✕

Jacinda Ardern, la gavetta con Blair, l'exploit in politica e la condanna di Greta. Ma per la premier potrebbe non essere finita

Jacinda Ardern (fotogramma)
Le tappe della vita e carriera della prima ministra neozelandese che ha annunciato le dimissioni
3 minuti di lettura

“Tutte le carriere politiche finiscono con un fallimento”. La celebre battuta di un vecchio leader inglese ha conosciuto anche parecchie eccezioni, ma sembra trovare l’ennesima conferma nella traiettoria di Jacinda Ardern: da protagonista del fenomeno ribattezzato “Jacindamania”, che nel 2017 ne fece una delle più giovani e brillanti portabandiera del progressismo mondiale, al parto mentre era prima ministra giostrando lavoro e carriera come simbolo femminista, alla lotta al terrorismo e al Covid condotte con fermezza e successo, a una rielezione con vittoria a valanga nel 2020, a cui però sono seguiti polemiche, un continuo calo nei sondaggi e infine la decisione un po’ sorprendente di dimettersi per “mancanza di energia”, come se il potere l’avesse rapidamente logorata fino all’orlo di una crisi fisica e nervosa.

La sua favola è durata sei anni: troppo poco per una donna che esce di scena ad appena 42 …

“Tutte le carriere politiche finiscono con un fallimento”. La celebre battuta di un vecchio leader inglese ha conosciuto anche parecchie eccezioni, ma sembra trovare l’ennesima conferma nella traiettoria di Jacinda Ardern: da protagonista del fenomeno ribattezzato “Jacindamania”, che nel 2017 ne fece una delle più giovani e brillanti portabandiera del progressismo mondiale, al parto mentre era prima ministra giostrando lavoro e carriera come simbolo femminista, alla lotta al terrorismo e al Covid condotte con fermezza e successo, a una rielezione con vittoria a valanga nel 2020, a cui però sono seguiti polemiche, un continuo calo nei sondaggi e infine la decisione un po’ sorprendente di dimettersi per “mancanza di energia”, come se il potere l’avesse rapidamente logorata fino all’orlo di una crisi fisica e nervosa.

La sua favola è durata sei anni: troppo poco per una donna che esce di scena ad appena 42 anni. In teoria avrebbe tutto il tempo per rientrarci, prima o poi.

Jacinda nasce ad Hamilton, nel 1980, in una famiglia della classe operaia, il padre è poliziotto, la madre bidella. Si iscrive al Labour, il partito della sinistra neozelandese, a 17 anni, si laurea in comunicazioni, vive per un po’ a New York facendo la volontaria in una mensa per poveri, quindi a Londra, dove collabora con la squadra di consiglieri dell’allora premier laburista Tony Blair. Al ritorno in patria viene eletta presidente dell’Unione Mondiale Giovani Socialisti e nel 2008 è eletta in Parlamento, più giovane deputata nella storia del suo Paese. Si capisce che ha la stoffa giusta: assume una posizione dietro l’altra nel “governo ombra” dell’opposizione e nel 2017, per l’abbandono del leader, si ritrova a capo del Labour, all’età di 37 anni, a pochi mesi dalle urne. Pochi si aspettano che riuscirà a riportare i progressisti al governo dopo una lunga assenza: invece ci riesce, formando una coalizione insieme ai Verdi, con una campagna elettorale entusiasmante, in cui – megafono in mano – la sua sincerità e spontaneità conquistano tutti.

È la “Jacindamania”, come viene soprannominata dai media, non solo in Nuova Zelanda ma anche molto lontano dall’emisfero australe: tutti pazzi per Jacinda, si potrebbe tradurre, tutti affascinati da un volto femminile, giovane, carico di entusiasmo. L’avvento di una nuova generazione che suscita speranze nel resto del pianeta. Di nuovo segna un record, la più giovane leader nella storia neozelandese. E i primati presto si allungano: l’anno dopo ha una figlia, seconda capo di governo al mondo dopo la premier pachistana Benazir Bhutto a diventare madre mentre è in carica, il compagno presentatore televisivo e campione di surf si mette in paternità per prendersi cura del bebè. Ardern porta così un’aria nuova in politica, incarna una sorta di antidoto a Trump e al populismo, la scommessa che la sinistra può ancora vincere: un’evoluzione della specie, che parte dalla lezione del blairismo, ovvero del riformismo, per predicare difesa dell’ambiente, parità di diritti, guerra alla diseguaglianza. Si definisce “socialdemocratica, femminista e repubblicana”: ossia anti-monarchica per quanto riguarda quest’ultima etichetta, una scelta di rottura in Nuova Zelanda, dove il capo dello Stato (come in altre ex-colonie britanniche, dall’Australia al Canada) in quel momento è la regina Elisabetta.

La sua popolarità cresce ulteriormente nel 2019 dopo l’attentato di Christchurch, quando un estremista uccide con un fucile automatico di tipo militare 51 persone (ferendone altre 49) in due moschee: Jacinda introduce leggi per rendere più difficile il possesso di armi ottenendo un plauso internazionale, esprime solidarietà alla minoranza musulmana indossando il velo ai funerali, guida le indagini contro il terrorismo islamofobo. Nel 2020 affronta e supera in modo convincente un’altra sfida, quella del Covid, con lockdown a lungo termine, chiusura delle frontiere e intensa campagna di vaccinazioni. Grazie alla sua leadership determinata nel combattere il virus, la Nuova Zelanda è uno degli Stati occidentali che meglio contengono la pandemia. Così, lo stesso anno, viene rieletta premier, stavolta senza bisogno di alleanze con altri partiti, vincendo la più ampia maggioranza nella storia del Labour.

A questo punto iniziano i problemi. L’ambientalista svedese Greta Thunberg la accusa di avere fatto poco contro il cambiamento climatico, a dispetto di tante promesse. La sinistra radicale la accusa di avere spostato il partito troppo al centro, nonostante le battaglie per i diritti Lgbt e per il matrimonio fra persone dello stesso sesso. L’opposizione conservatrice sostiene che la “Jacindamania” è solo una questione cosmetica, frutto del suo aspetto e della sua età. I media la prendono in giro dopo un incontro con la premier finlandese Sanna Marin, scrivendo che le due donne hanno in comune soltanto bellezza e giovinezza. Sono attacchi in buona parte ingiustificati o di parte, ma incidono sui sondaggi, facendo perdere terreno alla premier. Che questa settimana, inaspettatamente, annuncia le dimissioni: “Sono un essere umano, diamo tutto quello che possiamo per tutto il tempo che possiamo, e poi arriva il momento di lasciare, per me quel momento è arrivato”.

La citazione completa dal motto di Enoch Powell era che “tutte le carriere politiche finiscono in fallimento, a meno di andarsene quando ancora si è sulla cresta dell’onda”: ma la politica odierna è fatta di cicli sempre più rapidi, di onde sempre più corte. Jacinda non completa nemmeno due mandati, privando la Nuova Zelanda e l’Occidente di uno dei suoi leader più ascoltati.  C’è tuttavia un’altra battuta da meditare, quella di Richard Nixon che, sconfitto da John Kennedy nelle presidenziali del 1960, disse: “Non c’è mai un secondo atto nella vita degli americani”, nel senso che non credeva alla possibilità di una seconda chance. Eppure, otto anni più tardi fu lui a prendersi la Casa Bianca. Chissà se anche Jacinda Ardern, ricaricate le batterie, proverà a prendersi la rivincita.