L'Australia acquisterà mine sottomarine per far fronte alla minaccia cinese
di Floriana Bulfon , di Floriana BulfonUno schermo subacqueo contro l’espansionismo cinese: l’Australia ha sempre più paura della crescita della flotta di Pechino ma non è in grado di competere direttamente con la potenza economica e militare del Dragone. Così ha deciso una risposta asimmetrica: costruire una barriera di mine sottomarine, investendo quasi 700 milioni di euro per comprare ordigni hi-tech. Si tratta del più grande piano di questo genere deciso da un Paese dell’alleanza occidentale.
La lezione ucraina
“L’Australia sta accelerando l’acquisto di un numero consistente di mine navali, che aiuteranno a rendere sicure le linee marittime di comunicazione: sarà un deterrente sig…
Uno schermo subacqueo contro l’espansionismo cinese: l’Australia ha sempre più paura della crescita della flotta di Pechino ma non è in grado di competere direttamente con la potenza economica e militare del Dragone. Così ha deciso una risposta asimmetrica: costruire una barriera di mine sottomarine, investendo quasi 700 milioni di euro per comprare ordigni hi-tech. Si tratta del più grande piano di questo genere deciso da un Paese dell’alleanza occidentale.
La lezione ucraina
“L’Australia sta accelerando l’acquisto di un numero consistente di mine navali, che aiuteranno a rendere sicure le linee marittime di comunicazione: sarà un deterrente significativo contro ogni potenziale aggressore”, ha detto un portavoce della Difesa. “Quello che ci serve è essere sicuri - ha spiegato il premier Anthony Albanese alla tv Abc - di avere la migliore difesa possibile. Abbiamo guardato alla protezione missilistica, ci stiamo occupando di quella cyber e di tutte le necessità”.
La discussione sugli sbarramenti sottomarini andava avanti da alcuni anni. Una spinta è arrivata dagli accordi tra Pechino e le isole Salomone, che lo scorso autunno hanno concretizzato il pericolo di basi cinesi molto vicine all’Australia. Ma a smuovere le autorità di Canberra sono state le lezioni della guerra in Ucraina: poche mine galleggianti, costruite più di mezzo secolo fa, sono bastate per paralizzare il traffico mercantile nei porti del Mar Nero. Il piano australiano prevede di acquistare solo armi “intelligenti”, che possano restare “in sonno” sul fondo e venire attivate in caso di conflitto. O che si possano seminare all’ultimo minuto da aerei, elicotteri o sottomarini.
Due modelli
Fino agli anni Settanta, le mine navali sono state di due modelli. Quelle a contatto, simili nella forma a ricci di mare, con numerosi sensori meccanici che provocano l’esplosione della carica quando vengono urtati da una nave o da un sommergibile: apparati galleggianti, che molte volte venivano ancorati in immersione con una catena per rendere più difficile avvistarli. O quelle magnetiche, attivate dalla massa metallica del bersaglio e che potevano restare nascoste sul fondale. Caratteristica comune è la grande quantità di esplosivo, mai inferiore a un quintale.
Poi sono stati concepiti strumenti più sofisticati, in grado di distinguere il rumore delle eliche di un battello civile e lasciarlo passare senza attivarsi, scoppiando solo quando “sentono” la traccia di una nave militare. O, ancora più selettivi, alcuni hanno una memoria con “l’identità acustica” di un determinato modello di fregata o cacciatorpediniere: sono come cecchini che restano sott’acqua in attesa della preda. Le ultime evoluzioni sono ibridi tra mine e siluri: congegni che rimangono sul fondale e si attivano automaticamente al passaggio di un possibile bersaglio.
La prima guerra del golfo
Quanto fossero pericolose queste “mine intelligenti” gli Usa lo hanno compreso durante la prima guerra del Golfo. Nel febbraio 1991 in poche ore alcuni ordigni di produzione italiana - chiamati Manta - acquistati da Saddam Hussein, misero fuori uso l’incrociatore Princeton e la portaelicotteri dei marines Tripoli. Le Manta rimasero insensibili al passaggio di mercantili e motovedette, scoppiando solo quando sentirono il suono delle grandi navi di guerra. Una minaccia che convinse il Pentagono a rinunciare allo sbarco sulle coste del Kuwait, modificando i piani dell’intera coalizione.
All’epoca pochissimi Paesi erano in grado di costruire armi subacquee del genere, adesso invece vengono offerte da aziende di almeno trenta nazioni. L’Australia sembra sia intenzionata a rivolgersi ad un produttore europeo, forse francese.
Non ci sono stime sugli arsenali mondiali di mine “intelligenti”. Quelli di ordigni vecchio tipo restano enormi. Si ipotizza che la Russia ne abbia almeno 125mila ma c’è chi ritiene che l’Urss ne avesse prodotti un milione. La Cina dovrebbe custodirne più di 80mila, la Corea del Nord 10mila e l’Iran 6mila. Gli Stati Uniti invece hanno 10mila armi, inclusi kit per trasformare normali bombe d’aereo in trappole sottomarine hi-tech inserendo una testata con sensori acustici.