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Cercas intervista Macron: "C'è una crisi inedita a causa della guerra. La risposta è un’Europa che sia una potenza"

Javier Cercas con Emmanuel Macron (Copyright Luis Sevillano) 
Lo scrittore spagnolo a colloquio con il capo dell'Eliseo alla vigilia del vertice ispano-francese di oggi a Barcellona
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PARIGI - Emmanuel Macron, nato ad Amiens quarantacinque anni fa, presidente della Repubblica francese, e Javier Cercas, nato a Ibahernando sessant’anni fa, scrittore spagnolo, hanno fatto una chiacchierata lo scorso lunedì sera nello studio del primo, all’Eliseo. In vista del vertice franco-spagnolo che oggi ha visto riunirsi a Barcellona Macron e il capo del governo spagnolo Pedro Sánchez, El País ha fatto incontrare il più intellettuale dei dirigenti europei in carica e un romanziere europeo che ha sviscerato come pochi altri i meccanismi del potere e della storia. Macron ammira l’opera di Cercas e Cercas, da parte sua, ha sempre provato curiosità verso questo politico che in piena ondata populista e nazionalista, nel 2017, è salito al potere sventolando la bandiera dell’Europa. Ecco la loro chiacchierata.

Javier Cercas. A mio modo di vedere, il grande problema, oggi, in Europa, è il problema della democrazia …

PARIGI - Emmanuel Macron, nato ad Amiens quarantacinque anni fa, presidente della Repubblica francese, e Javier Cercas, nato a Ibahernando sessant’anni fa, scrittore spagnolo, hanno fatto una chiacchierata lo scorso lunedì sera nello studio del primo, all’Eliseo. In vista del vertice franco-spagnolo che oggi ha visto riunirsi a Barcellona Macron e il capo del governo spagnolo Pedro Sánchez, El País ha fatto incontrare il più intellettuale dei dirigenti europei in carica e un romanziere europeo che ha sviscerato come pochi altri i meccanismi del potere e della storia. Macron ammira l’opera di Cercas e Cercas, da parte sua, ha sempre provato curiosità verso questo politico che in piena ondata populista e nazionalista, nel 2017, è salito al potere sventolando la bandiera dell’Europa. Ecco la loro chiacchierata.

Javier Cercas. A mio modo di vedere, il grande problema, oggi, in Europa, è il problema della democrazia e la lotta fra il «nazionalpopulismo» e la democrazia. Chiamo «nazionalpopulismo» quel fenomeno che è diventato visibile, pericolosamente visibile, soprattutto nel 2008, con la crisi economica, che è stata enorme, terribile, in Spagna e in ogni parte dell’Europa e dell’Occidente. Era un problema comune di tutti gli europei. Una crisi che è stata paragonabile, forse, solo a quella del 1929, che provocò la salita al potere del fascismo o il consolidamento del totalitarismo in tutta Europa. La crisi del 2008 ha provocato la salita al potere, o il consolidamento, del cosiddetto «nazionalpopulismo». Certo, ci sono molti modi legittimi per interpretare la guerra in Ucraina, ma forse agli storici del futuro apparirà evidente che come la Seconda guerra mondiale fu il punto culminante della crisi del 1929 la guerra in Ucraina rappresenta il punto culminante di questa grande crisi. Quello che è certo è che Putin ha appoggiato questo «nazionalpopulismo» ovunque: ha giocato un ruolo importante nell’arrivo al potere di Donald Trump, nella Brexit, nella Catalogna; ha appoggiato la signora Le Pen e Salvini. Sono profondamente convinto che gli ucraini, oggi, stiano lottando per i nostri valori, per i valori dell’Europa, come i repubblicani spagnoli nel 1936. All’epoca, ahimè, l’Europa, l'Europa democratica, abbandonò la Spagna e il risultato fu un disastro totale. Oggi, per fortuna, l’Europa aiuta l’Ucraina. Però la Guerra di Spagna fu il prologo della Seconda guerra mondiale, il suo primo atto. E credo che oggi ci domandiamo se la guerra in Ucraina non possa essere il prologo di qualcos’altro, se non esista la possibilità che questo conflitto si allarghi. Secondo lei esiste?

Emmanuel Macron. Lei ha detto molte cose illuminanti, con i limiti che hanno sempre le comparazioni storiche. In ogni caso, distinguerei la guerra in Ucraina dalle altre cose che stanno succedendo nelle società europee, perché in Ucraina, come ha detto lei, l’onore, l’orgoglio e l’interesse degli europei passano dal sostegno agli ucraini, perché di fatto stanno difendendo non solo i valori, ma anche principi del diritto internazionale come la sovranità nazionale e l’integrità delle frontiere, senza i quali non c’è pace.

Io credo che il detonatore di questa guerra sia un fenomeno alimentato fondamentalmente dalla crisi che vive il modello russo e la Russia come potenza, che sta cercando se stessa e cerca un destino. Non penso che sia una guerra che abbia origine nelle società europee. Penso che la radice di questa guerra sia da cercarsi innanzitutto in una crisi profondissima. La Russia è un grande popolo e una grande nazione, in senso storico e territoriale. Ha incontrato grande difficoltà a metabolizzare il periodo che è venuto dopo il 1991. E quando si parla di un popolo collocato geograficamente, come quello russo, in mezzo a tante frontiere, che è stato sconvolto da varie forme di terrorismo, che vede calare la sua popolazione ed è circondato da colossi demografici… Quello che è in gioco è il loro futuro, e questo è l’abisso di fronte a cui si sono trovati. E hanno fatto una scelta. Quella del presidente Putin, naturalmente, e forse di quelli che gli stanno intorno, ma non so se la scelta sia stata anche del popolo russo. Preferisco essere molto prudente su questo punto. Ma questa scelta è stata rispondere in qualche modo alla domanda su cosa sia la Russia oggi e quale sia il suo destino dicendo che il suo destino è un destino imperialista e consiste nel condurre una guerra coloniale contro le potenze vicine, su cui è convinta di accampare diritti. Ma io penso che l’origine di questa guerra sia una crisi esistenziale della Russia, la sua grande narrazione e il suo futuro. E per lo stesso motivo penso che dobbiamo porci sempre, mentre lottiamo perché l’Ucraina resista e vinca, mentre lottiamo per rifornire Kiev e sanzioniamo la Russia, penso che dobbiamo porci sempre questa domanda, perché non ci sarà mai una pace duratura se non contribuiremo a dare una risposta.

Penso anche che parte della crisi che sta sperimentando la nostra Europa, parte degli interrogativi esistenziali con cui deve misurarsi, delle divisioni su certi temi, provenga dal fatto che, collettivamente, non abbiamo digerito del tutto il periodo seguito alla Guerra Fredda e alla caduta del Muro di Berlino. Allora venne presa la decisione di allargare l’Europa e si pensò che i problemi fossero stati risolti. E io sostanzialmente penso che in molte società europee ci sia un ritorno della storia, perché molte società che hanno vissuto per decenni sotto il giogo sovietico, con tutto ciò che comporta quanto a trasformazioni culturali, giogo politico, diversità nel rapporto con le libertà, con la globalizzazione che stiamo vivendo, subiscono la crisi in modo differente. Dobbiamo riuscire ad ascoltarle.

Per questo sono sempre molto prudente. Lotto contro le demagogie, lotto contro gli estremismi. Però cerco di rispettare le donne e gli uomini che pensano che ci siano cose importanti da fare a livello nazionale. Io sono stato eletto a livello nazionale e credo nel patriottismo, che non è nazionalismo. Il patriottismo è l’amore per il nostro Paese, la difesa del nostro Paese. Il nazionalismo è l’odio per l’altro, è pensare che voler bene a se stessi voglia dire angariare il vicino. Ma la patria e la nazione sono concetti importanti per molti Paesi, che hanno resistito all’Unione Sovietica grazie a essi. E il nostro dovere, quindi, non è creare una contrapposizione fra l’Europa e la scala nazionale, ma continuare a capire come incastonarle l’una nell’altra, dimostrando che si alimentano a vicenda.

Le nostre democrazie soffrono una crisi che è una crisi di modello e non è legata solo all’Europa; basta guardare agli Stati Uniti e a tutte le nostre democrazie, che sperimentano una sorta di affaticamento, una perdita dei punti di riferimento collettivi. In primo luogo, esiste una crisi del sistema capitalista finanziario aperto mondiale. Questo sistema vive una crisi profonda perché acquisendo una natura finanziaria ha provocato un’esplosione delle disuguaglianze. Ha avuto risultati positivi, perché ha fatto uscire centinaia di milioni di persone dalla povertà, molte di più di tutti i sistemi precedenti, soprattutto nei Paesi più poveri. Però ha ricreato, specie negli ultimi vent’anni, molte disuguaglianze all’interno della nostra società. Pertanto, la parte economica e sociale che accompagna i nostri sistemi democratici è in crisi perché non genera più spontaneamente progresso per tutti, ma torna, al contrario, a creare disuguaglianze fra le classi. In secondo luogo, questo sistema non porta soluzioni per il clima, anzi peggiora la situazione. E questo crea una profonda crisi di coscienza per le nostre democrazie. In terzo luogo, la trasformazione tecnologica ha scompaginato l’agorà. Una democrazia è un luogo dove c’è una piazza pubblica, dove parliamo della comunità, dove costruiamo la cornice per decidere insieme.

Però è necessario che una comunità ci sia. È necessario che ci sia questo dibattito tra le persone per animarla, accordi e disaccordi all’interno di una cornice stabilita. E le nostre società di oggi non direi neanche che si ripiegano su stesse, ma che esplodono ripiegandosi su se stesse. C’è una specie di spasmo. Voglio dire che le nostre società, oggi, sono molto più aperte che in qualsiasi altro momento storico, grazie ai social network. Però sono aperte a cose che sono completamente decontestualizzate, e al tempo stesso ripiegano su gruppi di affinità come quelli degli amici che si seguono su Facebook o Instagram, o quelli dei follower su Twitter, che sono, sostanzialmente, affinità elettive abbastanza chiuse e pericolose.

Così, questa combinazione di infinitamente grande e di restringimento ha rotto questa cornice comune, che sia nazionale o europea. È il motivo di queste multicrisi che stiamo sperimentando nelle nostre democrazie. Nelle multicrisi, alle ali estreme e ai demagoghi va molto meglio, perché hanno messaggi semplici. Ma il nucleo del loro messaggio, quando cerco di decifrarlo, qual è? È una promessa di recuperare il controllo. E penso che ci sia il bisogno di recuperare il controllo, in questo mondo che sembra diventare completamente liquido.

J. C. Per me, il problema fondamentale della creazione di un’Europa unita è che continua a essere un progetto delle élite. Non è quello che dovrebbe essere: un progetto popolare. Ho paura che la gente di oggi non percepisca l’Europa come qualcosa di essenziale per la sua vita.

E. M. Posso permettermi di contraddirla?

J. C. Naturalmente.

E. M. L’Europa è un progetto che si è strutturato attraverso progetti popolari. L’euro è un progetto popolare, il fatto di andare da un Paese all’altro e avere la stessa moneta, e il fatto che questa moneta protegga le persone. Perché se l’inflazione non è esplosa, se non c’è stata una crisi, è perché esiste l’euro. L’euro è un’ottima cosa, è popolare. Chi protegge? Le persone più ricche riuscivano sempre a sgusciare via quando arrivavano i periodi difficili: erano le classi medie e popolari quelle che ci rimettevano più con la disorganizzazione.

Ora, però, in Francia anche le ali estreme, che dicevano che avremmo abbandonato l’euro, hanno smesso di dirlo, perché la gente si è presa paura. Nel 2017, quando ho promosso questo dibattito in Francia, le classi medie e i lavoratori dicevano: «Ci dicono che dobbiamo abbandonare l’euro. No, non è una cosa ragionevole». Non è da molto tempo che mi dedico alla politica. Non sono sicuro di dedicarmi alla politica, faccio esercizi democratici e credo nel mio Paese nel continente. Parto da una premessa che va in senso opposto alla demagogia. Le persone sono intelligenti, sanno che l’euro è una cosa buona per loro. Il programma Erasmus è una cosa buona per tutte le categorie di giovani. E questa Europa che si è aperta con la libertà di movimento permette di viaggiare, commerciare e girare per il continente. È straordinario, e credo che sia una cosa molto concreta.

E qui, in questo momento geopolitico, l’Europa ha portato vaccini, e anche questo riguarda tutti, pure le persone più modeste delle nostre società. Insomma, il progetto europeo va avanti. Bisogna solo riuscire a spiegarlo bene. Il grande difetto è che i leader nazionali tendono a dire: «Avete questa cosa grazie a me». E quando c’è un problema o un intoppo, dicono: «È colpa dell’Europa». Quali sono le sfide, nelle nostre società? Quali sono i timori? La gente dice: «C’è una guerra». L’Europa è una leva per proteggerci. Abbiamo i nostri eserciti nazionali, ma sarà a livello europeo che avremo la capacità di agire congiuntamente se verremo attaccati da una grande potenza. Per questo la difesa europea è così popolare, perché riguarda direttamente le persone. È questa la missione principale di uno Stato: proteggere.

J. C. Signor presidente, quando arrivò all’Eliseo c’erano molte cose che mi sorprendevano di lei, a me come a tutti: il fatto che fosse così giovane, l’importanza che ha la letteratura nella sua vita, la sua visione romanzesca della politica, che di sicuro non è la mia, forse proprio perché sono un romanziere. Ma soprattutto la cosa che richiamò la mia attenzione all’inizio fu il discorso che tenne ad Atene nel settembre del 2017, un discorso di un entusiasmo e di un’ambizione per l’Europa che non avevo sentito da parecchio tempo. Sta per recarsi in Spagna, che continua a essere un Paese fortemente europeista. Io stesso sono un europeista estremista: sono a favore di un’Europa federale, e questa parola forse è troppo per lei. L’Unione Europea, a mio modo di vedere, è l’unica utopia ragionevole che noi europei abbiamo inventato. Abbiamo inventato tante utopie letali, ma l’Europa unita, per quanto ne so, è l’unica ragionevole. Io amo molto la Francia, ma non vedo, in Francia, la sua ambizione europea, il suo entusiasmo. Vedo scetticismo nei confronti dell’Europa, sia a sinistra che a destra, e questo mi inquieta: ci siamo rassegnati a un’Europa senza la Gran Bretagna, ma un’Europa senza la Francia è impossibile. E badi che in Gran Bretagna non ho trovato un solo intellettuale che sia a favore della Brexit, mentre invece in Francia, come lei sa bene, ci sono intellettuali importanti – Houellebecq, Ernaux, Onfray – che non credono nell’Europa e hanno idee molto nazionaliste, molto centrate sulla Francia. Quanto a Le Pen e a Mélenchon, oggi probabilmente sono meno euroscettici, dopo la Brexit, però non credono nell’Europa. La mia domanda è: dopo di lei che succederà? Dopo di lei il diluvio?

E. M. Se faccio il confronto tra Francia e Gran Bretagna, come propone lei, mi sento molto rassicurato. L’élite può pensare una certa cosa, ma se la gente non segue l’élite poi è la gente che vota e decide. Se sono solo le persone che conosce lei, che in Francia fanno parte di un’élite, quelle a cui non piace l’Europa… La verità è che le francesi e i francesi cinque anni e mezzo fa e sei mesi fa hanno scelto qualcuno che la difesa dell’Europa ce l’ha nel suo Dna politico. Questo dice qualcosa di profondo sul nostro Paese. Poi vado a guardare i sondaggi: la gente aderisce all’idea europea e lo scetticismo è fortemente diminuito in tutti i nostri Paesi. Le francesi e i francesi hanno visto che l’Europa era una delle soluzioni durante l’epidemia. Ha fornito vaccini: noi all’inizio non producevamo vaccini nel nostro territorio. Se guardiamo bene, vediamo che perfino i politici che hanno progetti in competizione con quello che ho promosso io sono cambiati, nel giro di pochi anni. Questa cosa va detta. Da un punto di vista gramsciano, abbiamo vinto. La signora Le Pen, di cui ha parlato lei, proponeva di abbandonare l’Europa e l’euro. Il dibattito del 2017 fra i due turni delle elezioni presidenziali ruotò interamente intorno a questo tema. Cinque anni dopo la stessa esponente politica, con la stessa formazione politica, non parlava più di questa cosa. Diceva che bisognava cambiare l’Europa attraverso i trattati. E io ho detto: «Formidabile».

Che cosa abbiano fatto in cinque anni? Abbiamo cambiato l’Europa. Nessuno pensava che saremmo riusciti a stringere un’alleanza con la Germania come quella che abbiamo stretto nell’estate del 2020, per poi elaborare un piano di ripresa che raddoppiava e oltre il bilancio europeo e consentiva l’emissione di debito comune. Non sarei così fatalista, quindi. Tutte le nostre società oggi, alla fine dell’epidemia e con il ritorno della guerra, stanno vivendo un momento di grande angoscia, di destabilizzazione, di disorientamento, che deve incitarci a essere più umili e a essere preoccupati, perché tutti si sentono un po’ disorientati. Non dobbiamo provare questa inquietudine, però l’idea europea e l’Europa sono qualcosa che non bisogna dare per acquisito: sono una battaglia permanente.

Ho ascoltato la sua cautela sulla parola «federalismo». Qualunque modello, a mio parere, sta stretto all’Europa. Abbiamo tradizioni, anche tradizioni popolari e culturali, che a volte rappresentano un freno nazionale. Non devo certo raccontarlo a lei. E il dibattito, la dialettica permanente che esiste fra la questione spagnola e la questione catalana, per esempio, lo dimostra benissimo. Anche noi abbiamo questi dibattiti. Lo abbiamo visto con i Paesi Baschi, con i territori di oltremare, ma questo fatto culturale è presente. La sovranità nazionale serve da impalcatura per l’Europa, ma abbiamo costruito insieme, alla fine della Seconda guerra mondiale, un edificio politico che non era più egemonico. Ed è questo il tesoro dell’Europa. Voglio dire che l’Europa era sempre stata considerata (lo ha descritto alla perfezione Peter Sloterdijk nel suo breve saggio sui trasferimenti degli imperi) come una sorta di reinvenzione dell’Impero romano, quindi con un centro e una periferia e il dominio di uno sugli altri. Questa capacità di rivisitare in qualche modo questo concetto di Europa era visibile, sostanzialmente, nell’Impero carolingio, nell’Impero napoleonico o in quello di Bismarck, e perfino nella Germania nazista. Lo abbiamo abbandonato. Abbiamo detto: «Siamo tutti uguali, non ci sono piccoli o grandi, non ci sono Stati periferici e Stati centrali. Ci sono tante capitali nella nostra Europa, però siamo tutti uguali». E questo è un punto fondamentale. È quello che ha permesso la pace, la prosperità e la libertà in questo continente. E questa cosa, questo tesoro, dev’essere apprezzato, soprattutto ora, in tempi di guerra, destabilizzazione economica o reinvenzione. Non dobbiamo dare l’impressione che alcuni abbiano il diritto di passarsela meglio di altri.

Dopo, come si evolverà la nostra Europa? C’è una crisi inedita, perché la guerra è tornata nel continente. Le conseguenze di questa guerra, dirette e indirette, stanno influenzando profondamente il modello economico. Sostanzialmente il mondo economico si sta strutturando in una polarità fra Stati Uniti e Cina, e dice all’Europa: «Hai una tua strada da seguire, che è una strada di libertà, di fede nel mercato e allo stesso tempo di uguaglianza e solidarietà? O vuoi trasformarti nel vassallo di uno dei due?». Questa domanda non ha avuto ancora una risposta completa. La risposta è un’Europa sovrana economicamente, tecnologicamente e militarmente. In altre parole, un’Europa che sia realmente una potenza. Non dobbiamo mai dimenticare l’eccezionalità di quello che facciamo da diversi decenni, la sua grande fragilità e il fatto che siamo condannati a essere sempre rifondatori di questa Europa, perché se la lasciamo riposare cade o si divide fra egoismi nazionali e ripiegamenti. Guardi in tutta Europa. Quello che mi dà ottimismo, però, è che tutti si stanno rendendo conto che l’Europa è la scala adeguata per rispondere alle preoccupazioni del momento e alle sfide attuali. Di fronte alle sfide del digitale e della tecnologia, di fronte alle sfide del clima e della geopolitica, è il continente europeo il livello di risposta adeguato, non i nostri Paesi.

J. C. Signor presidente, mi scusi se ritorno sull’Ucraina. Lei lo ha accennato. Ha parlato molto con Vladimir Putin. Non so se…

E. M. Prima, e dall’inizio, certo.

J. C. E non so se ha parlato con lui ultimamente.

E. M. No, non nelle ultime settimane.

J. C. A un certo punto lei ha detto, e la frase ha suscitato polemiche, che non dobbiamo umiliare i russi. Non Putin, ma i russi. Comprendo il suo punto di vista. Penso a Versailles…

E. M. È collegato al tema a cui accennavo prima.

J. C. L’umiliazione dei tedeschi fu, in un certo senso, l’inizio della Seconda guerra mondiale. È così. Quando parlava di non umiliare i russi si riferiva a questo?

E. M. Sì, assolutamente. Non si cambiano i popoli e non si sposta la geografia. Si può lottare contro leader, idee, progetti. Lo stiamo facendo con decisione, senza ambiguità. Però, a un certo punto, nella lunga storia con i popoli che sono vicini, bisogna riuscire a trovare forme e mezzi per costruire la pace. Ma succederà a tempo debito. Ho detto quella cosa in un momento specifico, nessuno se lo ricorda, in cui c’era chi diceva che dovevamo mettere la Russia in ginocchio e cose del genere. Tutto qua. Ho dimostrato con i gesti e con i fatti che la Francia oggi è soprattutto dalla parte della resistenza ucraina, degli aiuti militari e delle sanzioni. Nessuna ambiguità, quindi, però dobbiamo sempre mantenere la capacità di dialogare.

J. C. Io appartengo alla prima generazione europea a non aver vissuto una guerra fra le grandi potenze. La prima. Poco tempo fa ho letto un testo di Benjamin Constant del 1815, l’anno della battaglia di Waterloo. Diceva: «La guerra in Europa è molto difficile, quasi impossibile, i francesi vogliono riposare, il commercio è essenziale, la guerra non funziona più». Aveva ragione, perché dopo le convulsioni napoleoniche ci fu una certa stabilità nel corso del secolo. Ma lei, signor Macron, ha letto le memorie di Stefan Zweig. Sono straordinarie. Zweig diceva: «Noi europei nel 1913-1914 pensavano che parlare di guerra fra le grandi potenze del continente fosse come parlare di streghe, di fantasmi. E nel 1914, bum!». Per questo sono inquieto di fronte a questa possibilità.

E. M. Condivido la sua inquietudine.

J. C. La storia è imprevedibile.

E. M. Non c’è nulla di meccanico. Ha ragione nel dire che la meccanica della guerra ha qualcosa che può sembrare inesorabile, se la si guarda da vicino. Non credo che siamo ancora a questo punto. Molti europei – e dobbiamo rendere omaggio anche agli statunitensi – hanno soccorso e appoggiato l’Ucraina con grande chiarezza e grande forza fin dal primo giorno, ma è altrettanto chiaro il nostro desiderio che la guerra non si estenda. Un desiderio di tutti.

Per questo non abbiamo mai tenuto discorsi di escalation verbale o di altro tipo. È molto importante mantenere questa posizione, come ci dimostra l’esperienza. La cosa più difficile è quando tutto sembra sgretolarsi, ed è in quel momento che ogni cosa diventa possibile, anche le peggiori. E ci troviamo in un momento di agitazione che può dare questa sensazione e che alimenta l’inquietudine che prova lei.

C’è una cosa di cui abbiamo parlato: il rapporto con la cultura, le origini, l’identità nazionale e il fatto di sentirsi sradicati in questa Europa. Non possiamo rimanere ciechi di fronte al fatto che molti europei si sentono un po’ sradicati in questa Europa; anzi, neanche in Europa, nelle nostre nazioni. Vedono che gli schemi culturali e mentali in cui sono cresciuti vengono scombussolati da ogni parte e che la modernità, in fin dei conti, è lo sradicamento assoluto. E noi dobbiamo dare una risposta a questo, nel senso che dobbiamo accettare che ci siano cose intoccabili ed elementi invariabili, cose che siano stabili. Dobbiamo restituire senso al nostro racconto. È questo il nostro lavoro, il lavoro di noi che crediamo nell’Europa. Dobbiamo fare in modo che questa avventura sia più popolare, per riprendere il termine che ha usato lei, intellegibile, tangibile, onesta con i nostri compatrioti. Ma dobbiamo tornare a inquadrarla all’interno del grande racconto in cui ci inscriviamo.

L'ho detto spesso per la Francia, e vale anche per l’Europa: l’identità, che è un tema reale, non è qualcosa di fisso e immutabile. C’è un’identità francese in cui ci sono elementi invariabili, ci sono realtà. Alcuni dicono che l’Europa o la Francia non hanno una forte componente cristiana nella loro identità: non è vero, c’è una componente cristiana. Si può ridurre a questa componente? No, perché ci sono stati tantissimi affluenti. Molti altri monoteismi hanno contribuito alla nostra Europa. E anche le filosofie non religiose hanno contribuito e l’hanno strutturata. È questo: una narrazione, un grande racconto. La nostra identità è un racconto. E questo racconto impone di chiarire la trama generale e i personaggi principali, ma riconoscendo tutte le storie. La cosa che rende infelici le persone è il fatto di non avere un riconoscimento, che sia economico, finanziario, simbolico o narrativo. Andando ancora oltre, la sfida storica della nostra Europa è rispondere a questo bisogno di riconoscimento in ogni Paese. Il giorno in cui la gente, nelle campagne ungheresi, nelle grandi città polacche, nell’Extremadura da cui viene lei o nella Piccardia dove sono nato io, dirà: «Questa gente capisce da dove vengo, chi sono io, che cosa ci unisce, ma anche le nostre differenze. Non voglio infilarmi in un grande calderone calmante e asettico, dove saremmo tutti identici, dove non mi ritrovo…». Il giorno in cui ci reinscriveremo in questo racconto, avremo l’Europa felice. E io credo in questo racconto.

J. C. Anch’io.

E. M. Dobbiamo immaginare dei Cervantes felici o dei Cercas felici che scrivano questo racconto. Davvero, lo dico seriamente. È quello che bisogna fare. Bisogna scriverlo, e per farlo bisogna passare attraverso i grandi romanzi.

J. C. Sì, sono completamente d’accordo.

E. M. Una circolare, una direttiva o un atto legislativo non raccontano una storia. Giovedì (oggi, l'intervista è stata realizzata lunedì, ndr) parleremo di tutto questo… Sono stato il primo presidente ad aver visitato, durante il suo mandato, tutti i 27 Paesi dell’Unione Europea, e sono stato nelle capitali e a volte anche in altre città. È una cosa molto importante per me. È questa l’Europa, è questo dialogo tra i 27. Non è un centro, non diciamo: «L’Europa è Bruxelles e basta». Fra questi 27, ci sono tre Paesi con cui avremo una relazione bilaterale strutturata da un trattato. Uno è la Germania: domenica prossima festeggeremo il sessantesimo anniversario di questo trattato. Un altro è l’Italia, con cui abbiamo firmato un trattato qualche semestre fa al Quirinale. E ora ci sarà anche la Spagna. E quello che faremo a Barcellona è molto importante, perché, sostanzialmente, la vita linguistica, culturale ed economica erano molto più avanti rispetto alla strutturazione politica. Abbiamo un rapporto di amicizia reale con Pedro Sánchez e a Barcellona creeremo una cornice concreta e costruiremo insieme qualcosa, sul piano bilaterale, che sarà molto importante per l’Europa. Barcellona sarà un capitolo nel grande racconto, un capitolo importante.

J. C. Grazie mille, signor presidente.

E. M. Grazie. Ci vedremo a Barcellona.

J. C. Sì.

E. M. Così parleremo un altro po’ di letteratura.

J. C. Sì.

E. M. È l’unica cosa che conta.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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