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Sud Sudan, monsignor Carlassare sulla visita del Papa: "Un pellegrinaggio di pace e riconciliazione"

Le speranze del vescovo, gambizzato nel 2021, sul viaggio di Bergoglio in un Paese profondamente segnato da guerra e povertà
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Il Papa può contribuire a "disarmare i cuori" in Sud Sudan, che visiterà dal 3 al 5 febbraio prossimi, un Paese marcato da povertà e conflitti etnici e dove "circolano troppe armi", proclamando un messaggio evangelico che "porta comunione in chi lo accoglie, senza distinzione di tribù, lingua e nazione". Ne è convinto monsignor Christian Carlassare, a 45 anni il più giovane vescovo italiano, che nel 2021 fu vittima di un grave attentato alla vigilia della sua consacrazione a vescovo di Rumbek: persone attive nella diocesi gli spararono alle gambe, ora lui si appresta a guidare a piedi un gruppo di giovani in un pellegrinaggio che giungerà a Giuba, la capitale, per salutare Francesco: "I 50 ragazzi vengono da parrocchie diverse, cosa non scontata dato che ci sono ostilità tra clan", dice il missionario comboniano.

Cosa può portare il Papa in un Paese segnato da guerra e povertà…

Il Papa può contribuire a "disarmare i cuori" in Sud Sudan, che visiterà dal 3 al 5 febbraio prossimi, un Paese marcato da povertà e conflitti etnici e dove "circolano troppe armi", proclamando un messaggio evangelico che "porta comunione in chi lo accoglie, senza distinzione di tribù, lingua e nazione". Ne è convinto monsignor Christian Carlassare, a 45 anni il più giovane vescovo italiano, che nel 2021 fu vittima di un grave attentato alla vigilia della sua consacrazione a vescovo di Rumbek: persone attive nella diocesi gli spararono alle gambe, ora lui si appresta a guidare a piedi un gruppo di giovani in un pellegrinaggio che giungerà a Giuba, la capitale, per salutare Francesco: "I 50 ragazzi vengono da parrocchie diverse, cosa non scontata dato che ci sono ostilità tra clan", dice il missionario comboniano.

Cosa può portare il Papa in un Paese segnato da guerra e povertà? Come può contribuire a migliorare la situazione?

"Il Papa viene come pellegrino di pace. Non ci porta al traguardo tutto d'un fiato. Non esistono scorciatoie. Lui ci mostra la strada da percorrere. E penso che molti seguiremo il suo esempio e ci metteremo in cammino con più energia e più sinergia. La Chiesa sudsudanese ne uscirà vivificata e a servizio più di prima della giustizia, della pace e della riconciliazione. Come aveva ben detto il sinodo per l'Africa del 2009: l'evangelizzazione in Africa prende oggi il nome di riconciliazione. E non possiamo tradire il fatto che il Vangelo proclamato in ogni angolo del Sud Sudan e fra tutte le comunità etniche, ben 64, non è solo una parola di comunione ma sprona anche ad una azione di pace per costruire una società altra e più umana. Il Papa richiamerà all'impegno della società civile per una pace che viene dal basso e spronerà il governo a rafforzare le istituzioni e garantire che il processo di pace continui. Un segno importante, oltre alla sicurezza nei territori, sarà anche il graduale ritorno di sfollati e rifugiati nei loro territori con una conseguente ripresa economica".

Dopo l'indipendenza nel 2011, sostenuta anche dai missionari italiani, il Sud Sudan vive dal 2013 una guerra civile, guerra tra cristiani: quali sono i suoi sentimenti di vescovo, e di missionario?

"I missionari, pur con posizioni diverse, si sono posti in maniera molto neutra al referendum per l'Indipendenza del Sud Sudan. L'unità fa la forza. Ma non sempre si è capaci di unità perché non si riconosce che le differenze non sono una minaccia ma una ricchezza. È per questo che i sudsudanesi hanno votato in massa per l'Indipendenza. Hanno voluto proclamare la propria identità diversa dal modello dominante nel contesto sudanese, stanchi di sentirsi discriminati per il colore della pelle, lingua, cultura, tradizione e religione. Paradossalmente l'identità sudsudanese, piuttosto chiara nei confronti di quella sudanese, diventa più dubbia quando viene divisa nelle varie culture, tradizioni, lingue ed etnie del Sud Sudan. Un Paese dove il concetto di Stato non è ancora chiaro, dove il governo in passato è sempre stato straniero, e ancora prende il colore di una etnia piuttosto che di un'altra. Qui sta la grande sfida, di portare comunione, di mostrare quanto la storia chiami a un cammino comune. E certamente la religione è un fattore importante con la storia di comunione ormai centenaria di una Chiesa prima presente accanto al popolo sudsudanese e ora parte di questo stesso popolo".

Il Paese "rimane molto diviso lungo linee etniche", ha scritto su Nigrizia, e "circolano ancora troppe armi": cosa può fare la Chiesa in relazione a questi due problemi?

Purtroppo il conflitto scoppiato nel 2013 e che ha trovato parziale soluzione nel 2019 ha rappresentato un grosso passo indietro nel cammino di integrazione dentro il Paese. Ma anche le esperienze più difficili e sofferte non potranno bloccare questo processo e la maturazione della coscienza di essere un popolo, di essere tutti parte di una umanità più grande. E credo che la Chiesa cattolica stia dando un contributo importante, non solo nell'evangelizzazione diretta e quindi nella proclamazione di un messaggio che porta comunione in chi lo accoglie - senza distinzione di tribù, lingua e nazione - ma, anche attraverso l'istruzione che, oltre a passare la conoscenza in alcune materie, mira alla formazione umana integrale, ed è quindi lo strumento più importante per costruire una società coesa e capace di rispondere alle sfide del nostro tempo. Riguardo alle armi, un mercato perverso ha fatto affari in Sud Sudan mettendo a tacere intellettuali e persone di buona volontà e dando parola invece all'ignoranza e alla violenza di alcuni gruppi. Troppe armi sono arrivate e sono presenti nel Paese. Il processo di disarmo risulta molto delicato e complesso. Quello che conta è fermare il mercato delle armi internazionalmente. E da parte della Chiesa, disarmare i cuori attraverso formazione alla pace perché le armi presenti arrugginiscano inutilizzate, o meglio si possano trasformare in aratri e falci".

Dopo l'attentato lei è voluto tornare in diocesia Rumbek: con quali consapevolezze, quali timori, quali speranze?

"Parto dai timori che ovviamente sono stati i primi ad assillarmi. Si sono materializzati in forma di domanda. Ma se la mia persona può far destare conflittualità e divisione, ha senso che vi ritorni? Io di certo non rispecchio la loro visione di vescovo né saprò rispondere alle loro aspettative; saprò condurli a una visione nuova di pastore e di Chiesa? Quanti ostacoli lungo il cammino? Poi la consapevolezza che non mi sono presentato io per questo compito. Mi è stata chiesta una disponibilità dopo 10 anni di tentativi falliti. La gente aspettava un vescovo che si mettesse davvero a servizio. Se mi fossi tirato indietro, avrei mancato verso le persone disposte a camminare dandola vinta ai violenti. Quante persone sono vittime di violenza e non per questo si danno per vinte e continuano a credere in una umanità possibile. Le cose possono cambiare solo se noi siamo disposti a essere parte di quel cambiamento che vogliamo vedere nel mondo. Non posso pretendere il perdono dell'altro se non so io per primo donarlo. Ecco allora la speranza di non essere solo nel cammino: la bontà della gente è sorprendente e così la generosità di un buon gruppo di missionari. La fede che il Signore accompagna. La certezza che la carità vince su tutto".

La sua diocesi è grande come Lombardia e Triveneto messi insieme, avete molte scuole e ospedali, in un paese dove i cattolici sono però una minoranza: come impostate la relazione con il resto della società? Quale il senso della missione della Chiesa in questo contesto?

"In seguito alla strategia religiosa del colonialismo inglese, alcune aree del Sud Sudan sono fortemente cattoliche, mentre altre sono protestanti. La chiesa dominante a Rumbek e nella regione dei Laghi è quella episcopale in comunione con la Chiesa anglicana. Il territorio della mia diocesi cattolica è diviso in ben 12 diocesi anglicane. I cattolici rappresentano solo il 18% della popolazione totale: in alcune aree un po' di più, in altre un po' meno. Questo fatto ci aiuta ad essere umili e ci richiama all'autenticità: non miriamo alla massa, ma ad essere lievito. Allo stesso tempo siamo invitati a non chiuderci nel nostro recinto, ma ad essere una comunità aperta che ha lasciato da parte le vecchie categorie del 'questa persona ed dei nostri, quella non lo è'; il Vangelo unisce, chiama alla fraternità siamo tutti fratelli e sorelle. L'ecumenismo allora non è qualcosa che viene solamente trattato a livello di cattedra accademica, ma anche e soprattutto nella missione dove tutti coloro che ascoltano la parola di Gesù e sono suoi discepoli alla fine si scopriranno fratelli".

Il Papa visiterà il Sud Sudan insieme all'arcivescovo di Canterbury, il primate anglicano Justin Welby, e il moderatore della Chiesa di Scozia, Iain Greenshields. Tra i ragazzi che il vescovo Carlassare porta a Giuba ci sono anche alcuni giovani protestanti: "Sarà quindi un pellegrinaggio di pace ecumenico a tutti gli effetti".