✕

Il viaggio del Papa in Congo e Sud Sudan, a contatto con due guerre molto diverse

Francesco in Africa per la quinta volta, dal 31 gennaio al 5 febbraio. Mario Giro: "Nel primo caso siamo di fronte a un conflitto postmoderno dove il mestiere delle armi è stato privatizzato, nel secondo a un'antica guerra etnica che coinvolge gruppi cristiani". Cancellata una tappa nella zona in cui fu ucciso l'ambasciatore Attanasio
3 minuti di lettura

Papa Francesco toccherà con mano le conseguenze di due guerre molto diverse, una guerra prevalentemente etnica in Sud Sudan ed una guerra "postmoderna", dove la violenza è stata privatizzata, in Repubblica Democratica del Congo, nel corso del suo prossimo viaggio in Africa (31 gennaio-5 febbraio). 

"Se quella del Sud Sudan assomiglia a un'antica guerra etnica, quella nell'est della Repubblica Democratica del Congo è postmoderna, è una guerra che continua quasi per ragioni interne perché è avvenuta una privatizzazione del mestiere delle armi, c'è molta gente che vive di questa situazione e quando ci sono molti gruppi che si fanno la guerra è difficile trovare il bandolo politico della matassa", spiega Mario Giro, esponente della Comunità di Sant'Egidio e viceministro degli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni. 

È di ieri la notizia che almeno 17 persone sono r…

Papa Francesco toccherà con mano le conseguenze di due guerre molto diverse, una guerra prevalentemente etnica in Sud Sudan ed una guerra "postmoderna", dove la violenza è stata privatizzata, in Repubblica Democratica del Congo, nel corso del suo prossimo viaggio in Africa (31 gennaio-5 febbraio). 

"Se quella del Sud Sudan assomiglia a un'antica guerra etnica, quella nell'est della Repubblica Democratica del Congo è postmoderna, è una guerra che continua quasi per ragioni interne perché è avvenuta una privatizzazione del mestiere delle armi, c'è molta gente che vive di questa situazione e quando ci sono molti gruppi che si fanno la guerra è difficile trovare il bandolo politico della matassa", spiega Mario Giro, esponente della Comunità di Sant'Egidio e viceministro degli Esteri nei governi Renzi e Gentiloni. 

È di ieri la notizia che almeno 17 persone sono rimaste uccise nell'esplosione di un ordigno rudimentale piazzato in una chiesa pentecostale nel nord est del Congo.

Quinto viaggio in Africa

Jorge Mario Bergoglio visita Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo, dal 31 gennaio al 3 febbraio, e Giuba, capitale del Sud Sudan, dal 3 al 5 febbraio. Il viaggio, inizialmente studiato nel 2017 ma non concretizzatosi per motivi di sicurezza, doveva poi svolgersi lo scorso luglio, ma Francesco lo ha rinviato per i suoi problemi al ginocchio. Dal programma iniziale è stata cancellata una tappa a Goma, nella regione congolese orientale del Kivu, non lontano dal luogo dell'imboscata in cui, il 21 febbraio 2021, fu ucciso l'ambasciatore italiano Luca Attanasio, insieme al carabiniere e all'autista che lo accompagnavano. Francesco dovrebbe però incontrare nella sede della nunziatura apostolica alcuni sfollati della regione. 

Il Papa ha già compiuto quattro viaggi in Africa, due dei quali nella regione subsahariana: nel 2015 è stato in Kenya, Uganda e da ultimo Centrafrica, dove aprì la porta santa del Giubileo della misericordia, nel 2017 in Egitto, nel 2019 in Marocco, e poi Mozambico, Madagascar e Maurizio. Ora, spiega Mario Giro, "Papa Francesco, come gli è proprio, va a visitare delle periferie: questi due Paesi sono periferie dal punto di vista della povertà ma anche dal punto di vista della guerra, perché ci sono due guerre interminabili. Quella in Sud Sudan, in particolare, è una guerra cha fa male ai cristiani perché abbiamo voluto l'indipendenza del Sud Sudan dai musulmani del nord, anche i missionari l'hanno voluta, e quando l'abbiamo ottenuta c'è stata la guerra civile. Purtroppo è una situazione che fa vergognare noi cristiani perché è una guerra civile tra cristiani". Nato nel 2011, il Paese è lacerato da una guerra intestina dal 2013. 

Ai piedi dei leader sudsudanesi

Ne sa qualcosa il giovane vescovo di Rumbek, mons. Christian Carlassare, scampato a un attentato nel 2021, solo pochi giorni prima di essere consacrato. "Tutti siamo coscienti che il cammino verso l'unità e la pace è ancora lungo e irto di difficoltà", ha avuto a scrivere su Nigrizia, rivista dei missionari comboniani. "Il Paese rimane molto diviso lungo linee etniche e c'è chi non manca di sottolineare il fatto che i sudsudanesi non sono un popolo, ma tanti popoli diversi in una sola nazione". 

La chiesa locale, povera, lavora per la riconciliazione. La stessa comunità di Sant'Egidio è impegnata da tempo alla definizione di un quadro negoziale che conduca alla pace. In questo contesto si inserisce l'iniziativa del Papa, che in questo scacchiere si muove sempre di concerto con l'arcivescovo di Canterbury, il primate anglicano Justin Welby, e il moderatore della Chiesa di Scozia, Jim Wallace. Leader cristiani uniti per tentare di suturare la guerra tra cristiani. Ad aprile del 2019, Papa Francesco ospitò in Vaticano il presidente Salva Kiir e l'allora leader dell'opposizione Riek Machar, ora vicepresidente, freschi di un accordo di pace siglato a settembre 218 in Etiopia. In quell'occasione, Francesco si era prostrato per terra e aveva baciato i piedi dei due leader. "Il gesto del Papa fu psicologicamente e comunicativamente molto forte", racconta oggi in video-conferenza Gino Barsella, rappresentante in Sud Sudan dell'Avsi (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale). Pur con un gesto molto umile, Bergoglio ha però "messo i leader con le spalle al muro, perché ha così sottolineato che dovevano essere seri, e credo che siano effettivamente stati più seri, ma ha anche dato forza alla posizione della Chiesa nel processo di riconciliazione". Ora, chiosa Elizabeth Anon, program officer della stessa Avsi, "tutti sono molto entusiasti di avere il Papa nel Paese, l'intero Paese lo attende, e speriamo che venga a dare un seguito a quel gesto". 

La spinta dei vescovi congolesi

Quanto alla Repubblica Democratica del Congo, la conferenza episcopale, guidata dal carismatico cardinale Fridolin Ambongo Besungu, arcivescovo di Kinshasa, è un attore molto rilevante della scena sociale e politica locale. "Promuove la democratizzazione, che è garanzia di futuro", spiega Mario Giro: "La conferenza episcopale è l'unica in grado di organizzare 40mila osservatori alle urne con un sistema organizzatissimo e molto efficiente e che sa dire se le elezioni sono valide o meno".  

Per Elysée Patricia Kakisingi, coordinatrice del programma sostegno a distanza dell'Avsi, il Papa potrà "proseguire quello che la conferenza episcopale ha già cominciato, dare sicurezza al Paese, chiedere ai responsabili di lavorare per il benessere della popolazione, condannare chi aggredisce e chiedere agli occidentali di bloccare la balcanizzazione della regione". Nella regione nord-orientale del Kivu, ricca di miniere, infiltrata da milizie provenienti dal vicino Rwanda (il gruppo più famoso è l'M23), gli agguati e le uccisioni sono frequenti. "Pensiamo che la presenza del Papa possa aiutare a uscire da questa crisi perché è una figura accettata da tutti, a livello internazionale, ed impegnata per la pace". Per Daniele Mazzone, responsabile dell'Avsi nella regione, "qui tutti sanno che sta arrivando il Papa: sperano che porterà energia alle organizzazioni e alle persone che lavorano per la pace, e che porti attenzione a questa crisi quasi dimenticata".