"Non lavorava durante lo smart working": tribunale canadese condanna dipendente a risarcire l'azienda
di Massimo Basile , di Massimo BasileNEW YORK - Una donna che aveva fatto causa alla compagnia che l'aveva licenziata, è stata costretta a risarcire il datore di lavoro per tutte le ore messe ufficialmente in conto da casa e mai veramente impiegate. Protagonista un software spia, che ha aperto un nuovo scenario nel lavoro in remoto, diventato diffuso a livello planetario dopo il lockdown per la pandemia da Covid.
La donna, che lavorava da casa, non solo ha perso la causa avviata con la società che l'aveva licenziata all'improvviso perché non lavorava abbastanza, ma ha dovuto pagare più di duemila dollari. La storia arriva dal Canada ma potrebbe fare da esempio in altre parti del mondo. Karlee Besse, 27 anni, analista finanziaria, lavorava da casa per una società di consulenze fiscali e commerciali a Courtenay, nella British Columbia, quando è stata licenziata, secondo lei, senza giusta causa e senza preavviso. La donna aveva chiesto al giudice del Tribunale civile un…
NEW YORK - Una donna che aveva fatto causa alla compagnia che l'aveva licenziata, è stata costretta a risarcire il datore di lavoro per tutte le ore messe ufficialmente in conto da casa e mai veramente impiegate. Protagonista un software spia, che ha aperto un nuovo scenario nel lavoro in remoto, diventato diffuso a livello planetario dopo il lockdown per la pandemia da Covid.
La donna, che lavorava da casa, non solo ha perso la causa avviata con la società che l'aveva licenziata all'improvviso perché non lavorava abbastanza, ma ha dovuto pagare più di duemila dollari. La storia arriva dal Canada ma potrebbe fare da esempio in altre parti del mondo. Karlee Besse, 27 anni, analista finanziaria, lavorava da casa per una società di consulenze fiscali e commerciali a Courtenay, nella British Columbia, quando è stata licenziata, secondo lei, senza giusta causa e senza preavviso. La donna aveva chiesto al giudice del Tribunale civile un risarcimento di 3729 dollari per mancati guadagni e per l'assenza di preavviso ed era convinta di farcela.
L'azienda aveva deciso di "spiare" l'impiegata dopo aver notato che le ore di lavoro registrate erano troppe rispetto al lavoro fatto, che tra l'altro era risultato indietro rispetto ai tempi stabiliti. Il monitoraggio dei dipendenti è una strategia usata da molte compagnie durante la pandemia, quando milioni di lavoratori hanno continuato a lavorare in remoto, ma ha scatenato molte controversie.
Nel caso della donna canadese, la Reach Cpa ha sostenuto che ci fosse una chiara discrepanza tra le ore di lavoro e quelle effettivamente impiegate. Besse si è difesa sostenendo di aver stampato i documenti su cui lavorava, ma di non averlo comunicato all'azienda perché sapeva quanto fosse contraria a questa politica e quindi temeva ripercussioni. L'azienda ha controbattuto, dicendo che il software registra anche le attività di stampa e che i documenti usciti su carta erano stati pochi, meno di quanti dichiarati nel rendiconto per il pagamento delle ore.
"Non potete sfidare il tempo", ha dichiarato la donna. Ma con un software ci sono riusciti. In un incontro video registrato tra Besse e i suoi capi, lei aveva ammesso di non essersi comportata bene: "Chiaramente - aveva confessato - ho segnato ore su file che non avevo toccato e quello non è stato in nessun modo un atteggiamento giusto o appropriato, lo ammetto e mi dispiace molto". La giudice Megan Stewart ha concluso che il software aveva "registrato in modo accurato" il lavoro di Besse, così ha respinto la richiesta di risarcimento e ordinato all'ex dipendente il pagamento di poco più duemila dollari come risarcimento per le ore non lavorate.
"Considerato che fiducia e onestà sono fondamentali in un rapporto di lavoro - ha scritto la giudice nella motivazione della sentenza - in particolare quando si parla di remoto, ritengo che la condotta della signora Besse abbia portato a un danno irreparabile nel suo rapporto con Reach e che il licenziamento sia stato proporzionato alle circostanze". Besse ha bloccato i suoi account social e non ha commentato la decisione.