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Lula accusa i militari e attacca Bolsonaro: "È uno squilibrato"

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Coinvolte anche le imprese che hanno trasportato a Brasilia i manifestanti. Il ruolo della lobby agricola e delle armi 
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BRASILIA - Il polverone sollevato dall'attacco al potere democratico si sta depositando e quel che appare è la trama di un golpe a metà. I bolsonaristi che domenica hanno devastato il Congresso, il Supremo tribunale federale e il palazzo presidenziale, erano davvero convinti di stare partecipando a un colpo di Stato appoggiato dalle gerarchie militari e dagli imprenditori fedeli a Bolsonaro. A giudicare dalle ultime dichiarazioni del presidente Lula, e da quanto sta emergendo dall'inchiesta della polizia federale, qualche motivo per crederlo ce l'avevano.

"Le nostre forze armate non sono un potere moderatore come pensano di essere", sostiene il leader progressista, presidente del Brasile per la terza volta. "E Bolsonaro è uno squilibrato che dopo aver perso le elezioni si è chiuso in casa". Lula parla durante una colazione coi giornalisti convocata nel palazzo di Planalto, dove le vetrate sono ancora in frantumi. "Vogli…

BRASILIA - Il polverone sollevato dall'attacco al potere democratico si sta depositando e quel che appare è la trama di un golpe a metà. I bolsonaristi che domenica hanno devastato il Congresso, il Supremo tribunale federale e il palazzo presidenziale, erano davvero convinti di stare partecipando a un colpo di Stato appoggiato dalle gerarchie militari e dagli imprenditori fedeli a Bolsonaro. A giudicare dalle ultime dichiarazioni del presidente Lula, e da quanto sta emergendo dall'inchiesta della polizia federale, qualche motivo per crederlo ce l'avevano.

"Le nostre forze armate non sono un potere moderatore come pensano di essere", sostiene il leader progressista, presidente del Brasile per la terza volta. "E Bolsonaro è uno squilibrato che dopo aver perso le elezioni si è chiuso in casa". Lula parla durante una colazione coi giornalisti convocata nel palazzo di Planalto, dove le vetrate sono ancora in frantumi. "Voglio vedere i filmati registrati qui e all'interno del Tribunale. C'erano molti agenti conniventi della polizia militare e molti soldati conniventi. La porta d'ingresso di Planalto è stata aperta per gli assalitori. Non hanno neanche dovuto sfondarla, qualcuno li ha facilitati".

Non sono frasi semplici da pronunciare, per l'ex sindacalista. Non in un Paese come il Brasile dove i vertici dell'Esercito continuano ad avere un peso enorme in politica, nonostante il capitolo dell'ultima dittatura si sia chiuso nel 1985. Bolsonaro, ex capitano in pensione, era il loro uomo. Lula invece è un avversario che può compromettere il loro status. "Le forze armate hanno un ruolo definito dalla Costituzione: la difesa del popolo brasiliano dai nemici esterni", ribadisce lui, in qualità di Comandante in capo. Per ora salva il suo ministro della Difesa José Múcio, criticato sia perché ritenuto una marionetta nelle mani dei generali, sia per aver sottovalutato il pericolo eversivo cresciuto in seno agli apparati del Distretto Federale.

Gli investigatori, infatti, hanno trovato a casa di Anderson Torres, ex ministro della Giustizia di Bolsonaro e ora anche ex segretario della sicurezza pubblica di Brasilia, la bozza di un decreto attraverso cui il precedente governo intendeva commissariare la Suprema corte elettorale e rovesciare il risultato del voto di ottobre. Torres si trova in Florida e su di lui pende un mandato di cattura.

Nei prossimi giorni la polizia federale procederà con un'altra ondata di arresti, dopo la retata che ha portato in carcere 766 uomini e 421 donne. Stanno dando la caccia anche a chi ha messo i soldi per i cento pullman che tra sabato e domenica hanno portato i bolsonaristi a Brasilia (in media, 2.000 euro a mezzo), per il cibo distribuito nel campo-base negli ultimi due mesi e per le spese sostenute per alimentare la protesta degli estremisti. L'Avvocatura generale ha chiesto il sequestro di una somma pari a 1,3 milioni di euro per 59 persone e aziende sospettate di finanziarli. "Denaro che servirà a riparare i danni causati agli edifici pubblici invasi e distrutti", spiegano. Altre centodue ditte, tra cui la Italia Transportes Rodoviarios e la Industria italiana importadora e distribuidora, sono indagate per i blocchi stradali nei giorni precedenti all'8 gennaio. Si tratta soprattutto di piccoli imprenditori dell'agro-alimentare e proprietari terrieri della zona centro-occidentale del Brasile, dove si concentra un gran numero di sostenitori di Bolsonaro: elettori conservatori, contrari alle linee guida progressiste del Partito dei Lavoratori, convinti che Lula voglia instaurare un regime comunista.

Tra i sostenitori storici dell'ex presidente c'è la lobby delle pistole, soprattutto quei proprietari di Club di cacciatori, tiratori e collezionisti di armi (Cac) che durante il governo Bolsonaro hanno visto crescere il business in maniera esponenziale. Del resto, una delle frasi preferite del leader sovranista, presa dal vocabolario trumpiano e ripetuta come un mantra ai comizi elettorali, era: "Le persone armate non saranno mai schiavizzate".

Tra il luglio 2019 (primo anno del suo mandato) e il luglio 2022, il numero di Cac in Brasile è cresciuto del 1.270 per cento, passando da 151 a 2.070. E gli iscritti con porto d'armi sono diventati 673 mila dai 238.000 che erano. Per questo i detective federali pensano di trovare contatti e passaggi di soldi tra la lobby e i violenti che hanno spaccato i palazzi delle istituzioni democratiche. Costoro erano sicuri che l'Esercito, di fronte all'occupazione dell'Esplanada, sarebbero intervenuti per destituire Lula, completando il colpo di Stato. Non è andata così. Ma tanti dubbi restano.