confrontati con i vertici del Quartier Generale dell'esercito a Brasilia davanti al quale dal 2 novembre scorso erano accampati i sostenitori di Bolsonaro. L'atmosfera era tesissima. La maggioranza di quelli che avevano partecipato all'assalto si era rifugiata nell'accampamento. Si sentivano protetti dai soldati. Ricardo Cappelli, già numero due del ministero della Giustizia, non era stato ancora nominato da Lula nuovo delegato unico responsabile della sicurezza del Distretto Federale.

Ma poco dopo le 20, su indicazione del presidente, si è ugualmente presentato davanti alla caserma e ha chiesto di parlare con i comandanti. Era accompagnato dai ministri della Giustizia Flávio Dino e della Difesa José Múcio Monteiro spedito da Lula perché apprezzato dai militari e in grado di dissuaderli da un colpo di mano. Il terzetto era protetto da un centinaio di agenti della Polizia militare. L'ordine era entrare nella tendopoli, arrestare tutti, identificarli, smantellare l'accampamento ritenuto il covo dei "terroristi". La risposta dei militari è stata schierare tre carri armati "Guarani" a sbarrare l'accesso. Per una decina di minuti i due schieramenti si sono confrontati in una tensione che era arrivata alle stelle. I poliziotti avanzavano lentamente, i carri armati muovevano la torretta con i cannoncini verso gli agenti. Alle loro spalle, 200 soldati in assetto di combattimento. "Di qui non si passa", hanno detto i generali. "È un'area di nostra competenza. Stessa cosa per l'accampamento, non potete entrare".

Ricardo Cappelli ha raccontato ad alcuni giornalisti che a quel punto hanno tutti deciso di proseguire la trattativa un po' più lontano. Si è scelto un luogo neutrale: la cattedrale Rainha da Paz che si trova a un centinaio di metri di distanza. Si erano fatte ormai le 21.00. La discussione è andata avanti per altri 45 minuti. Ognuno fermo sulle sue posizioni. I militari hanno sconsigliato l'intervento dicendo che mancava una pianificazione adeguata e che agire di notte, al buio, avrebbe potuto provocare dei morti e magari anche fallire. Meglio rinviare al giorno dopo, con la luce e un piano preciso. Il ministro della Difesa ha mediato e la riunione, allargata ad altri, è proseguita fino a mezzanotte. Gli è costata una valanga di critiche, anche aspre. "Hai ceduto al ricatto dei militari", gli hanno detto in molti nel governo. "Conosco i militari e so come prenderli", ha replicato. Il ministro della Giustizia lo ha difeso: "Non condivido il suo punto di vista ma sono solidale con lui". Ha salvato la trattativa. E forse anche la democrazia in Brasile. Contenere uno scontro con i militari sarebbe stato difficile. Il progetto dei seguaci di Bolsonaro sarebbe andato a segno. E oggi staremmo qui a raccontare una storia diversa.