Brasile, anatomia di un tentato golpe
di Carlo Bonini (coordinamento editoriale) e Fabio Tonacci (Brasilia). Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi Visual , di Carlo Bonini (coordinamento editoriale) e Fabio Tonacci (Brasilia). Coordinamento multimediale di Laura Pertici. Produzione Gedi VisualPrologo
Studi televisivi di Câmera Aberta (Tv Bandeirantes), San Paolo
23 Maggio 1999
Giornalista: "Lei è un deputato del Partito cristiano sociale. Se diventasse il Presidente della Repubblica chiuderebbe il Parlamento?"
Jair Bolsonaro: "Non c'è dubbio, sarebbe la prima cosa che farei. Il parlamento non funziona! E sono sicuro che il 90 per cento dei brasiliani approverebbe. Il parlamento oggi è inutile, serve solo a votare ciò che vuole il Presidente. Se è lui a dare ordini al Congresso, allora facciamo un golpe e instauriamo la dittatura!".
Giornalista: "Le elezioni servono per cambiare le cose..."
Jair Bolsonaro: "Attraverso il voto non si cambia niente in questo Paese! Assolutamente niente! Le cose cambieranno solo quando, sfortunatamente, scateneremo la guerra civile, per finire il lavoro che la dittatura non ha terminato: uccidere 30 mila persone. A cominciare da Fhc (Fernando Henrique Cardos…
Prologo
Studi televisivi di Câmera Aberta (Tv Bandeirantes), San Paolo
23 Maggio 1999
Giornalista: "Lei è un deputato del Partito cristiano sociale. Se diventasse il Presidente della Repubblica chiuderebbe il Parlamento?"
Jair Bolsonaro: "Non c'è dubbio, sarebbe la prima cosa che farei. Il parlamento non funziona! E sono sicuro che il 90 per cento dei brasiliani approverebbe. Il parlamento oggi è inutile, serve solo a votare ciò che vuole il Presidente. Se è lui a dare ordini al Congresso, allora facciamo un golpe e instauriamo la dittatura!".
Giornalista: "Le elezioni servono per cambiare le cose..."
Jair Bolsonaro: "Attraverso il voto non si cambia niente in questo Paese! Assolutamente niente! Le cose cambieranno solo quando, sfortunatamente, scateneremo la guerra civile, per finire il lavoro che la dittatura non ha terminato: uccidere 30 mila persone. A cominciare da Fhc (Fernando Henrique Cardoso, l'allora Presidente, ndr). Non bisogna lasciarli andare via. Vanno ammazzati. Se poi anche qualche innocente muore, va bene lo stesso. In ogni guerra muoiono gli innocenti. Io sono felice di morire, se ne porto 30 mila con me".
Brasile, Bolsonaro nel 1999: "Bisogna chiudere Congresso e fare una guerra civile"
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Fuga di capodanno
Aeroporto di Orlando, Florida
30 dicembre 2022
Possono criticarlo quanto vogliono, ma lui, alla cerimonia di insediamento, non si farà vedere. Non sarà Jair Messias Bolsonaro a passare la fascia verdeoro al vecchio leader progressista. Come da tradizione, la cerimonia si tiene il primo giorno dell'anno nuovo a Brasilia, sulla rampa bianca del Planalto, davanti ai capi di Stato stranieri e a tutte le televisioni del mondo. Che sia qualche capo indigeno dell'Amazzonia a infilare al collo di Lula il simbolo della presidenza della Repubblica federale. Bolsonaro se ne starà seduto sul divano di una suite a cinque stelle in Florida, aspettando che accada qualcosa. E qualcosa accadrà.
Fanno 20 gradi quando l'Airbus presidenziale A319 della Força aérea brasileira atterra sulla pista dell'aeroporto di Orlando, la sera del 30 dicembre. A bordo c'è un presidente afflitto da mille pensieri, sconfitto alle urne ma non domo. L'ultimo viaggio istituzionale è in realtà una fuga.
Il capitano in congedo dell'Esercito, divenuto nel 2018 capo di un governo di destra radicale, sovranista, incurante dei diritti che non siano quelli delle forze armate, dopo il ballottaggio dello scorso ottobre ha gridato al broglio. Lula ha vinto di un soffio, appena un punto percentuale in più. E Bolsonaro, senza uno straccio di prova, ha messo in discussione la correttezza delle urne elettroniche, agitando lo spettro di un algoritmo segreto, denominato Codice Fonte, che avrebbe truccato il risultato. I suoi sostenitori non aspettavano altro che l'ennesima cospirazione dentro cui perdersi, e lui lo sa. Si sono accampati davanti alle sedi dei comandi dell'Esercito a Brasilia, a Rio, a San Paolo, ovunque. Da settimane invocano l'intervento dei generali: che siano loro, con la forza dei fucili, a riconsegnare il potere a Bolsonaro. Si calpesti pure la democrazia, ma a passo marziale.
Il bivacco tollerato
Praça dos Cristais, Brasilia
29 gennaio 2022
Il prato davanti al quartier generale dell'Esercito a Brasilia si è fatto bivacco. Eppure è un'area militare. Su Praça dos Cristais, che si trova sulla coda della capitale (la pianta urbana ricorda la sagoma di un aereo), si affacciano lo Stato Maggiore e il Comando militare di Planalto, cui è affidata la protezione del palazzo più importante dell'intera nazione: quello che, in fondo all'Esplanada, ospita l'ufficio del Presidente.
Sotto la finestra del comandante generale Júlio Cesar de Arruda, nominato da Bolsonaro, hanno portato centinaia di tende, un bagno chimico, due cucine da campeggio, un impianto stereo, altoparlanti, taniche d'acqua, sporcizia, rumore, famiglie che dormono per terra, bambini che giocano a calcio tra adulti avvolti nella bandiera brasiliana. Le autorità non hanno fiatato. Da questo campo-base sorprendentemente tollerato sono usciti i violenti che, il 12 dicembre, hanno dato fuoco a macchine e autobus, tentando l'occupazione della sede della Polizia federale. Girano dei revolver tra le tende. Qualcuno ha fabbricato una bomba artigianale. "Il 29 dicembre ne avevo chiesto lo sgombero ma i vertici dell'Esercito si sono opposti", dirà in seguito il governatore del Distretto federale, Ibaneis Rocha, durante l'interrogatorio.
La festa di Selma
Praca dos Cristais, Brasilia
4 gennaio 2023
C'è una strana eccitazione al campo. Sulle innumerevoli chat dai nomi improbabili ("L'attacco del giaguaro", "Lo zio Paperone", "Caccia e pesca", "Gruppo censura libera", "Brasile verde oliva", "Oracolo nazionalista", "Troviamo la luce",) stanno parlando di un viaggio in spiaggia e della festa di compleanno di tale Selma. È stata diffusa una cartina del Paese, vi sono segnate 43 croci: le fermate da cui partiranno, di lì a breve, i bus diretti a Brasilia. "Viaggio in spiaggia" è la frase in codice che dà il titolo alla mappa. Sono indicati i contatti degli autisti. Uno di loro, Orindes Neto, quarant'anni, è stato chiamato da una signora interessata al suo bus da 46 posti. "Mi ha dato diecimila reais in contanti (2.000 dollari) per portare della gente da San Paolo a Brasilia. È tutto ciò che so. Non conosco quella donna".
La data della festa di Selma è l'8 gennaio. Il luogo è la piazza dei Três Poderes, dove ci sono il Congresso, il Supremo tribunale federale e il palazzo presidenziale di Planalto: il potere legislativo, il potere giudiziario, il potere esecutivo. Lo Stato. "Selma non ha invitato bambini e anziani, soltanto adulti che vorranno partecipare a tutti i giochi, come il tiro a segno, guardie e ladri, il ballo della sedia...", scrivono nella chat. C'è il dress code: "Portatevi la maschera così non vi bruceranno gli occhi per colpa della torta al peperoncino. E anche una soluzione salina per sciacquarvi, nel caso spruzzassero qualcosa che fa piangere. Indossate un impermeabile".
Selma sta per Selva. In portoghese significa "giungla": è sia un saluto in voga tra i soldati, sia un grido di battaglia. E non serve il genio di Alan Turing per decifrarlo. Tutto è in chiaro in quelle chat pubbliche. L'obiettivo, almeno nella mente dei bolsonaristi, è di tentare il golpe. Tutto è visibile, a volerlo vedere.
L'incontro segreto in Florida
Orlando, Florida
7 gennaio 2023
Non c'è solo l'ex presidente a godersi il tepore dicembrino della Florida. Lo ha appena raggiunto Anderson Torres, ufficialmente per portare la famiglia a Disneyland. Bolsonaro lo volle come ministro della Giustizia del suo governo. Dopo la sconfitta elettorale si è riciclato grazie al governatore Rocha, anch'egli bolsonarista della prima ora: il 2 gennaio è diventato segretario per la Sicurezza del Distretto federale. Da Torres dipende l'ordine pubblico di Brasilia. Fresco di nomina ha pensato bene di mettersi subito in ferie. Non prima, però, di aver rimosso e sostituito, a sorpresa, la catena di comando del segretariato.
Sabato 7 gennaio Bolsonaro manda i suoi assistenti a prenderlo all'aeroporto. Torres lo aggiorna su quel che bolle nel calderone della capitale, alla vigilia della grande protesta. Per settimane i due hanno cercato di bloccare il terzo mandato di Lula, accarezzando persino l'idea di un colpo di Stato per decreto presidenziale. Il testo era pronto, tre pagine in formato Word: "Il Presidente della Repubblica, nell'esercizio dei poteri conferitegli dalla Costituzione decreta lo stato di difesa nelle sedi della Suprema Corte elettorale, con l'obiettivo di restaurare la giustizia e la correttezza delle elezioni presidenziali del 2022...". Un decreto eversivo e anticostituzionale. Rimasto sulla carta.
L'uomo dell'Esercito
Accademia militare di Agulhas Negras, Rio de Janeiro
29 novembre 2014
I cadetti urlano lìder, lìder a tempo, scandendo le sillabe. Il deputato Jair Bolsonaro, accompagnato all'interno dell'Accademia militare di Agulhas Negra, nonostante il regolamento lo vieti, è venuto ad annunciare la sua candidatura.
"Dobbiamo cambiare il Brasile, ok? Qualcuno morirà lungo la strada, ma io nel 2018, a Dio piacendo, proverò a portare questo paese a destra. Per 24 anni sono stato menato come un bastardo a Brasilia. Ma sono stato menato da banditi. Ed essere menato dai banditi è fonte di orgoglio e gloria!"
Il comandante dell'Accademia e il ministro della Difesa sanno bene che questo energico capitano in congedo, xenofobo, misogino ed estremista, è entrato nella base di Agulhas Negras. Lo hanno autorizzato loro perché , Bolsonaro, i generali hanno un progetto.
"È una roba da America Latina, difficile da comprendere per un europeo", spiega lo storico Manuel Domingos Neto. "Da sempre in Brasile le forze armate interferiscono nella politica. Gli alti ufficiali sono convinti di essere i numi tutelari della società e dello Stato, non permettono riforme né intendono perdere status e benefit. Gli interessa controllare il governo, di qualunque colore esso sia. Bolsonaro è la marionetta perfetta. Ma anche Lula ha dovuto accettare il ministro della Difesa indicatogli da loro". Mettersi contro i generali, in un Paese dove fino al 1985 vigeva la dittatura, è affar serio.
Una domenica qualunque
Praça dos Cristais, Brasilia
8 gennaio 2023, ore 9.00
Il campo di Praça dos Cristais si è riempito. Più di cento bus hanno scaricato varia umanità , che adesso aspetta solo il segnale per percorrere gli otto chilometri dell'asse monumentale che taglia la città e arriva all'Esplanada dei ministeri. Luogo prescelto per la festa di Selma.
Poco dopo l'alba il ministro della Difesa José Múcio è passato a dare un'occhiata: non ci sono più solo casalinghe, pensionati, lavoratori e disoccupati, ora girano ceffi che hanno l'aria di essere pronti alla battaglia e di sapere come farla. Nella folla dei diecimila si intravedono i famigliari di alcuni graduati delle forze armate. C'è anche la moglie dell'ex comandante dell'Esercito Villas Bôas a gridare "Selva!", come gli altri. Il ministro Múcio aveva chiesto di impedire l'accesso all'Esplanada. Il governatore Rocha sulle prime si era detto d'accordo, poi, senza avvertirlo, ha comunicato che la spianata dei ministeri, questa domenica, rimarrà accessibile. "Perché sarà una protesta pacifica", sostiene.
Il presidente Lula non è a Brasilia. È volato a San Paolo, in visita alla città di Araraquara colpita dall'alluvione. Sa perfettamente che il 60-70 per cento degli appartenenti ai corpi di polizia ha votato per il suo avversario. Dell'ostilità dei generali è consapevole. Si fida solo di uno di loro, Gonçalves Dias, l'unico ad averlo seguito nella campagna elettorale, e per questo lo ha messo alla guida del Gabinete de segurança institucional, l'organo a cui riferiscono le agenzie di intelligence brasiliane. E tuttavia, Dias ha preso una cantonata: ha dato per buona la valutazione dei due bolsonariani Rocha e Torres, rassicurando il presidente. "Una domenica come le altre, non ci sarà l'invasione".
Il dispositivo di sicurezza predisposto, infatti, è da normale giorno feriale: una quarantina di agenti della polizia militare sull'Esplanada, sei sentinelle e due soldati del Battaglione della guardia presidenziale al Planalto. Pochi. Troppo pochi.
Democrazia sotto attacco
Esplanada dos ministérios, Brasilia,
8 gennaio 2023, ore 14.40
L'Orda verdeoro dei 3mila rivoltosi ci mette un attimo a superare il mini cordone della polizia militare posizionato davanti al Congresso. Anche perché gli agenti appaiono remissivi: alcuni di loro si sono fatti i selfie coi bolsonaristi in rivolta. Dipendono dal governatore del Distretto Federale Ibaneis Rocha, il quale non ha ritenuto di mandare rinforzi. L'edificio bianco dell'architetto Oscar Niemeyer che ospita il Senato e la Camera è preso. Rubano quel che si può rubare, spaccano quel che si può spaccare, riprendendo coi telefonini ciò che sperano essere l'incipit di un colpo di Stato. "L'Esercito ci aiuterà a conquistare il potere", urlano. Forse sono solo invasati. O forse qualcuno glielo ha fatto credere.
Sul posto c'è l'italiano Federico Nastasi, 34 anni, giornalista freelance. "Vedevo uomini incappucciati e armati con fucili sparare lacrimogeni, signore inginocchiate che pregavano Gesù, bambini che correvano, manipoli che davano istruzioni, pensionate venute col cane da passeggio e altre che impugnavano pietre". Nel marasma, un uomo si fa filmare nell'atto di defecare. "Non c'era niente di spontaneo in questo assalto, era tutto organizzato. La polizia era praticamente inesistente". Sedici giornalisti sono aggrediti. Uno, di una testata brasiliana, è sequestrato dai rivoltosi per mezz'ora, pestato, derubato e minacciato di morte con un'arma. "I poliziotti dentro al Congresso facevano finta di niente".
Brasile, assalto al palazzo presidenziale: l'edificio vandalizzato e saccheggiato dai bolsonaristi
Assalto al palazzo di Lula
Praça dos Tre Poderes, Brasilia
8 gennaio 2023, ore 16.00
Due uomini osservano Brasilia da lontano. Bolsonaro segue alla tv i movimenti di un'orda di vandali fuori controllo che invoca il suo nome. Lula sta rientrando da San Paolo in fretta. È in contatto con il generale Dias del Gabinete de segurança, che ha ordinato per tre volte al Battaglione della guardia presidenziale di inviare rinforzi al Planalto. Non funziona niente. Il comandante del Battaglione, il maggiore Paulo Jorge Fernandes da Hora, è imbambolato davanti al palazzo. "Dà un ordine alla tua cazzo di truppa, dannazione!", grida un poliziotto della squadra antisommossa, appena arrivato al Planalto. "Forza, formate una linea, dannazione, chiudete la linea lì!". È tardi. I bolsonaristi sono già dentro. Non hanno nemmeno dovuto spaccare la porta d'ingresso, qualcuno gli ha aperto.
Sanno dove andare, si vede. Penetrano nell'armeria e rubano undici pistole, poi salgono ai piani superiori dove si trova l'ufficio del Presidente ma non riescono a sfondare la porta blindata. Il maggiore Fernandes da Hora adesso litiga coi poliziotti dell'antisommossa, sorpresi dalla sua mancanza di iniziativa nei confronti dei violenti che stanno distruggendo tutto al piano di sopra. "Stanno venendo giù", sostiene il maggiore. "Sei pazzo? Sei pazzo? Nessuno viene giù, sono in trappola! Sono nostri, lì potete arrestare! State zitti laggiù... Maggiore, questi sono nostri! State giù, state giù!". È il caos.
Assalto al Parlamento brasiliano, come è possibile che la polizia non abbia bloccato i manifestanti?
La mossa
Brasilia
8 gennaio 2023, ore 18.00
Nell'ora più buia, il comandante in capo delle Forze armate non si fida del suo Esercito. Lula potrebbe fare ricorso al Glo (Garantia da Lei e da Ordem) e, con un atto presidenziale, schierare i 2.500 militari di stanza nella capitale a difesa della democrazia. Non lo fa. Ha visto il trattamento di riguardo riservato al bivacco dei bolsonaristi e gli è stato appena detto che il Battaglione presidenziale non ha protetto il Planalto. Teme davvero di consegnare ai generali le chiavi per il golpe, quindi si affida all'unica forza che gli risponde a pieno: la Polizia federale. Dipende dal governo federale e non dal Distretto di Brasilia come la polizia militare. La mossa è azzardata ma produce l'effetto sperato: poco dopo il tramonto le autorità riprendono il controllo della piazza dei Tre Poteri, dove nel frattempo la furia dell'Orda ha sfregiato i locali del Supremo tribunale federale. In duecento sono arrestati, gli altri rientrano al campo-base di Praça dos Cristais. Sembra finta, invece no. La Repubblica non è ancora fuori pericolo.
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La trattativa Stato-Esercito
Cattedrale Rainha da Paz, Brasilia
8 gennaio 2023, ore 20.30
Lula ha inviato al bivacco Ricardo Cappelli col compito di ripristinare l'ordine, sgomberare le tende e arrestare i 2mila rivoltosi a piede libero. Lo ha nominato d'urgenza al posto di Anderson Torres, per il quale è stato spiccato il mandato di cattura. Ma quando Cappelli si porta coi poliziotti a Praça dos Cristais trova tre blindati Guarani e una schiera di soldati all'ingresso. "È un settore militare, non potete passare".
All'emissario di Lula non sfugge la delicatezza della circostanza. Lo scontro armato con l'Esercito significherebbe spingere di nuovo il Brasile sull'orlo del colpo di Stato. Trascina un alto ufficiale nella cattedrale cattolica Rainha da Paz, lì vicino. Un'ora e mezzo di trattativa che non porta a niente. "Sgomberare il campo senza la nostra autorizzazione, causerebbe morti", è il messaggio, fin troppo cristallino, dell'ufficiale. A Cappelli non resta che informare il governo. Si precipitano nella cittadella militare i ministri della Difesa, della Giustizia e Diritti civili. Dall'altra parte del tavolo si siedono il comandante generale dell'Esercito, Júlio Cesar de Arruda, e il comandante di Planalto Gustavo Dutra. I due più alti in grado. Si fa notte. La posta in gioco è chiara a tutti. Alla fine si accordano per spostare la retata all'indomani mattina. Anche le tende verranno tolte. Con il permesso dell'Esercito.
Un messaggio recapitato a Lula
Nel giorno più lungo per il Brasile non è morto nessuno. E questa, considerando i modi spicci dei poliziotti sudamericani, è già un'anomalia. "Le guardie conoscevano i terroristi e parteggiavano per loro", dicono i collaboratori di Lula. L'inchiesta della procura federale è appena agli inizi e Bolsonaro è indagato perché sospettato di essere insieme l'istigatore della rivolta e il propalatore delle fake news che l'hanno causata. "L'assalto non sarebbe stato possibile senza la connivenza di poliziotti, intelligence e soldati", sostiene Alexandre de Moraes, giudice del Supremo tribunale federale e nemico giurato dell'ex presidente. "Bisogna capire fino a che livello c'è stata complicità".
Di certo chi ha sfasciato i palazzi dei Tre Poteri pensava seriamente di essere sulla scena di un golpe. Un golpe a metà, perché i militari sono rimasti nelle caserme. "I generali non sono stupidi, sanno che un colpo di Stato tradizionale non è necessario ed è molto costoso", ragiona lo storico Manuel Domingos Neto. "Preferiscono controllare il governo piuttosto che rovesciarlo. L'8 gennaio hanno voluto mandare un messaggio a Lula. Il messaggio è: non cambiare le cose, non toglierci potere, non pensare di fare a meno di noi. E se il presidente non mostrerà di essere forte, lo schiacceranno".
Assalto al congresso in Brasile, i sostenitori di Bolsonaro tornano a casa: "Traditi dall'esercito"
Nel rifugio di Orlando
di Paolo Mastrolilli
Le prime voci che davano Jair Bolsonaro in partenza per la Florida avevano iniziato a circolare a Natale. Fonti americane molto vicine all'ex presidente Trump scommettevano che si sarebbe presentato alla sua festa di Capodanno a Mar a Lago. La versione più benevola era che aveva deciso di seguire il copione di Donald, evitando l'insediamento di Lula a cui non aveva riconosciuto la vittoria. Quella più maliziosa era che aveva già organizzato il golpe per gennaio, ma voleva essere all'estero quando sarebbe avvenuto per negare il coinvolgimento. Poi c'era l'ipotesi più realistica, secondo cui temeva di essere incriminato, per le quattro inchieste aperte su di lui dalla Corte Suprema prima ancora che lasciasse il paese, e quindi era volato ad Orlando per sfuggire all'arresto. La risposta definitiva manca, ma col senno di poi sembrano tutte versioni con una parvenza di credibilità.
Alla festa di Mar a Lago l'ex presidente non si era presentato, forse perché sarebbe stato troppo imbarazzante. Fonti vicine a Trump però assicurano che il figlio Eduardo si era incontrato con Donald nei giorni precedenti alla fuga, forse per rinsaldare l'antica alleanza e porre le basi per la collaborazione in caso di ritorno alla Casa Bianca nel 2024, o magari per discutere i piani del padre allo scopo di rovesciare la sconfitta elettorale e restare al potere. La Florida era il luogo naturale per ordire il complotto, non solo per la villetta con piscina offerta dall'ex lottatore José Aldo nell'Encore Resort di Kissimmee, ma anche perché "è il paese sudamericano più vicino agli Stati Uniti", come dicono i membri della vasta diaspora brasiliana ad Orlando. Non a caso, poi si è scoperto che anche il suo ministro della Sicurezza, Anderson Torres, aveva scelto di venire in vacanza qui con la famiglia, mentre Jair faceva altrettanto con la propria. Torres poi è stato incriminato per l'assalto a Brasilia, ma ha promesso di tornare in patria a difendersi. A due passi c'era Trump, e intorno un apparato di sostegno legato alla galassia repubblicana, dall'ex consigliere Steve Bannon amico di Eduardo, al governatore DeSantis che è scatenato sul fronte dell'immigrazione illegale, ma è pronto a tacere sulla presenza nel suo Stato di quello che nel giro di qualche giorno potrebbe diventare il più famoso immigrato illegale negli Stati Uniti.
Davanti alla villetta si sono radunati i sostenitori. Non molti, ma tutti convinti che l'assalto a Brasilia sia stato "organizzato dai terroristi di Lula per incriminare Bolsonaro", come ha detto l'ingegnere espatriato Neto. Il pastore Eduardo Carvalho invece è venuto a pregare, perché secondo lui "Dio è con noi".
L'ex presidente è finito in ospedale per dolori addominali, che gli hanno consentito di tenere un profilo ancora più basso. Avrebbe un visto che scade alla fine di gennaio: poi dovrà chiedere il rinnovo o l'asilo, ammesso che prima il Brasile non chieda l'estradizione. Lui ha detto a Cnn Brasil che vuole tornare, ma rischia l'incriminazione. Meglio cercare un altro esilio dorato?
La metastasi populista
di Daniele Mastrogiacomo
Il primo a dirlo è stato Joe Biden. Un allarme su qualcosa che era sempre più evidente. Una metastasi si espandeva, e tuttora si espande, sotto forme diverse ma con obiettivi comuni. "Sappiamo visceralmente che la nostra democrazia è in pericolo", avvertiva l'inquilino della Casa Bianca l'8 novembre scorso, proprio alla vigilia del Midterm, nell'ultimo comizio che teneva nel Maryland, "ma noi sapremo difenderla. Il potere negli Usa è là dove è sempre stato: nelle vostre mani, le mani del popolo. Stiamo affrontando una delle forze più cupe che abbiamo mai visto nella storia".
Nonostante la retorica, dettata dalla sfida per le elezioni di medio termine, il presidente americano lanciava un monito su un fenomeno politico che non si era spento con la sconfitta di Donald Trump. L'ondata rosa e rossa che aveva attraversato l'America Latina all'inizio di questo secolo era stata prosciugata dalle derive autoritarie impresse in Venezuela, e poi in Nicaragua, e dalla corruzione che aveva contagiato anche chi diceva di volerla combattere. Come in un domino, tutti i paesi dove aveva trionfato la sinistra accesero un movimento di ripudio che presto si trasformò in sofferenza fino a sconfinare in un vero odio. Spinto dalle nuove teorie primatiste e populiste agitate dalla cricca di Steve Bannon e dal suo sito di notizie Breibart news, il veleno della destra estrema ha finito per contagiare il Cile, il Brasile, la Colombia, il Salvador, l'Honduras, la stessa Argentina. Il blocco conservatore si è imposto ovunque ma si è affermato soprattutto nel gigante sudamericano con l'elezione di Jair Bolsonaro.
Si ripeteva la storia avvenuta negli Usa. Spuntava l'uomo nuovo, in questo caso sconosciuto, ma perfetto per raccogliere la rabbia che i ragazzi dall'aria giovanile e molto pop, raggruppati attorno al Movimiento Brasil Livre, avevano sfogato nelle manifestazioni per la destituzione di Dilma Rousseff. Rappresentavano il volto di un nuovo paese che rifiutava la corruzione e sosteneva il liberalismo economico. Era l'inizio di un cambiamento che avrebbe segnato la storia del paese. Quello che veniva presentato come un movimento di rigenerazione democratica divenne una formidabile macchina di propaganda che si scagliava contro artisti, vessava giornalisti e professori identificati nella sinistra, incitava all'uso delle armi sfruttando la paura per le violenze nelle strade.
Sull'onda della sommossa che chiedeva, e otteneva, l'impeachment della presidente, l'anima nera del Brasile, rimasta nell'ombra fino a quel momento, si aggrappò al nuovo leader e contagiò la maggioranza degli elettori. La delusione divenne rabbia per l'inganno subito. C'era bisogno di una vendetta. Chi aveva governato per dieci anni andava punito, cancellato, messo in galera. Lula subì questa aggressione e ne pagò le conseguenze. Scattò una campagna ossessiva fatta di fake e di bugie che Moisés Naím, rinomato politologo di origine venezuelana ed ex direttore di Foregn Policy, nel suo Il tempo dei tiranni (Serie Bianche, Feltrinelli), definisce la post-verità. Ultimo e più recente conio della strategia politica legata alle 3P (Populismo, polarizzazione e appunto post-verità) "non consiste tanto nell'accreditare le bugie come verità, ma piuttosto nell'intorbidire le acque al punto tale che diventa difficile distinguere il vero dal falso".
Una "favola tossica" che ha funzionato e ha portato una schiera di autocrati al potere. Se il Perú, con Pedro Castillo, uno oscuro maestro rurale scelto sul web dal chi regge le fila del vero potere e da loro usato fino a quando faceva comodo, è un caso a parte, diverse sono state le rivolte di piazza avvenute in Cile, Colombia, in Honduras che hanno riportato la sinistra al governo dopo anni di esilio. Il Covid, la crisi energetica, l'inflazione, la sempre più larga forbice tra ricchi e poveri, la privatizzazione della salute e dell'istruzione sono state le micce che hanno acceso la bomba sociale. La democrazia resiste e si riafferma, a fatica, in alcuni Stati; in altri soccombe alle "autocrazie elettorali". "Leader non convenzionali", scrive Naím, "hanno osservato il decadimento del potere tradizionale e hanno capito che un approccio radicalmente nuovo può aprire occasioni finora non sfruttate".
La polarizzazione degli schieramenti politici è diventata una costante. I paesi si sono divisi, spaccati in due; i risultati elettorali contestati fino all'ultimo voto; il rifiuto a riconoscere la vittoria di chi ha prevalso è la norma. Si instilla l'odio sull'avversario considerato un nemico. Un compito ammantato di misticismo, che attira gli schieramenti ultraconservatori evangelici sempre più diffusi tra le classi povere. Il Male contro il Bene. Da battere a ogni costo. Anche con un golpe militare come hanno tentato in Brasile. Steve Bannon non ha avuto dubbi nel definire "freedom fighters" le migliaia che hanno assaltato i Tre Poteri a Brasilia. "Sono il Movimento, il populismo; siamo andati oltre Bolsonaro", ha commentato. La democrazia? È obsoleta, ha finito la sua corsa. Lo dice anche Vladimir Putin per giustificare l'invasione dell'Ucraina.